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Giovanni Di Rubba
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BLOG "http://dichter.ilcannocchiale.it/", AUTORE DEL BLOG DOTTOR GIOVANNI DI RUBBA. GLI SCRITTI, IN LIRICA ED IN PROSA, PRESENTI IN QUESTO BLOG SONO OPERA DELL'AUTORE DEL BLOG, DOTTOR GIOVANNI DI RUBBA, E DI SUA PROPRIETÀ.


 

diario |
 
Diario
1visite.

2 gennaio 2016

Il respiro del tuo viso

           

Il respiro

del tuo viso

l’ultimo orizzonte

dalla sabbia scosso

nel silenzio

che alberga muto

in me,

oramai non c’è

che l’illusione,

quella croce

rosea

del cuor

deluso

dal peregrinare

stanco

tra note d’assenzio

come tra me e te.

 

Silenzio.

 

Ed il respiro aumenta,

tenebra sull’asfalto

è il mio sogno

che scarno

svilisce in sé

solo per

contemplare

l’immagine riflessa

di te immobile

alla parete

deserta

e tantrica

inversa

muro d’oblio

 

e sei tu già qui

attesa amica,

sai ciò che non dici

perché nel vuoto

dell’esistenza l’ultima trama

è la mia.

 

E tu sorridi

terribile

la mia delusione

nel vedere

l’ombra tua

che si allontana

e tenebra ancora

è ora in me.

 

Quando allegra dici

senza parole o pronuncia

che

sono al di là

della comprensione

e per ciò stesso

steso,

chiaro, evidente

al di là

del piacere

è la mia apparenza

come ostacolo

inutile,

inciampo,

voce sorda

e naufrago

 

al tuo sorriso,

inutile

sono frastuono

fastidioso

 

ma tu sei lì

anche senza me

docetica

come mandorla

dischiusa

 

sei perfetta.

31 ottobre 2015

Berecyntia

           

Memorie oscure (dialogo notturno)

" nobiltà nata nel fango

alto disonore!"

 

 intrepido pullulare ardente di

 passione, gaudio genealogico ed

 intenso, scosceso sentiero di

verità celate, disonore

intatto,

nobiltà spezzata, fare altero

 evidente ed indissolubile.

 

" Angelo di bontà conosci l'odio,

i dubbi terrori di quelle orride

nottate che comprimono il cuore

come carta spiegazzata?"

 

conosco il lento venir meno dei demoni incantati che gioiranno fragili

all'ascesa dell'oscurità celtica,

che aspettano impazienti che un veltro

li trapassi

e li scrolli docili verso l'infinito.

rev:

"Oh notte senza stelle, oscura notte "

tiepida risplendi luna pallida mentre contemplo la tua immagine riflessa sulle acque

"La notte irresistibile, la nera umida notte, la funesta notte di brividi percorsa, ormai  consolida il suo dominio"

e le celtiche genti indomite danzano sotto il lampadario minuzioso e fioco di speranze mentre si eclissa l'ultimo barlume e l'occidente cede il passo alla potenza oscura

 

 

 

Immago a tarda sera

 

Sguardo inclinato verso il sole

proteso all'imbrunire il tuo ardore

che già sul mio corpo

è notturno tepore

indiano.

 

Dolci sono i tuoi occhi al far della sera

incanto gelido il tuo leggero abbraccio

sogno: vederti tutta splendida

l'entusiasmo dà forma a questa immago eterna.

 

O pensiero che falco su cime s'innalza,

a due passi dal docile viso scomposto

in eterno pensando al dolce sguardo maledetto,

 

superando i confini del tempo alla fine sentirai

il dolce suono, vento tra capelli.

 

 

 

Intorpidito da te

 

intorpidito da te

e dallo sguardo silente

di ricordi sbiaditi

e tesi al vento

 

è un attimo

e compare multiforme

la tua figura

in un sussulto intrepido

vorace e dolente

 

sono solo parole

che si arrestano dinanzi

al tuo incauto gesto

folgorante

 

e resta il tuo docile volto

indissolubile

 

 

Gelido cobalto

 

gelido cobalto

dipinto di assenzio

in gaudiose vittorie

etiliche

incantate dal supremo colore

intorpidito dal pallido

incarnato che cede alla sera

i misteri,

al chiaro contatto

di un raggio di luna.

 

 

Apparenza terribile e lucente

 

 

apparirà

sintetica,

intraprendente lemma silente,

 

apparirà

un tepore nel cielo

senza preavviso,

dico sul serio

 

stringendo nei pugni

il tuo velo sospeso

di inquietudine

 

cambierà tutto

come solo

un arido sentiero

ha

breccia nella voce

 

dimessa, un po' cupa,

nostalgica;

 

intorpidito ogni furore

sono strade,

intenta al suicidio

di catrame

che sfiora ad ogni ora

il tuo buon umore,

 

e senti dolente

il mutamento

della pioggia.

 

 

 

Ricordo fulmineo

 

 

dagli occhi incauti

mal dimessi

al silenzio

loquace come fluido

diluito

e tenebroso

di pensieri impuri

che m'invadono

e che si inchinano

al tuo apparire

furiosa

in estasi per un ricordo.

 

 

Fede notturna

 

 

Il capiente cofanetto

di gioie perdute

sperso tra rime

che solfeggi sussurrati si fanno

sbiaditi tra le dita.

 

Pensieri stanotte

di fughe astrali,

storie da seppellire nell'oblio babelico

mentre si impone pallido e scarno il tuo volto

spinto dal silenzio dell'ultima nota addormentata

sui tuoi seni disillusi aneliti di vento.

 

Ritorni assopita

mi guardi stupita,

il domani dell'oggi è figlio del mio desio

e il cuore indelebile su carta tracciato.

 

 

Sonnambula silvana

 

 

L'inverno sboccia dai rami,

scende rugiada nottambula

ad occhi sciupati

svogliata sorprendi,

è già ora.

 

La storia, la nostra,

non la racconto io,

soltanto tiepidamente la sfioro

per non svegliarti,

 

ma riapri gli occhi a fessura

sei tenere tra le mie mani

dolce bocciolo silvano.

 

Gaudio improvviso è madore

sul tuo corpo sigillato,

effluvio e vento tra fronde inerpicate

di capelli furenti.

 

Ecco,

si cristallizza il momento,

tu voltata verso il mare d'inverno,

la veste di lino traspare

inaudita precipiti tra braccia indolenti.

 

 

 

 

Fuga

 

 

Prendiamoci per mano
e chiudendo gli occhi navighiamo
traversando correnti di mari lontani,
ed anche se più tardi del previsto
al fine giungeremo sulle rive
calde del nostro mondo.

Poi, senza remissioni,
ascolterò parlare per davvero
il tuo candido cuore
che, anche se in silenzio,
mi saprà dire cose
che tu non hai mai detto.

E sarai già brilla,
le tue parole fuoco e argento,
sole e vento
dalle corde vocali.

E sarai ancora più bella,
il tuo vestito dalle bordature viola,
non ti sentirai sola.

Dalla sera alla mattina
non avremo più paura
ed il nostro spirito più vero
darà corpo al pensiero
che, brulicando tra le rovine,
sarà più libero di quanto credi,
urleremo sino a tardi.

E poi verrà la notte
e tu sfinita cadrai sul guanciale
con una forza animale.
Ed io cogliendo l'attimo
carezzerò la pelle,
soffici saranno le stelle
che dai tuoi fuochi accesi
cadranno più cortesi
sul mio braccialetto.

Illumineremo il cielo
con un arcobaleno di diamanti
dagli zigomi striscianti
che toglieranno il vero,
il buono e il giusto
dalla nostra mente,
zigomi di serpente.

E, come dei bohemiens,
non ci cureremo del passato
né tantomeno del futuro,
vivremo coscienti
solo di essere noi stessi.

Ma non sarà poi il giorno a svegliarci
col suo soffice e sottile filtro di luce,
sarà un repentino mutamento
della temperatura del nostro corpo.
Saremo ancora mano nella mano
e i baci, baci, baci
investiranno il corpo
come sopra come sotto.
Però la nostra forza tremante
cadrà sconfitta a terra.

Il circolo ondulatorio della testa
intorno ad un oggetto fisso,
che poi è lo stesso,
ci renderà più lenti
nei movimenti.
Il flusso di ricordi
sarà annebbiato da dimenticanze
a vivide alternanze.
Le nostre ali spezzate
saranno rinnegate
dagli altri
ma risorgeranno dal nulla.

E la fonte blu cobalto
stenderà sul tuo smalto
uno strano desiderio.

 

 

Berecynthia

 

Nube d'assenzio discende lieta sulle tue forme perfette, un nuovo giorno avanza e si dipinge lo spettro della vita tra storie colme di verità, anzi la venuta di mille colori esplosi tra i rami spogli, un desiderio, rompe ogni attesa e si impreziosisce la tua fragilità, un simpatico refolo ti schiarisce la voce e la realtà bianca e pura è il tuo potere, il solito crescendo tra le foglie è l'apparenza dei tuoi capelli di rame, dei tuoi sogni innocenti e dei tuoi cenni perversi di generalessa alla mensa del sapere con l'elmo e il candore di parole ferme e frementi mentre scorre il tempo e resti la ragazza di sempre, la dominatrice di ogni sussulto e di ogni canto.
In cima al monte bendata sei il refrigerio dei miei pensieri, la fonte dei miei desideri, passano i mutamenti, ritornano all'origine anche quelli, ai ricordi dai forma e vita, unito al cielo il tuo fiato gelato, congiunzione dello spirito tra labbro e fronte, segnali occulti tra i righi, spazi che colmano le indecisioni, chiavi svogliate e da te sincronizzate, mantieni il tono di voce e impassibile ti addentri tra i tuoi trastulli artistici, creature immortali alla tua sinistra, stendardi e simboli a destra, mille diademi e l'assoluto poggiati sul capo, sospeso il giglio e l'acacia tra i denti, il leggio lì innanzi emana leccornie d'incenso, è tutto pronto, ogni cosa al suo posto, inizia il folle e ardito sbarco.
L'attimo di silenzio è riprodotto dal verbo muto, l'aura alle tue spalle si infiamma, si inerpica il violaceo riflesso, tutto è stato detto, togli il velo del giulivo e del tragico incanto e si arresta il flusso, si intorpidiscono i sensi, voci lontane sono un unico coro e la linea delle cinque sostanze un'unica barriera di forza, l'uno invisibile diviene percepibile.

 

 

...ed ora, reduci da quest'ennesima

crociata

siamo striscianti ma con gli occhi al cielo...


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permalink | inviato da Dichter il 31/10/2015 alle 11:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

4 ottobre 2015

Sonata

 

Due bestiole si presentano,

che graziose, che portamento,

che quiete sentir il fermento muto,

l'incanto, il canto tuo, è così sublime

(e sei col libro chiuso).

Sembra quasi la musica

non si percepisca,

solo un lontano bagliore tonale,

è un'arpa rinascimentale,

un inciso spirituale.

Il risveglio fischiettante dei folletti,

con gli intenti furbetti,

dolce fiaba emo,

tra Selene fremo,

Eos avanza, che temperanza,

la giostra gira cara ragazza

nel carillon protetta,

cardigan, 

sia benedetta la tua faccetta.

In punta di piedi

tra viali scoscesi

saliamo i gradini,

sfidiamo gli altarini vicini

vicini, scansiamo il nemico

e facciam l'occhiolino

e tu danzi avvinghiata

a te stessa sotto le stelle,

dio mio che splendore!

L'acconciatura francese

ti sfiora la palpebra distratta,

allora oscilli trottolina vorticosa

e scomposta,

dionisiacamente risorta.

Ciclo naturale

e metempsicosi corporale,

batto i tre quarti,

figura perfetta e stellata

da musichetta pitagorica,

le etalage di turno

congiunte in Saturno

hanno la luna storta

e contorta.

Il meridiano divide il limone

in atteggiamento sospetto,

in dolce compagnia sul letto

aspro e strisciante,

la corda pizzica ancora

come formaggio l'asola.

E c'è una festa in piazza,

si sente dalla terrazza,

più altera va la ragazza.

La spola fan tre o quattro

appostati sotto il palco autunnale,

il vento soffia,

l'amplificatore, la spina, le cuffie,

il motore.

E poi gli stralci,

sonetti o minuetti,

il maestro si sbatacchia,

poi vede la ragazza,

non è distrazione

ma entrar nel vivo della questione.

La musica infatti avanza,

avvitamenti,

piroette maledette,

odore di fumo, sbuffa la pipa

all'inverso.

Siamo ancora all'inizio,

ne passeranno di ponti

sott'acqua, archi romani sprofondati

e corrosi dal flusso,

il maestro spettinato

indossa il cirro stonato,

copricapo lodato, disimparato,

frastornato e sciupato.

Vai in re minore,

te lo aspetti,

non sei dodecafonico,

allora l'orchestra sbadiglia,

pastarella e amarena stanca,

vorrebbe inchinarsi per sopirsi,

il pubblico bivacca,

divora le note indigeste,

scucite e scandite

dal ticchettio di novena ripiena.

Eccolo,

entra in scena,

proprio mancava, l'assicurato

impresario che lancia in aria

i tre danari, mette da parte

e investe i talenti

ad uso contadinello ottuso

ed imbevuto di pesticida laureato,

di sandalo arricchito e deluso.

La ragazza sonata si ribella

alla disfatta, gambe all'aria,

è tutta fatta,

affonderà col transatlantico,

vicino mio dio,

l'incubo mio,

tra le fauci del coccodrillo

riversa sincera la chimera

e le partiture, tutte le arsure

e le violette infine.

Mi alzo dal letto al frastuono,

il pragmatismo ha svilito il suono

docile e contemplativo,

l'anima e lo spirito si ribellano

ad un corpo che non vuole piegarsi

ad essere semplice contenitore

e strumento dell'una e dell'altro.

E scorgo lontano,

la vista aguzzo,

dicevo scorgo un lamento

materializzato di un mondo eclissato,

un mondo lontano e ovattato.

Poi uno scalpitio,

il mendicante ritratto,

armato di bastone,

nell'incedere distrae.

Folle, folle,

folle il venditore,

freme, freme,

freme la bancarella,

fruga, fruga,

fruga sotto il suo velo.

Il nostro cuore è l'ultimo rumore,

il vento ancora più forte respira affannato,

mi hai già dimenticato? Ma dai,

eri colà poco fa.

Che cosa diresti al mio posto,

fischietti e mi ignori,

padrona dell'oblio notturno.

Cambio di scena repentino,

la ragazza mi riabbraccia,

cade in trance,

cade in estasi mistica,

in un attimo è trafitta dal dardo d'amore,

il fanciullino alato ha di nuovo vinto

e perverso è il seguito...

Va tra le note di nuovo,

godi la musical vitalità,

vai spogliati,

leva le lineette nere,

bianco il foglio dipingiamo

ed annotiamo.

Che carina la mantellina

incrinata sul ruscello,

mi guardi fissa e risplendi,

mi copri il labbro e la tua bocca sfiora

la mia fronte, la mente in refrigerio.


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26 settembre 2015

Emisfero di passioni è la ragazza mia

           

Emisfero di passioni è la ragazza mia

ed ogni quesito d'universo spento

ripudia dolor nell'estroso passo,

talora guarda al dipinto plurale

dell'erba e del soffice manto

austero nel canto cadenzato

e raddrizza l'inverso fragoroso

della vista quando, miserrimi,

celebrammo la ventura dell'oscuro.

Talora lei simpatica,

quando le fisso le mani

abbassa il viso

ed è come voragine il

mio core,

come tempesta il mio sentire,

tutto trasmuta in trascendente

e non v'è figlio di Cristo

che non senta il pullular

di una scolastica passione,

il vincolo sovruman

della femminea intenzione.

Allor si chiede all'ombra

ristorato

un corpo innamorato e tutto

perso

se da un solo cenno

si può carpire il color

dell'immenso,

le fugaci vie mancine,

i dardi e le stelle

che in gomitoli di costellazione

fanno l'eco

al grappolo vistoso della sua

silente immaginazione,

del suo sorriso.

Sembra che la temperanza

vinca la empedoclea

confusione,

la scissione dell'armonia

tutta in faville

quando per la tensione

si respira guerra

che dir 'sì santa

è offesa all'anima

creatrice.

E lei, perciò,

è l'unica salvezza,

o genti mortal

gettate al vento il mantello,

ficcate nella rimembrosa roccia

l'acuminato stendardo,

lanciate l'elmo,

che 'sì tosta virtù

mai per disdegno

ha carpito il senso mio.

Come il pittor

talvolta naufrago

rimugina sull'algoritmo

fitto

del Fato

per trovar la giusta quadratura

al cerchio,

tal io son rimembrano e contemplando

la sua gioia diurna

e furente nella notte

quando l'occhio dilata il suo vettore

e tenue come foco rissoso

sfavilla il suo pudore,

splendore!

Non negate spiriti

a cotal figliuola

che tanto ha sofferto

e tanto amato

la grazia dell'immenso.

E tieni conto

o Misericordioso Lume

che pur se lei ha negato

il tuo dominio

l'occhio ruggente e celeste

suo

a te ha condotto

me e gli altri innamorati

profughi nel vuoto

infinito dell'immenso.

Non sperderti dunque,

o mia canzone,

ma per li cortili e i vicoli,

le reti ingorde

e le prolisse rive

spargi il suo nome

e per desio

cedile il posto

nel più melodioso cerchio.


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16 settembre 2015

Tacita amata

           

Tacita amata

splendente tra faville ebenacee

dei miei fiati spenti,

che bestiola dolce

sei a me lontana

e sognata,

frutto dei ricordi

che non furon mai

tra la tua pelle soffice

e di dolce ammanto

immago superba

del tuo corpo che luccica tenue

e degli occhi

che per l’incanto

e il sortire

del Fato

all’alma mia reimpairano

fulminee saette;

 

cade di mano

il verace appoggio

e vacilla lo spirito

innanzi la tua essenza.

 

Sei così,

spettacolo del firmamento

allo sguardo deciso

che talor ravviva

e talor

con stessa mano,

ferrea moneta,

dal ristoro e per esso

ambito

muore di  grazia.

 

E ti penso,

tutta ardita,

quando come fluido

canto

fugge tra carri

di mimetiche fughe

e sintesi astruse

ed è la balza sonora

del rimando vocale

che più agguerrita mi assale

 

e ti penso

carina,

 

tutta diletta tra oscuri silenzi

e indifferente riguardo

di chi pensa quando

c’è e dimentica in assenza,

 

ed il mio volto il tuo

invece

contempla estasiato in tua apparenza

ricorda indomito quando apparente

è solo effige lontana

ma vividamente impressa.

 

Tra balze scoscese

e madrigali spogli

 

il tuo manto è stupendo

come se fosse di trapunta il firmamento

e se fosse di gioia il sonno

e ragione

ed ogni umana azione

anzi la mia,

 

verde tra viole sperdute

di giardini e di canti

a sponda di fiume

del canto disilluso

ed inutile

dell’amor che brama bellezza

impressa in un istante

manifesto ed essente

sul tuo corpo lucente.

 

Piange ancora il mio spirito

al desio impossibile

di te riflessa,

 

ed alla sonata fatta di riso

e di silenzio,

 

perso,

perso

e ti penso.

 

Sei bella d’incanto

nella tua colloquiale

quotidianità

della voce mancante

il respiro,

 

alati furori

di ogni canzon riflesso

e dell’orionica cassiopea danzante

al trottare del sole aprico

nella notte che scolora

su mesta tua arsura.

 

Ed io solingo

e muto,

ti penso,

ti penso.

 

Quando la notte ancor più calda

non schiarisce il tedio

nemmanco ad una frescura

ricercata,

quale viandante sperso nel deserto

alla tua vista,

oasi dilettosa e ambita,

e più si disseta

e più traccia leggi

fulminee

e labili, flebili,

sfuggenti

tra le dita

tenui

dirette alla bocca

che mai si disseta

mancando i tuoi baci

al giovial ristoro

ed è Acheronte

il corso

e non lezioso Eufrate

né altro corso magico edenico;

 

ed anche come il naufrago

in naufragio atroce

di mar gran oceano

non atlantico

e dal nome infame

ed ossimorico

come tempestoso al grido

di marosi

ed acque mai chete

s’avvolge, avviluppa, e in groppa

alla corrente

sommerso è da tal mole

di salmastra acqua

che lacustre le pare

più che grandiosa

ma che grandiosamente

lo sovrasta

e s’immerge

ed è continuamente

alla deriva andando

e sempre più ne è immerso

più risale

e più tortura

immane riceve

che al portator umano

del lume divino,

tal son anch’io

al tuo pensiero

tutto di te immerso

e tutto di te senza

porto sicuro alcuno,

 

e tu tanto possente

che mi avvolgi a tua volta

e mi avviluppi

e mi sommergi

ma è ricordo e rimembranza

e a ciò perciò più doloroso

che l’averti

quotidiana accanto,

 

o come il pensier

l’insonne notte

invade

me dunque!

 

E ti penso,

ti penso.

 

Ti penso anche alla luce dell’aurora

con castelli rabbiosi

e rabbiose prove,

 

anche al mattino,

mattutino,

laudi

e vespri

ed ogni sonno

vetusto

sei tu

ed ogni amata antica

da te occultata,

 

capretta boschiva,

docile furente

mia perduta

anche al desio.

 

E disio mai spento

sempre tormenta.

 

E ti penso,

ti penso.

 

A me non concederà

forse

né Fato né a suo comand le Parche

il cuore tuo

se pur il mio

è tutto già tuo,

 

e la soavità del mio pensiero

per quanto tendente

ad un nulla che in sé dilegua

ogni speme

ed ogni

misericordia

e tenue

ma terribile

nell’abisso mi trasporta

nel tartaro mi alloca

io il tuo volto sogno

e ti penso,

io il tuo volto

pongo al centro

d’universo,

come empedocleo romore

tutto scuote

il mio dorso

ed il brivido è tempesta

e mesta sei tu,

 

essenza stupenda

e irraggiungibile

ed impossibile.

 

E tutto turbato resto,

dolce,

dolcezza

ti penso,

 

volgesse

magari il mio misero esistere

a te,

arcana astrale arcadica.

 

Sarà concessa, per virtù

di cavaliere eroico

di lotta persa

e combattuta a corpo

e a sangue tra marette

contro il fuggir delle moderne

e terribili social saette,

o per la mia musica

stolta e stonata

o per la lira, l’arpa,

la solitudo,

la voce mia rotta

(la tua che tanto è bella

e tanto resta impressa

nella mente come suono che risona

e tutto

l’universo sprona

e dirige,

anima potentissima

che il cor trafigge)

o per silenzi

-sua altissima regale apparenza?

 

Pensami

io ti penso,

ti penso.

 

Un giorno, se concessomi rivederti

anche solo

per saperti

sempre mai più caduca

nel mio mondo corporal

realtà reale

che caduco si allarma

e scorre

in riservato

ruscello

ove ti sogno,

in chiara fonte

dissetarmi

e in porto sicuro rifugiarmi

e in rottura d’equilibrio universale

ricompormi,

 

solo la tua vista

somma mia dolce

somma mia dolce,

 

ti penso,

ti penso.

 

In disparte ti penso

e sai che non ti scordo

e se non sai

tel dico

perché l’ultimo mio lamento

sia di gioia,

e seppur tutto scosso,

assetato,

sperso,

possan le tue braccia

stringere al cuore

l’ultimo inutile e silente

fante sperso

di questo folle amore.


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permalink | inviato da Dichter il 16/9/2015 alle 18:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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