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BLOG "http://dichter.ilcannocchiale.it/", AUTORE DEL BLOG DOTTOR GIOVANNI DI RUBBA. GLI SCRITTI, IN LIRICA ED IN PROSA, PRESENTI IN QUESTO BLOG SONO OPERA DELL'AUTORE DEL BLOG, DOTTOR GIOVANNI DI RUBBA, E DI SUA PROPRIETÀ.


 

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Diario
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19 febbraio 2016

E tu

           

E

tu

sull'approssimarsi

dell'onomastica aurora,

della topomastica tua indecisa ora,

mi guardavi senza saper più

dell'onirica mia dignità

nel livido stile tra vita e realtà,

fumante e controverso il decorso

della sicula spiaggia

che pone al folle sbarco

dei giovani e forti

tre spietate verità nascoste,

senza dirlo arriva il momento

del tuo manto che incute al vento

la sua traccia di sincerità,

mentre tu continui ancora a guardare.

Conoscevi

in fondo

più di quanto credevi,

sapevi eclissare le parole

con due algebriche intenzioni,

seduta in sul crinale del muretto,

scorgi una disfida a Caporetto

e segni col dito un'austera parola

che come sabbia mentre ascolti

ti divora,

 

io chi sono e tu chi sei?

 

Beh è vero,

io ci avrei pensato come feci

divorando la realtà caprina

e illogica del tuo profilo,

avendo spasmi folli in digestione,

occultavi segnali e mi stringevi

strizzando l'occhio,

era il traguardo ma più sconvolto.

Intanto tu a sorseggiar passaggi

con schiuma marine e tennens ad oltranza,

con l'oltraggio mai commesso

che senza il tuo impronunciabile suono

era il volto della nuova stagione.

 

Io non scordo chi ha avuto

un meandro di posto ardente.

 

Beh è vero, io avrei vissuto

per qualche giorno senza alcuna

coscienza di me stesso

se solo tu, oddio così!,

se avessi soffermato il tuo repentino sguardo.

Cosa farei nel presente

con il passato stracolmo d'incenso

e il futuro degli estivi baci d'inverno,

mi avresti ispirata te

del quale nome poco fa parlai,

ti avrei baciata dunque e lo sai.

Hai forse

freddo

se senti la pressione calare,

avremmo entrambi avuto paura,

avremmo entrambi posto sorriso

di sfida

in essere estatico e prolisso,

avendo paura che faccia giorno

occultami nella tua borsetta

sporgendo la mano intrisa di remore,

stritola foglie e scrivimi di parole,

con sguardo inclinato e basso sul diario,

con sguardo perso nel volume del senso,

è luglio e il sole non tramonta mai.

Ti prego,

 

non chiedermi come mi chiamo.

 

Beh è vero, io un pensierino

tra il colle divino l'avrei fatto,

ti avrei posta come regina

sulla sommità più alta

della mia stessa spina

che mi buca le vene.

 

Sai per caso che ora è?

Guarda un po', penso a te

stasera,

e ho bisogno del tuo volto,

dei tuoi polsi, delle tue gambe,

di odorare la tua essenza

per nutrirmi di vita intrepida

e traballante,

puoi pure lasciarmi il tuo numero

inciso sullo specchio col rossetto,

puoi pure, fallo con ritegno ribelle,

fallo pure prima che sorga il sole.

E non mi credi se ti dico che mi sono

innamorato,

non mi credi se ti dico che il flusso

di queste lettere è per te,

non mi credi se ti dico sul serio,

sono io, sono sincero.

E se anche mi stai pensando

cercami

tra i sogni tuoi mai dimenticati,

tra le frasi perse in un libro,

tra la metrica e il suono ghiacciato

di partiture fitte come il passato.


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permalink | inviato da Dichter il 19/2/2016 alle 14:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

15 ottobre 2015

Porgimi gli affanni in assonanza

           

Cos’è?

Non credo il cambio

stravolgente della pioggia

dagli occhi,

così per scadimento atroce,

per sopito dilemma dalle mani,

dai canti antichi disincantati,

neanche è un rimorso,

come sogno,

come rostro al centro,

al vertice qualunque

oppur in aree protette

per gioco perverso.

Sono forse le smagliature

del frastuono

che già vanno sicure

in conclusione

mentre tu diffidente

cambi accordo,

dal rock al folk

poi al rock,

ma dimmi,

tu dove sei? Tu che sei prona

sul letto ad incantare

ammiccante,

do7 sol.

In fondo la decisione

è stata presa,

sentenza inflessibile,

nessun gravame possibile,

tra noi solo silenzi,

incompatibili,

diversi,

magiche manie involontarie,

sì,

magari anche il cofanetto

e le tue gioie stampate

tra labbra violacee,

tra il mascara dark,

tra i nuovi indumenti. Avvinghiata

tra collane e piume,

sincretia,

sì,

dai,

lo ridico,

metti la gonna zingaresca,

metti i braccialetti

turchini, quelli alabastrini,

quelli iridei,

poi infine quelli con le borchie,

e sì.

Sarà quel tuo mah

a intrigarti vanitosa,

o anzi quel sospiro

di velluto,

quel baratto arabesco,

quell’intarsio da mercatino,

e poi,

e poi un paio di vinili,

o diamine l’artista,

proprio non ricordo il nome,

credo robetta spagnola

o francese,

panteista quindi o

dada,

sintetizziamo, dai,

anarcodecadente,

vana suadente,

scanzonatamente,

poi batte il piano lontano e forte,

t’aggio voluto bene, assai

(quell’assai lo dici tre volte).

Ci vediamo ancora?

Certo, ci vedremo

nel momento in cui avrai

finito i tuoi giorni

(dio che bastarda),

quando l’anima

si ricongiunge al corpo

(ma non è già congiunta,

mah,

e questa volta mah lo dico io),

quando magari

non sei più tu nemmeno

(io credevo che alla fine lo trovassi

me stesso

non lo perdessi,

continuo con i mah,

no dai,

faccio uno smile da sms),

quando percepirai l’assunto

e lo comprenderai in contemplazione.

Con fumetti

persi tra i denti

che non mostri,

nel momento che sostieni

il campanile trecentesco

ricco di scritte,

ah gli artisti di strada,

ci pensano già loro,

tengo nel palmo il tutto,

porgo il patrimonio decumano,

parlo invano.

O infine canticchiando

di nuovo, nell’istante

in cui ti scuoti,

fulgente neopalestrina

riproponi i tuoi contrappunti

gotici.

Scenderà la foschia

in pieno luglio partenopeo

per serviti

un paesaggio condito

e tundreggiante

sottomesso ai tuoi voleri,

poi un ululare scandinavo

sarà indipendente

dal suono germanico o vittoriano,

sarà quasi similfinnico.

Nell’ipotesi cambiassi idea,

sai dove trovarmi,

porgimi gli affanni in assonanza.

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