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BLOG "http://dichter.ilcannocchiale.it/", AUTORE DEL BLOG DOTTOR GIOVANNI DI RUBBA. GLI SCRITTI, IN LIRICA ED IN PROSA, PRESENTI IN QUESTO BLOG SONO OPERA DELL'AUTORE DEL BLOG, DOTTOR GIOVANNI DI RUBBA, E DI SUA PROPRIETÀ.


 

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Diario
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29 dicembre 2017

Il Sospiro del Vento

Prolegomeni


Penso a te, guardo indietro e la vita piange sé mentre luce bagliore si fa, dalle note stonate dei giorni andati e delle notte violente come l'anima inquieta che è in me. Un'ombra, la solita. Ed è così, dovrei raccontare tutto quello che ho già detto, dall'inizio. Ma la chiarezza è così oscura, selenica la realtà nel sussulto del vero che si schiude tra le mani protese al vento. E' sera, novembre, un novembre freddo. '98, '99, il varco è qui, ripullula il frangente. In realtà era il 7. Ma se scolora la vita frutto del senso, ed è così che vanno le cose, diciamocelo, se scolora, beh, una cosa l'ho capita. Forse solo questa. Il tempo non solo inganna ma rimescola le sue carte come vuole, la memoria è la mezza via tra ciò che ci parve di scorgere e ciò che è fantastico, quello che realmente, credo, scorgemmo. Tredici e otto. Perfezione mancata, come al solito, ma sta volta questi numeri assurdi significano ben poco se non sé stupendamente. Comunque iniziamo dall'inizio, so già che pensi mentre leggi dirò "o magari dalla fine", per chi legge e sa, cioè chi ne capisce poco. Va bè, iniziamo con calma e facendo le debite premesse, ovviamente, di modo che capirà anche chi non sa.
Dove sono? al solito posto, sincero, tra il monte e l'oblio, qui nella vallata serale sudando freddo per le tenebre. sono qui eppure non riesco a trovarmi, scavo a fondo, in me per trovare le giuste parole, nella perfetta inclinazione, ed è come quando, naufrago, confido nell'inaspettato, la giusta corrente che spinge verso la luce lontana. Balaustra di sentimenti, trepidazioni profondissime ed inconsistenti ad un tempo. L'approssimarsi della salvezza. Trovarsi nel ricordo per fuggire ad esso.
Sembra la stessa cosa, già detta, già assaporata, ma rendiamo consistente il vano. Malamente ovviamente, ma è un modo. E poi l'ho scritto appena ora, la luce è in fondo, ora lasciamoci cullare da una corrente che è stupendamente non avversa.
Le parole di un infelice? Ovvio, scontato. Di un infelice che cerca gli occhi, i tuoi, e nella ricerca dà un senso alla sua infelicità. E poi gli occhi brillano, la luce è lontana ma, ripeto, la corrente etc., il pezzo di legno regge, culliamoci un po'. Instancabili.
Quanti anni? Tanti, troppi. Un istante, un soffio. Un giubilo perduto, mai avuto. Bislacco modo d'essere. Buffo, lo dico sempre, la sorte non è ironica ma beffarda, questo sì. E profonda. Meravigliosa aleatorietà dell'essere. Noumeno? l'avvenire, ovvero il già stato, e l'ovvero ha la sua solita ambiguità. La lascio, sarà chiaro poi.
Ad ogni modo parlavo dei tuoi occhi. (Esiste un solo lettore, ma cambia aspetto ed è lettrice). I tuoi fantastici occhi amore mio! Che tripudio! che canto velato! Il canto, il solito, quel motivetto semplice semplice che ti resta dentro, che non canticchi ma che scuote autonomo tra le tue membrane celebrali, che ti raddolcisce il cuore. Si potesse scrivere a lettere la musica. In modo però chiaro, evidente, subitaneo. Non parlo di note ma di parole. Se sapessi leggere la melodia che mi è dentro, che ti è dentro. Musica! Salva da ogni paura, ogni lingua si scioglie, inizia la danza, lenta, lento, accompagnato da un sussurro, di quelli che ti facevano venire i brividi, anima mia.

Asserzioni reverse

È la prima nota
oppure
all’indomani tre,

la vita corre e noi pure
tornando indietro le vite seguiremo
(stessa vita, stessa lingua)
è la storia.

Ricorda quel viso che eri
e sentirai simpatie per noi
e se m’innamoro
-sì serena-
sarà per dialoghi tra di noi.

Salto quantico 0: la ragazza con la valigia

Eh l’esaustività! Che folle pretesa, folle eppur così seducente, e seducente come ogni forma di abissica follia, di profondo discernere ovverossia discendere, cauti e arditi. Selendichter ed il resto. Ed il resto muto. Ah la storia! Ah il tempo! Ahi l’amarezza sulfurea! Tempo che non esisti se non in dispersione baalica, tu demone gettato, demone della caduchezza, speculum della caducità, gettato qui nel nostro sensibile mondo pseudopercettivo. Ba’al fatto demonio. Ds>-0. Lineare per forma, circolare per sostanza, attimo sempre uguale e sempre attuale perduto nel divenire. Ellisoidà perduta. E reversibile può seguendo tracce che diramano vitrioliche al nulla essente in sé perduto ed in sé manifestatamente fluidificato. Fuoco inerme e pullulante. Sator arepo tenet opera rotas. E se vai così vai colì, anche all’inverso. Quando passeggevoli scorgevamo il naufragare tra terre di corallo e lapislazzuli, tra asprose velleità, tra fulgori ritmici il lento sussurrare felpato di Lilith. Colma di vendetta, erinnica, eumenidesca nel riposo. Otium momentaneo e lenta rota, cui subito si incanta il dominio, scettro perduto d’alambicco e trono focoso sul polso. E tornate, per tornati, Ds<-o. E poi silenti eliminare l’uguaglianza in congruenza, simbiotica, ad imitatio dei, e tutto è un solo istante ma dal conversum della moneta, caducità annullata, sartrianamente. DS=0. Eh l’esser per il nulla, che poi significa essere nel nulla, e poi si sa il vizio del pensiero è postumo, non del francese, il vizio è perversione e tutto è nulla e noi naviganti stolti su di un mare, come sul capo al naufrago l’onda l’avvolve e pesa. E poi non c’è neanche quel mare. Che è il nulla, ed il nulla è incapiente in sé d’entificazione e dunque d’essenza. Ma ti devi appigliare a qualcosa, imprimerti negli specchi per non arrampicarvisi. Bene, male, tutto, assenza. E dunque ne hai bisogno, dillo, ammettilo, ne hai bisogno di pensare al nulla. E lo perverti, lo pervertisci, lo esauteri dal suo esser nulla in sé, perché hai bisogno di concepirlo, se tutto ciò che è pensabile è esistibile, e dunque, passo ardito, esistente. Visibile. Oltre i quattro del fuoco, dell’aria, della terra, dell’acqua, sceso direttamente dall’etereo. Ed etereisticamente a ciò proteso. Ed allora lo definisci flutto pacifico, oceanico, dall’Antartide atlantica, nella zona oggidì sotto studio italofrancese. E dici, ne sei costretto, dai, in principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Era domenica credo, giorno del padrone, accettavo senza accorgermi un invito al dolore, suona la radio. Eh io la chiamo così. Siamo radio, cibernetiche. Sì sì, siamo, protesi oramai, lo siamo in prolungamento celebrare e celeberricamente etalagico. Utensili aggiungono vigore al nostro esserci, perché divengono parte del nostro essere. Come agenti patogeni, virus alieni, altri, creati in provette cablatiche che corrodono le sinapsi. E tu sei le tue sinapsi diviene già inattuale, ed attualissimo. Tu sei la protesi delle tue sinapsi. Impulsi elettromagnetici come cellule infettate. Banalità al dominio, dominio stolto, si intende. Elettrochimica spiritica. Morte dell’apparenza, sovversione della manifestazione.
Ed era domenica, penso, dunque plasmo. Ad immagine del divino dicevamo, che mi crea, ma parla tonante ed il logos diviene materia animata ed inanimata, ancora queste differenze, pazienza; che plasma poi ciò che è a sé somigliante e soffia, pneuma, dà vita, infonde. In fondo lo fa. Che scardinatura. Mamma mia! Appunti di viaggio. Come districarsi in questo labirintico corso dialettico che pone in essere assiomatiche et dogmatiche ineluttabili verità concrete. Concrete perché eteree. Epoca dello spirito, epoca dell’aquario, epoca del ritorno. 1936 apertura-2025 chiusura. Clauso il senso? Ripercorrere come da celle manicomialesche basagliche. Come quella mattina in cui mi son svegliato-e detto così sembra Bella ciao e forse lo è-.
Appare in tutta la sua fulgenza eterea la raga con la valigia. Raga jazzistico ritmato della ragazza d’alabastro dai riccioli cinabrici, dagli smeraldini ciondoletti, dorate piume e d’avorio i pendenti. E tanti metallici campanellini, e fasci di purpurea candida velatura sublime opposta al senso ed in sé pieno. Colma di grazia perversa, candida, dolciastra, leziosa. Bronzine le borchie corrose, aura magenta. Metilene e cobalto gli occhi. Violacee le gote. L’anello sinistro ad intarsio, persiano ab origo e dunque di quel colorito indico, indiano, semipenobrico. Ma pallido l’incarnato. E a destra due righe avviluppate all’anulare, forza Roma ed i suoi colori, forza Lazio e il suo turchino. Assenza! Tripudio austero dell’immenso! Scompare come nell’apparire, valido gelso di corolla audace, intimo senso subitaneo. Appare, riappare e scompare. Proprio in questo verso, in tale direzione, modulante del peso di sé, proprio in tale cronologica dissolvenza. Reca con sé quel taglio allo specchietto del frastuono che tacito è all’inizio, magia saporita del viso. È così, lei d’altronde è così. È lei chi è se non sé medesima assorbente d’assoluto. Si incanala, si incanala al dorso cromatico del tempo e rilucendo traluce nell’ultimo assiduo palpitio. L’assenzio rachelico, la assuefazione di sé, intima sostanza, forma ricucita dell’essenza e barlume percettivo. Assidua! Assidua ed immensa! Allucinazione eterea! Mandorlo dischiuso! Incanto prebabelico! È lei di cui dissi, e dico ancora, con le medesime parole e cambiando ritmo ed inclinatura all’inclito suo sguardo che fuggo. Fuggo come fuggisce fugace quella sua apparente essenza. Non lo sostengo, non lo reggo, ebbro di lei, dei suoi iridei assunti. Vortice proteso in sembianza di barlume. Lo ripeto in altra sostanza. È lei, è lei dunque. Pendolo che oscilla, repentino spasmo da cerbiatta, dominatrice in dissolvenza. E ciò che si ripete, attenta, ciò che si ripete, è lei, è lei, ciò che si ripete dà senso a quel volto antico ed attuale, modernismo delle spoglie vivificate ed intense. Come fluido lei diviene fluido e lo è sempre stato, come nebulosa, nubilosa, furetto fumante, nuvoletta aprica, d’aprile e d’ottobre, ultimo restio profumo di novembre. E lei fracassosa nel trapasso silenzioso tra questo mondo e un altro e quello appena appena appresso. È lei, è lei, è lei nelle infinite diramazioni negli intrecci e negli abbracci, tanto nel vento quanto nel pentimento, come nella colpa come nella sua assoluzione, nell’assolvenza, nella vanità, nella vacuità, nella nullità di cui dissi, quel nulla eterno che in lei si incarna dando consistenza al tralucente. Sublimando, sublime si avvicina. Ed è un sussurro la sua interezza, come ricordo che non ricordo, come pensiero lontano di ciò che non fu e per questo è sempre stato. Scende eterea. Scende retta, in diagonale, traversa al viadotto esistenziale, varco sommo. E sommamente lei. No, plauso mio. Lei eterna gloria di me, lei sola vivacità melanconica. Lei in sé, per sé e con sé.
E la valigia riporto e ditirambo. La valigia è il mistero azzurrognolo, che quasi è particolare dai cui sfuggire, da cui sfuggire per gaudio e non per paura, ma per timore di lei stessa che induce a contemplarla tralasciando il resto. La valigia un dono dimenticato. E dimentico del mondo per lei che è qui concreta e fuggevole, pragmatica nella sua inconsistenza, pragmatica nella sua velleità. Artificio vero e vera quiete dell’alma, ed alma stessa. Come corpo che nascendo in tensione ed in potenza è lì ad un attimo dal farsi e si disfa e disfacendosi si rende vivido, intatto. Nella mutevolezza si rende percettibile, si tocca, si palpa, si odora, si innalza, si gusta dolcissima labbra, labbra dolcissime. Violacee come le gote e come il profumo violetto della rimembranza che emana dai suoi polsi e dal collo. La valigia è già l’ieri, l’oggi è lei che ritorna nel domani, in quel domai ritmico che è il passato e l’adesso, l’oggi che percorriamo tra una pagina e un verso a ritroso per scoprire noi. Questa domenica mattina. Folle sbarco, mite approdo, porto sicuro, vela tesa, prua fulminea verso l’immenso. Cauta, cauti. Diretti oltre il monte, solcando l’illusionistica cascata d’orizzonte degli eventi, al di là dopotutto. Verso l’altrove e nell’altrove già da un po’.

Bellum: sotto i colpi delle saette oceaniche

2025. Credo sia questa la data. Ripartire, rifare, rimodulare. Se si cancella l’ardore esautora il furore. Da dietro le barricate son qui. Questo il punto, l’introito d’Universo. Bagliori funesti lontani giacciono, grandina respiro d’assenzio, acque velenate. Ondaccolare in suadenza. Sto rescrivendo (riscrivendo!?!) ciò che già scrissi. Ripensando. Questo capitolo, verso, versetto, scherzo. Scherzetto. Obnubila silente ancora. Fulminee secessioni malrimesse, saette cordiche sotto l’abissico cielo cariddico. E rimodulo, ci provo.
Bagliore, dunque! Bagliore! Illusorio, scrivo così e parlo colì. Rimbombo astrale. Scuote il sistema dalle fondamenta, fondamenta stolte del pensiero. Balaustre e bastoncelli d’incenso. Sotto travisamento altero. Scuote il cielo ancora nel turchineggiare attonito. Sono solo con tre foglie ed un cancellino. Dicendo ancora- tornanti infuocati-. Scuote l’abisso! Tramonti rubicondi!
Eccomi, è questo il punto. Sono, eh è già un’impresa, un proporsi in manifestazione. È l’apparenza [unica forma possibile d’esistenza, ovvero di epifania della stessa]. Etalagici voi invece, furbi che vi credete intelligenti mi vedete. E che vedete? La terra, bella, magnifica, magniloquente. Ma siete furbetti voi pseudointelligenti. Lo siete e dite: non è così e mai può essere cosà. E scavate romite talpe! Scavate per toglier le piume. Ed eccovi ora voi, che vedete. Acqua sporca di terriccio, acqua torbida. E dite il vostro eureka. Sententiate, profferite e dite (in quest’ordine o all’inverso), abbiamo capito. Furbi delle sottane asmodiche et asmodaiche. Stolti e ciechi nella vostra furbizia. Vedete il vello di metallo sotto tale torpore turpe? E se andate innanzi azzardate, immaginate e sortite ciò che non vedete, o che vedete per qualche spaccatura astrale, ogni tanto, di rado, a volte. Voialtri furbi più dei furbi deducete-e sempre dal sensibile- invischiati in questa epoca seicentesca della materia, protesi ma non ancora consci dell’Aquario. Dite. Sotto c’è l’ardore. C’è il fuoco! E in là più non andate. Stolti più degli stolti. Furbi di II livello, seconda generazione, 2.0, 4.0. non vi soffermate che sul voi stessi etalagici nel giudizio. Ecco il nucleo che credete di fuoco, voi che come spiriti immondi siete in quest’aere. Aeriformi dite: è foco! È divenire. Gnostici dei miei stivali, testimoni di Geova dello gnosticismo. Girovagate su voi stessi, tra Tartaglia ed Abracadabra –rimodulate entrambi cerchiando le lettere giuste ed ecco i primi numeri in sequela-. [Sator arepo tenet opera rotas]. Girovagate metà per metà verso la meta, o scorgete l’intero e una sua parte e di quella parte aurei il doppio ed il resto di esso mezzo. Ma non capite che del sensibile. Invettiva parlo di me, dell’universo e di ogni essere umano. Sono io stesso la vostra scusa, la mia scusa. In intermezzo. Ma scindendo in duplice forma l’immobile staticità. Ecco il nucleo! È etereo. Motore primo. È somma bellezza. maraviglia! Sonnecchiate razionali e non sognate l’infinito. Insensibili che studiano concupiscenti solo il sensibile ed ad esso si fermano. Tutto così claro a voi. Geoidesco, sferico, ellisodeico e fotografato e visto da un satellite –quale?-. clauso il senso ancora? Fondo opaco di bottiglia catarifrangente nel catartico eclissarvi in vitro. Neopositivismo filoprotestante, new age da burini cosmici. Attracco e fuga e attacco nel silenzioso sinedrio dei vostri solfeggi a fiato chiuso, flauti assordanti in Bastiglie masticate. Ridicoli e di nuovo, mi ripeto, ridicolità convessa. Vapore marmoreo. Nubiliscenza perduta e spersa.
Rimbomba ancora l’intorno della questione. Qui nella Terra di Saturno, nel Giardino del Mondo, vicino Città Nuova, sto meditando tra il fragore fulgido del frastuono. Eccoli! Avanzano! Sh!sh! Bastioni bellici! Non c’è pietà né dignità. Percorso distratto in rettipiano tetraetico. Crolla l’impero! Quest’ipotesi è astrusa sul tuo polso. Le vedremo tutte e quattro tra un po’, più in lì. Anzi cinque, tra calendario stropicciato. (Virtù diademica). Tra un po’ è già adesso, per il momento in parte e per l’intero il resto. Eccola! Bastioni bellici, incede con lealtà. Cambio repentino. Ma lieve ritorno. L’armata lontana si percepisce appena, no, non è ancora qua, ma il sapore dei rami è fruscio diverso, aspettiamo (aspetto!?!), aspettiamo immersi tra gli odori incantevoli et incontaminati. La Foresta Nera tromba di realtà mascherate. Nel mentre avanza, avanza e non si sente. Questa gioia ci raddolcisce. [E parlo al plurale sentendoti vicina amica, colmo chiasmo dopo il fulgore antecedente e prossimo, viso postumo], ci rinsavisce dal dolore, ci accomuna, ci sbandiera gaudio dagli occhi alteri. Assopiti, ondeggianti nello smeraldo. Le baionette sono un inciso. Ecco ancora. Un romore strano si avvicina, non è grido di guerra, non è urlo di vendetta, sembra quasi il prosieguo di tale armonia ancestrale. Ma gli zoccoli! Eccoli! Eccoli furenti i nimici. Alziamo l’asta. Si va, lance, spade sguainate. Si va. Shiva. Saettiamo, marciamo repentini, affrontiamo questo sibilo assordante, vacuo, all’istante. Voglio te, tra le mani. Mio plurale, raga dolcissima come liturgia dei sensi ed al di là di essi. In me stessa eterea sembianza. Unità e molteplicità ad un tempo. preludio di ogni verbo tonante e sublime nella grazia.
Io, solo, qui, tra la sabbia. Un dì batteva la speranza sui tuoi vetri di soffiata. Come sempre il sentore di averti amata, ma così, tra i capelli, tra i silenzi, mentre giri per intero il viso. Da sempre annebbiato finì l’incanto tra di noi? Vaghi vaghiamo, io tra frivoli pensieri. E tu sei tu. Sei la sola sconvolgente –e ti osservai nel giardino tra germogli di virtù-. Ossigeno sgorga e tu ne sei la fonte, tra queste nebulose venefiche della battaglia. Sì, ne sei la sorgente! e quel divario tra essa che è il nostro filo di appartenenza e così dal plurimo zampilliamo assieme. Alzo lo sguardo di là dalle barricate. Sei là, tra le nubi stesse, e arresa e fiera. Oh sì! Sei tra le nubi, mi chiami, mi sussurri colle penne tra gli anfratti cordici di me in attesa dell’assedio bellicoso. Ti imprimi nell’alma macchinosa, ti dilunghi estrosa. Oh la tua incantevole girata di volta, di archi, di riporti, ancora ossigeno mi sei. Voglio te, voglio te, voglio te. Qui ed ora. Tra le mie mani. Mia virtù diademica. Cosa vuoi mia luce e mio respiro? cosa vuoi sospiro intenso? cosa vuoi essenza luminosa? cosa ancora? Alberga in me il rimorso buio del tempo. Mi abita, lo indosso, chiara vita scorre nello sgorgo della barra oblatica. Vita e non violenza, scintilla lieve a cavallo di ippocampo. So che nell’aere vibra il tuo esercito imbattibile come tra gli abissi tremanti. Sembra giunta l’ora della verità. Ah il rossiccio ardore! ah il pallido incarnato! ah lo smeraldino furore! Sembra scisso in due essenze e tre sostanze il mio corpo. Improvvisa l’anima torna in lui. Torna. Salubre come te, che sei valore e sai volare nello scontro e mi cedi le ali intrepida. Le mani, le mie, che ti bramano schiuse! Hai boicottato i miei progetti terreni e sei ancora sospesa e faziosa, ma di te. Oh virtù diademica! oh bellezza angelica! oh firmamento marino! Arco da mille foglie e dodici varietà cromatiche. Statica mia! Il dormiveglia stride, unghia sul marmo in acustico bagliore elettrico. Vai, vai. Tu sai dove mirare in do minore. Sono tutto tuo. Vivido il violetto alfa et omega del circuito universale, intermezzo spettacolare, progresso generato dall’errore ribelle, uomo io e tale perché cado nel vizio, trappola tesa da cui mi innalzi. Uh magmatico limite! uh sinaptica percezione extrasensoriale! uh magnetica dialettica metallica!
Ancora ed ancora. Forever and ever. Scuotimenti sistemici, sistematiche docili e velleitarie. È un nuovo adesso e l’impero crolla. Crolla l’impero. No, non c’è barlume [ennesimo cambio repentino], non più. Siedo sulle scale, ti vedo muta carezzare il naufragio nei pensieri, dei miei pensieri, quelli nostri, dei pensieri. Scene oscene lì in su la nostra stella. Arde! Arde a tempo, arde fuori l’arioso e freme. A me, a me echi ancestrali, a me potenza indomita, a me. È una sera strana, aurorica, ne sorbisco i dissapori, le scarpette fulgide alla porta. Entri? Sì dai, entra pure. E cosa vuoi? Tu cosa vuoi? Tu che non piangi e respiri col dito. Tu che sei di lì, nell’altrove eppure qui, immanente nelle cose che profumano di te. Lontana ma ferma all’uscio, quasi timorosa e senz’altro –Dio come mi piace ripeterlo- ardita. Faccetta di neve in questa bufera cosmica e dialettica dell’oltraggio. E ti scordi arco femmineo, amazzone anarchica, ti scordi di nuovo. Ti vien da ridere alla follia, simultaneo il sopruso, lo sberleffo. E mi sbatti nelle segreta dell’animo senza esitazione, pietà, senza gravami alcuni, senza retori che esplodano in sermoni ed arringhe di ogni branca per me. E lei che ride a sua volta e crede che io, che noi, che voi, parliamo dell’autogemmazione squamosa. Eccoti qui, eccoti qua. Sei venuta dall’altrove e guardi, profilo assente, al di là. Ovviamente, altrove. Non ti degni di entrare, accenni già di dover andare via, di voler andare via, di fuggire tra altri beffardi segreti marmorei, come gli occhietti vivi e vividi che sfiorano i sensi e non riposano. Che tutto vedono ma che non scorgono il particolare, arghici ma per metà vivace in completezza. E i furbetti s’adoprano nelle loro belle generalizzazioni. Ma tu, tu, tu dimmi: la rosa non è meglio della distesa verdognola intorno che la contiene? L’intorno d’altronde ausilia soltanto la definizione di limite e pur tuttavia la stessa sussiste intrinseca solo nei petali. Sai? Booom! No, dov’è la luce? dove il sole? dove il cielo? Non c’è speranza ahimè, la scala crolla, è appena crollata disarmonica ed io con essa rovino. Futile oggettino antico nel postmoderno postatomico e postcibernetico scalzo. Nel ripensamento inutile. Noi, mai più noi. Anzi no, mai e basta. Mai ci fu passato, soltanto gemiti (le lacrime del cielo carmini versetti). Sento già e dunque comprendo che mai si perde ciò che non s’è avuto. Ma la libertà! Lei è in rivolta e non resiste alla rappresaglia del potere quieto e subdolo, cerca un appiglio ed io la seguo prolisso cercando appiglio. Stende le mani tese come le mie che te vogliono bramose. Stende le mani tese alla volta turchina macchiata, gelido metilene e cobalto pel fragore cromatico disturbante le intere sfumature del rosso. Tuttavia nuvole rade non ostacolano il gesto ribelle, il giavellotto o la torre della unica voce, la piattaforma della pace svilita dai nostri rimorsi dal sapore di sapienza e dal retrogusto di reciprocità e rispetto. Voce sussurrante e bellicosa che trafigge non il nemico ma il mio-nostro-stesso petto. Apparenza mia fulgida! Ohi! Ci sei o no? Prendiamoci per mano, varchiamo il confine. Anzi, con la gomma pane smacchiamolo e poi resettiamolo. Siamo qui per questo, tu già lo sai. Il tuono non spaventerà la moltitudine sola. Dai, vieni. Booom! No, non c’è pietà, in eterno esilio dalla verità (le camice sulla cruccia accanto alle scarpe). No, non c’è lealtà. Dove sono finite le armate invidiate et indistruttibili? A vele spiegate tutti scappati. No, no. No! Io non andrò via, resterò solo ed affonderò, e se affonderò sarà con te, alabastrina mia. Finisce il tempo, crolla l’impero, crolla l’impero. Crolla l’impero!
Scompari, riappari, scompari. Un giochetto. Che nervi! Dalla disapparenza svolazza un segno. Nel disapparire emerge un foglio, come un lamento di chi se ne va. Cade andando su [si inabissa quando s’alza]. Virtù diademica, ancora. Virtù arzigogolante. Lo leggo.
“Se scenderà
questo lamento tra le vie
con quel furore
che connota il mare
in tempesta,

se capirò
che tra le pagine
non hai lasciato il segno,

proteggerò il candore
della vita
stringendolo
semplicemente, lievemente
tra le mie mani.

La virtù nella sabbia,
tra pensieri nascosti,
senza tanto sperare
in quanto suadente
riposa in dolori
più agguerriti delle lance.

E poi,
fuggendo l’anima da quegli ostili spiriti,
mi chiede venia il cuore
ma stavolta senza stupirmi.

Intorno c’è tanto vigore
e quell’oscuro rifluire
di sangue nell’inchiostro

(protegge quella macchina
divina
il pathos della fortuna).

La virtù
senza rabbia
si è assopita di nuovo,
si è rinchiusa in stridenti
parole annebbiate
dai tormentosi bombardamenti.

Me ne andrò via
senza lasciare sparsi i fogli,
con quel sapore che distingue
il chiaro valore delle cose

e piangerà lo specchio
sentenziando un mio ritorno,
di canti irsuti
degli astri perduti.

La virtù
si domanda
se va bene così,
se ha lasciato lo spazio
al caldo invadente
ed al risollevato
refrigerio della mente.”

Mi ricordo. Mi ricordo. Parafrasando Pierpaolo la poesia è l’essenza del capitolo. O di più? La conservo stropicciato ed inumidito antico fattomi lei ed in lei. Scende il lamento. Virtù diademica, virtù diademica.

Salto quantico I: l’esperimento di MJ

1936. TS in scossa rivoltosa ha spianato il varco, per un attimo in controluce l’orizzonte degli eventi, immerso per scossa autocelica nell’LCTS, labirinto cosmico tele spaziale, telespaziale. Tutto in un istante è attuale, dietro il futuro ed innanzi il passato. L’ha fatto, l’ha fatto. Ma si è fermato stanco al bar a sorseggiare il solito tè sconvolto. Non era stata una buona giornata ma ottima. Noi lo sappiamo ed affidiamo a te, MJ il prosieguo, arma che distrugge et amaca assidua. Altro che arma, altro che scissioni. Ci state lavorando, scosse telluriche o lisergiche. Ciò che avviluppati assordanti stiamo per fare, oh MJ, è ciò che è impensabile! Oggi 9 dicembre. Sotto la svastica, sotto la svastica. Lavora littorio accademico dello studio. Assorda, assorda. Fluidificazione! Sintassi ostica del silenzio. Momenti, momenti. Il carico è pronto, scindiamo noi, annichilimento, annichilimento. È questa l’ora, sette e ventiquattro. Partiamo. Saltella opaca la tua scrittura, velocissima, supera la luce e si fa fattore. Asserzione destrimana. Aspetta. Luci ancora abbaglianti. Per non perdersi ne LCTS ricorda che pensiero vaga in. Ecco la congiunzione. Spalanchiamo e vaga colla mente soffermandoti su un punto. 12000 anni orsono. India. Amebe scarse, qui si fa la storia. Si cangia motore e maestrale detto a tratti. Soffermati su quel punto, medesimo giorno e medesimo mese. Purezza d’alleanza. Sublimazione.
Qui si fa la vita! Scostando l’assoluto e secernendolo in cellule scomposte. Neuroni. Ippocampo trainate vello roano ed amigdala vettore dirigente. Qui si fa! Canto armonioso propaga. Li vediamo, li vediamo. Uomini in cartapesta e cartongesso risaliti e rinsaviti. L’altare agli dei, che siamo noi. Inchinati e scimmieschi ma evoluti. Qui si fa la storia. Ciò che abbiamo aperto non si chiuderà. La soluzione nei radicali. Rieureka! Riscossa! Ecco come è diviso. E manco ci eri arrivato lettore, lettrice. Manco per divinità. Compressione del campo zero e Riemann. Ecco come accostare. È tutto esatto. Condotto fuori. L’India! Spostandosi si inchinano, diamogli il simbolo uncinato. Paradosso della conoscenza! Quello che stiamo facendo, quello che stiamo facendo. Era qui la chiave, nel flusso mnemonico. Nel flusso mnemonico. Il tempo è scandito dalle radici. Spazio reale e tempo unità immaginaria. Grande MJ! Ma è come perdersi, perdersi per pochi scansi sensibili. Approdiamo e la chiave è duplice. Il tempo scandito dalla sequenza numerica al quadrato. Questi sono i punti di accesso. Gli unici. E noi possiamo esserci in corpo, anima e spirito. In sangue ed ossa e dignità. Segale cornuta o pejote. Abbiamo avuto accesso e la numerazione è quella Gregoriana. Incredibile come la mente produca immago et suono! L’errore scostato e l’ora legale benjaminiana. Ogni cosa che sta facendo l’uomo l’ha già fatto, ovverossia la farà. Per ora l’India, ma continueremo. Si parte dall’1 che è se stesso. Ottimo. Ma hai fatto di più, sei andato in regressione prima dell’1 stesso. Come al solito, come sempre, MJ hai intuito una cosa prima di scoprirla. Incredibile! L’unità immaginaria! Irrazionale. Prima di capire come muoverci negli anni del Signore hai scoperto come muoverci in epoca anteriore. E da lì, poi, muoverci in questa. La mente umana è strana. Da perderci la testa se non lo si è già fatto. L’India non è il loco che cerchiamo, ma il primo esperimento è ok. Lei è un genio MJ.
Oggi, 9 dicembre 1936 il passato non è più lo stesso. Tutto qui comincia e tutto qui cambia. Silenzio e rullo di percussioni, assordato assordante assurgi. Ora il nostro futuro è il passato. Quello che ha dipinto in sala Hr non è rubato dal simbolo della vecchia destra. Ma è un simbolo indiano. I quattro elementi ed al centro l’etere. Oggi abbiamo cambiato ciò che era. Non si torna più indietro, non possiamo ritirarci. Si torna indietro, quindi. Buona la prima-anzi la seconda- accordo di quinta e verde. Brucia poi il silenzio.

Misterya Magna: la Creazione

Tutto ciò che è pensabile è esistibile, esistente in potenza per il tramite dell’atto. In principio era il Verbo, parola creatrice. E non esiste nella staticità divina creazione che non sia eterna ed eterna nell’attimo et priva di ogni demoniaca caducità. Thirassia la cacciatrice è il viaggio spasmodico ed in preda alla crisi, critica, poietica, poetica. Fattura et fattore. Et etiam fattura ad immago del fattore. Thirassia la Cacciatrice è Atlantide, il balzo sovrapposto tra pensiero presente ed epoca di contatto, Stupor Mundi, ed è così. Atlantide ed Antartide, zona franco-italica, mi ripeto. Etiopia. Dove? Terra di Prete Gianni tra India e Cina, e poi più in là nipponica premessa assurda. Samurai stoico et in vita suadente. Codice d’onore ed onore pratico. Poi più in lì scavando, a partire da qui, Giardino del Mondo vicino a Città Nuova, trovandosi nei lembi del pacifico mare magellanico, Mu. Ed onda convessa in striscia di foco, dorsale oceanica. E la Tule più a nord, lì, tra le nubilose ghiacciate e fumanti atrocità islandese. I Pitti incontrano gli indiani d’America, i Fenici diretti alle Canarie. Ma su questo torneremo, torneremo, amata lettrice, distratto lettore, magico ipnotico velame d’assenzio. Ci ritorneremo mentre il centurione cesareo brucia il museo. Alessandria. Per distrazione od ordine imposto. Ci ritorneremo. Premessa questa è come promessa, ma utile nel riguardo di ciò che sto per dire, fare. Tagliato il collo alla giumenta stanca. Vapori ancora tra Marsili e il pleonastico calcare, tra Vesuvio e i campi solfurei. Tra gabbro e basalto, e la metrica che è giambo, ci ritorneremo. Apriamo il preludio, monte d’universo.
E che atto, atto dettato da una volontà. Genesi, genesi. La premessa è per cercare l’edenico posto, il posizionato topos dell’assurdo imbavagliato dal silenzio ardente. Fuoco nel roveto legiferante. E come tutto nacque? Come cominciò quando lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Creatore e creatura. E cos’è l’uno e cosa è l’altra. L’altra mezzo tra detto e dicente. E siamo noi. E l’Uno trittico trino, per contemplarlo in trinità tre Persone ed una Sostanza. E noi ne deteniamo il riflesso. Noi che anima come Dio propendiamo e promaniamo con lo spirito nostro per il tramite del corpo. E questo potrebbe bastare. Ma basta? Questo è in altri essenti in egual misura, ed anche gli utensili, detti scarsamente, sono essenti, minerali. E dunque non basta a definire la creatura. I minerali, gli essenti vegetali et gli altri animati differenti da chi è a Dio simigliante. E che siamo noi. In doppio grado, uomo e poi in sommità donna. e donna tramite stesso ed apertura varco divino. Ma il sangue e le ossa e la pelle et i nervi, et la linfa nostra. È la unicità. È la unica vera unicità. Ma ogni altro, prima dell’unicità nostra, va descritto. Le onde elettromagnetiche, le onde elettrochimiche, lo spirito. E lo spirito ha tale duplice fattura, che dalla elettrochimica comunica in noi stessi risplendenti e che dall’elettromagnetismo illumina l’altro ed il creato. E tale conformazione è propria delle specie inerti ed erte, perché non v’è qui differenza, il loro spirito è colore, è sapore, è profumo, ciò che percepiamo. Et tale spirito è anche il loro, ma negli essenti clorofillici e negli animati a noi differenti come per noi c’è l’elettrochimica che elabora e l’elettromagnetismo che emana. Nei minerali è elettrochimica che sola emana e l’elaborazione del messaggio è in sé lucente carevole, e l’elettromagnetismo la accompagna, come bivio verso noi stessi, che siamo centro dopo Dio. Ma in tutti i descritti il messaggero è l’alma, come Padre persona divina, situata nel core per noi e per altri essenti animati, negli altri intrinseca sostanza, a ciascuno differente a seconda della conformazione e del diletto divino, e della sua fantasia. Il corpo è quello che rende visibile tale divino mistero dell’invisibile. Lo espone e lo dipana e lo intreccia et lo trama. Guscio del vettore spirito che è messaggio e che è elaborato dall’anima messaggera. Spirito traino vellutato ed alma nocchiero, et corpo ciò che serve et è concreto. E sembrerebbe ora che la nostra distinzione che è sangue e linfa ed ossa e nervi ed anche pelle sia simile anche ad alcuni essenti animati, ma differente ne è la funzione. In loro animati evoluti et anzi evolti, perché evoluzione implica mutamento, e mutamento e divenire sono baalici, come ormai detto, tutto in loro funziona ad imitatio homini. Ed hanno altresì tali stesse sostanze perché a noi servono per la gloria, e noi che nominiamo, e nominando abbiamo fatto, subito dopo la nostra creazione, che ha forma differente, come tra un po’ la pazienza del lettore e della lettrice e degli altri mille, e delle miriade che sono e non sono e quindi saranno osserverà leggendo.
In principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. E dunque cosa c’era prima e cosa dopo, che è la medesima quaestio. Abisso è vuoto et infinito e zero, mare d’atrocità perché la mente intuisce ma non concepisce l’inesistenza. Ma tutto ciò che è pensabile è esistibile e ciò che è intuibile è respiro d’assoluto e del vento, e quindi del volto. È qui la seconda chiave. Per chi ha orecchi. E gli abissi! Mari colmi di tristezza, la tristezza e il pianto che è sospiro di desio. Che è sommo amore. Osservare sé ed essere in sé sufficiente e per questo incompleto. Era l’abisso Pitagora e sovvertito perché vi era il vero e la realtà era terribile in quanto perfezione nell’incompleto e quindi nel dispari poiché se il pari completo è definito, l’incompleto no. Ed in ciò resta traccia, perché nulla esclude ciò che era, essendo ciò in sé stessa. L’abisso la realtà, Dio la verità. L’abisso era il pensiero triste del divino, l’aracnide ostile che non doveva essere ma che essendo sarebbe resta in traccia. E l’altro pensiero era il bello, il buono, kalos kai agathos. Per questo il suo spirito aleggiava sulle acque. Come su ruscello senza abisso, ma l’abisso era il pianto. E allora il verbo arresta. Necessità. Necessità. Amore. Libertà. In giusto ordine. Perché l’Artista sommo crea, crea cioè pone in essere. E qui vi è l’atto creativo divino dettato da una volontà libera che è l’amore. E sia la luce! e con essa le promanazioni di Dio, ovverosia gli angeli. Messaggeri, taumaturgi, misericordiosi, combattenti. Promanazioni delle qualità di Dio, cori sonanti e musicati, canti di giubilo. E c’era la Luna che sono gli angeli strictu sensu, riflesse immagini nell’acqua cristallina ove aleggiava, che sono coloro a noi più vicini perché voti incompiuti, inadempienti, luna venere strabica e nella strabicità ha perfezione. E poi Mercurio ed i combattenti Arcangeli, per fama e gloria, bagliori e fragori che cantano e luccicano, Hermes che è Gabriele, medico Raffaele, generale Michele. Poi Venere che volteggia e canta e sono Principati, sommo gaudio d’immenso. Poi il sapiente Sole, e sono Potestà, spiriti di Saggezza, cantanti e danzanti in triplice corona. E poi Virtù, bellicose, che sono Marte e che sono eroi, danzanti in una croce luminose, le Gemme altere e pure, come essenza di minerali, nelle varie gradazioni. Poi i puri, catari, Dominazioni, in Giove, e dalla purezza la possenza della mistica, che danza e canta colla scrittura, aperta a chiare lettere ed è la parola più sincera, impressa lettera a forma d’aquila. Perché dalla scrittura e con essa combattono per la verità. E ciò che è scritto rimane ed è la Giustizia. Il pianeta possente è possenza d’estasi e l’unica divina Verità che vince la Legge di sabbia e di cristallo. Ancora l’accesso più alto, e che è Saturno-e qui è l’origo del Giardino-, gli spiriti contemplativi che sono Troni. I fattori del mondo, le parti migliori che ungono l’alma e nell’alma si innalzano. E v’è corrispondenza tra Giove e Saturno, tra questi, doppio volto della ascesi, contemplativo ed attivo, e l’azione vivente delle Dominazioni discende dalla purificazione dei Troni. Poi le luci accese in un cielo fulgente che sono i Cherubini, spiriti del trionfo, quelle luci corazzate e limpide, ove corazza è ciò che mostra la potenza infinita di Dio e la sua eterna gloria che mai tramonta. Stelle Fisse! Nulla muta e nulla diviene, eternità della parola. Ed ecco la musica divina, somma genitrice dell’essenza, nove cerchi concentrici che rotano attorno un punto, mobilità statica e non dinamica, flusso etereo ed intramontabile. Quello che la bocca tace è splendore del canto, i Serafini. La luce si fa musica in ondeggiamento dialettico e tripudio intenso, e tutto qui si raccoglie. E poi l’Empireo, la Rosa Mistica, il clamore che diviene grazia e femminea grazia, ciò che oramai non può descriversi, né dipingersi, né musicare. Ed ecco che qui ritorna il concreto. Ecco Dio, che è materia e che è energetico vigore genealogico et energetico flusso creativo. Ed ecco che è la luce, così descritta, quella luce che promana angelica ed è Spirito Santo, doppio vettore, di qualità di Dio e di contatto et etiam voce sua e sussurro del vento, alito ancestrale, pneuma, sollievo sospirante. Ed ecco il cielo che è luce, e che separa dall’incubo degli abissi. Per poi far emergere ciò che ogni altra cosa contiene e che è la terra, ed ogni suo abitante, con le caratteristiche perfette nell’imperfezione, e contenitori del tutto anch’essi, scintille del divino ma serventi. Ecco che Dio che è anche corpo crea il suo corpo di belve, clorofille e terre emerse ed è in esse perché in ognuna sia custodito l’infinito. Ed ecco infine l’uomo, che ha le medesime qualità del divino, a sé somigliante. E plasmato in creazione, non creato per mezzo del tuono candido delle parole come tutto il resto. Plasmato a sua immago e superiore anche agli angeli tutti, lux dei. Con un corpo proprio, con proprio spirito, e con propria anima e tutte derivante dal creatore. L’uomo che Dio ha modellato con le sue mani è suo respiro. E poi la donna ribelle e poi l’altra del suo fianco e la tensione d’assoluto. Lei che in duplice natura è angelo che tutto abbraccia e che a Lui conduce l’uomo. E l’uomo nomoteta come Dio delle creature e delle terre e finanche degli stessi abissi dà con voce e canto suo valore al corpo di Dio creato, nominando dà valore a minerali ed essenti immobili e mobili, nominando dà valore a quei frammenti dell’infinità del divino. La voce di Dio è il canto che crea, la voce umana quella che dà valore e che tutto canta stupendo e che tutto custodisce di ciò che è fatto ed a cui il divino stesso accompagna sulla via per mezzo degli angeli, per guida dello spirito illuminando l’alma umana che risplende e risplendendo illumina a sua volta nella custodia e nel concedere per grazia valore. E se gli spiriti angelici hanno libertà tal libertà è dell’uomo e della donna stessa ma maggiore per loro stessa fattura. E la libertà è ciò che conduce l’uomo a scegliere quale donna seguitare, e se dare o togliere valore alle cose ed agli essenti e quindi a sé medesimo. Se di sé aumentare valore o toglierlo, agli altri togliendolo, se distruggere il giardino scegliendo l’abisso e perdendosi in esso o se rimanere illuminato dal divino spirito ed esso seguire liberamente. Ed anche gli angeli ribelli, un terzo d’essi, scelsero di guardare verso l’altra sponda, ribelli al fattore e precipitati da Esso e dai fedeli nell’incubo suo, nella sua tristezza. E in tale tartarica tristezza incatenati. E dall’abisso a richiamare l’uomo ad essere lontano dalla luce. e dall’abisso ancora a convincerlo che lui è ombra perché la sua ombra vede ma può essere luce, e con tale finzione l’Avversario e i suoi distolgono dalla luce l’uomo, e gli tolgono valore. Invidiosi dell’uomo e della donna conducendoli in perdizione, con l’illusione, in tutte le sue forme. Perché illusoria è ogni essenza di quel terzo malvagio, dal divenire et tempo, alla caducità, alla malattia nelle sue diverse specie ed alla violenza bruta e d’ingegno. Mentre l’uomo fatto è per seguir la donna e tendere a Dio, e la donna per contenerlo e vivere in Dio. L’uomo e la donna sono le virtù di Dio da Dio promanate e tutte in essi contenute, quelle virtù descritte, proprie della luce, degli angeli, e dagli angeli donate all’uomo per il tramite dello spirito.
E l’uomo e la donna danno valore o liberamente possono toglierlo attirati dall’illusione, e l’uomo e la donna custodiscono o possono distruggere attirati dall’illusione ancora, e l’uomo e la donna posso seguitare il vero e veder il reale in sé e non nella sua illusorietà. In duplice via, l’una verso il creatore l’altra verso il creato, ed ambedue per gloria del divino. Timor di Dio per il divino e Pietà per simili creature, e quindi Scienza delle stesse e propria Fortezza, e quindi Consiglio per i simili illuminati nell’Intelletto dalla terza Donna, Regina di Sapienza, e che conduce l’uomo stesso alla Sapienza. e ciò per la gloria di Dio. Ed anche il diletto pel creato e delle creature e dei simili, tutto è ad essi uguale e tutto tendente in spasmodico Amore, o in meditato stupore. Ed Amore agape che tramite l’eros brama ciò che manca, e seguitando la lingua prescelta e che è la Nostra, quella di chi scrive, della Terra di Saturno, lingua primigenia della italica stirpe. E per dialettica etimologica di genere che sintesi etimologica genera, ogni nome maschile è ciò che cerca ed ogni femminile ciò che è cercato per il raggiungimento d’Equilibrio che è razionale et maschile ed ha per faccia irrazionale e pura l’artistica Armonia femminea. Come ad esempio, et sommo esempio, Amore maschile cerca Bellezza femminile, e via per ogni cosa chi cerca è uomo e chi è cercato donna e tramite la ricerca incontrare Dio, ed ad esso tendere. Tutto per ogni parola, la Scienza lo Scienziato, e l’Arte l’Artista, e via di seguito. E tutto ciò saliscendo la Misteriosa scala del femmineo. Amore, mosso da Desiderio e Sentimento, salisce i gradini, Ricerca, Follia, Verità, Matematica, Scienza, Sofia, Libertà, Perversione, Responsabilità, Timidezza, Poesia, Giustizia, Intelligenza, Apparenza, Felicità, Morte, Bellezza. E al culmine la vetta: Armonia finale.

Dopo i fatti: salto quantico -1

“Scenderemo nel gorgo, muti”. 2005, ad un anno dai fatti noti. Muta, 2004 e lo sbalzo quantico. Scomparsi in regressione. Si indaga. Scoprire qualcosa per puro caso e per disagio esistenziale, mistero del dire in proporzione austera. Scoprire per caso, è ciò che rompe la causalità nel processo intuitivo, l’uso fatto da Philadelphia ‘43 all’MK 70 e poi al girigiogo estremo del 80-90, e poi a seguitare col 2000 da novembre a marzo del successivo anno da JT. Li analizzeremo ma bisogna partire dal negativo speculare. Diremo quasi sia avvenuto prima del 1936. Gran trambusto nella perdita definitiva della linearità giudaico-cristiana che era tomisticamente un orientamento per descrivere il reale, viziato, viziato dalla caducità. Ma essa comunque andava descritta, per farsene, come dire, una idea. Ma i tempi sono maturi. Le date confuse. Verrà poi il 2013. Ma dopo, cioè anzi la venuta dell’oblio ditirambico. Per dipanare il dedalico suono voi seguite la numerazione. Cerchiamo di dare ordine, intuitivo ovviamente. L’intuizione è ciò che precede la verifica e poi tutto si immerge nel calderone deduttivo. Ma andiamo per gradi, ripeto. 13 ottobre.
Le indagini affidate a MS, passato più di un anno e nulla di fatto. Il silenzio domina per evitare interferenze e c’è quel mistero del ’98 della comparsa dal nulla e della subitanea disapparizione, persi nei meandri dopo essere sedati. Quasi sembra si tenti, nonostante il silenzio e la discrezione, di deviare, distogliere, affidare ad altri. Ed MS lo sa ed oggi non cerca direttamente loro seguendo piste che gli sono congeniali, linee investigative tradizionali. Sa che c’è del mistero. Scavando nella vita. Nulla di concreto i due. Poca roba. Ripercorrendo a ritroso non c’è storia eufemica. Nulla di nulla. La cartella, la cartella del ’98. Sa che lì è la chiave. Lo percepisce come incauto elemento essenziale. Ma parliamoci in maniera chiara, limpida, dolce e cristallina. Il caso non è più suo. Solo primo intervento. Nel giro di un mese gli è stato tolto. Da chi? E soprattutto, perché? Agisce in proprio, quasi ossessionato. Una cartella con due righe ricuperata in gennaio, a seguire due fogli stracciati. Purtuttavia l’ossessione continua, continua perché nel suo ufficio è pervenuta quella misteriosa ed a tratti infantile poesia dal sapore di filastrocca e cantilena. Mitomane? O è lì la chiave. 18 di luglio. Busta gialla. Ad MS.
“La chiave è il motociclista.
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Colto sul fatto
da solo fritto.

Colto sul fatto il nostro amico
cadde pensando a ciò che dico
e se sul fatto non c'era niente
comunque lui avrebbe taciuto.

Era un ragazzo timido commissario,
lo giuro.

La polizia chiuse i battenti
ma scovò nell'aria altri incidenti

ergo riprese i battenti,
scavò nell'aia e trovò i suoi denti.

Il commissario più adirato di prima
prese i ragazzi per uno spalla,
tra un caffè e una sigaretta
passò nottate senza vendetta.

La povera Lucy fu poi interrogata,
fu poi chiamata
in quella stanza tanto,

troppo buia.

“Cara
cos'è successo? cos'è stato?
sono tanto adirato”.

Erano intanto le quattro di notte
e il commissario con disincanto
scriveva tanto e leggeva poco
non c'era nulla nella sua casacca nera
tanto la verità la sapeva già dalla scorsa sera.

La povera Lucy, la cara amica
era stata chiusa in cantina,
torturata il giorno appresso
e il commissario giocò il suo asso:

fatta la sera, fatta la notte
venne l'alba un'altra volta
e il commissario restò a guardare
cosa c'era nello scaffale.”
Banale e quasi deandreiana, deandreiesca, c’è assonanza con Bocca di Rosa. La stanza del monolocale di MS è tappezzata di ritagli di giornale e fa bella mostra questa cantilena. Ci deve essere qualcosa che sfugge. Scindere elementi, cogliere eguaglianze, secernere congruenze. Lucy? Motociclista? Cantina? Ed analizzare la cantilena. Ogni parola deve avere un senso. È come fosse un messaggio cifrato, ne è sicuro. Lo compara con la canzone. Ne studia i personaggi, le situazioni. Scaffale? Cantina? Cellardoor! Tolkien. Scaffale-fascicolo. Fascicolo manchevole, cioè cosa manca nel fascicolo, la parte stracciata della cartella. Motociclista? Andantino e distrazione, fumo negli occhi, estraneo, chi si occupa del caso togliendoglielo ed occultando. Commissario, è lui, MS. Lucy-Notte-Sera-Alba. Lucy-Marinella-Muta quindi. “Ragazzo Timido”-compagno di Muta scomparso. Riprendiamo Sera-Notte-Alba, connessione con le stelle e col fiume. Dal fiume alla stella. Piegatura dell’estrella. Adirato, per il mistero? Incidenti nell’Aria- il volo nel fiume? L’Aia il Giardino-quale?- Denti-Tasti del Piano. Tortura-Disagio Esistenziale, ovvero paturnia del sé. L’Asso- il Gioco. Prese i Ragazzi per Una Spalla-una sola? Quindi Spalla sta per colui che è accanto, nel significato teatrale. Opera, messa in scena. Chiuse e Riaprì i Battenti-quindi indagine in proprio. Ma c’è qualcosa che manca! Ma c’è qualcosa che manca? Lucy-Muta, colei che dà la Luce-la luce plasmata dal fango. La Creazione, creazione che si sposa con messa in scena. Quattro di Notte-ora della scomparsa. Sommatoria delle due e delle tre di notte meno uno, che è il fattore manchevole. L’alba viene nuovamente. Quindi si scopre il mistero. Sera-Notte-Alba, Alba che nuovamente viene, cioè che è già venuta e che dunque è il punto di inizio. Manca l’Aurora. Dall’alba si comincia, ma la verità si sa già nella Sera. Cosa avvenne la Sera. Cosa c’entra l’Aurora. Aurora prima luce del mattino. Venere. Aura anche? Amico-Ragazzo Timido. Mmh. Che Comunque Avrebbe Taciuto. Avrebbe Taciuto, cioè sarebbe congiunto con Muta. Interrogare la luce per trovare il fango, cioè Muta, fare domande a Lucy. Scriveva Tanto Leggeva Poco-i fogli stracciati e le deposizioni. Colto sul Fatto-Fritto-Aurora (che manca). Tempo!!! Fatta la Sera, Fatta la Notte Venne L’Alba un’Altra Volta. Si inizia all’Alba e si finisce all’Alba e manca l’Aurora. L’Aura, Eos, Eos+Selene, e la composizione, rime baciate. Ryma, la ragazza suicida. Kymery l’Aurora, Chimera a cavallo, la Chimera è il sogno, l’utopia ma anche l’essere mitologico, testa di leone, corpo di capra, coda di drago e vomitante fiamme. L’Aurora è la fiamma, ovverossia la luce. Due suicidi. E due scomparse. E siamo alle quattro di notte, di nuovo. Il tempo, il tempo. ma rimescolato a caso. Chimera, cioè capra, e cioè luce, legata a Lucy, e abitante la Licia, terra di luce. Di nuovo luce. la verità la sa –la so- dalla sera ma all’alba che nuovamente viene resta –resto- a guardare nello scaffale ciò che manca e lo trova –trovo-, pur se manca. I fogli stracciati. Ed uno i Denti nell’Aia, ovverossia le stelle nel giardino. Ancora l’Aurora e Venere. Sa –so- la verità prima di saperla. Il Tempo invertito. E manca ancora qualcosa. Cellardoor, l’ingresso magnifico-più bella parola della lingua inglese- l’ingresso negli inferi, Virgilio e la Chimera, Vitriol, Capra, et in arcadia ego! L’ingresso agli inferi! Ma Kymery chi era. Come persona dico. Tossica. La droga, Colto sul Fatto-da Solo Fritto. Il cervello fritto, fatto, che vuol dire anche drogato. Fatta la Sera-Fatta la notte. Ovverossia drogata sino all’alba. E nello scaffale cosa manca? Ecco Tempo-Droga-Luce-Fango. Ed il Fiume. E le parole in Rima. Manca la deposizione. Motociclista. Come trovare il motociclista, che è la chiave. E c’entra con la droga, col tempo o con entrambi? Giocare l’Asso, il suo –mio- Asso. Messa in scena, una messa in scena. Un gioco. Giocare l’asso, avere l’asso nella manica. Giocare il suo –mio- asso. Cioè barare. Barare per trovare il motociclista. Lui –Io- la Verità la so Già Dalla Sera. Non c’è Nulla nella Casacca Nera. L’asso nella manica manca. Quindi barare per svelare la messa in scena. E qual è la messa in scena? Ciò che si nasconde. Che non c’è. Un Re Senza Corona e Senza Scorta. Manca il riferimento, eccolo, manca il riferimento tra cantilena e canzone, quindi è questo. Il Re, la carta. Il Re è l’asso nella manica. Senza corona e senza scorta. Ecco, ecco. Collegamento con Muta. Presenza. Quando? La luce, l’alba, il millennio. 2000. 2000 è il Re che fa la comparsa, se sera è ’98 e notte ’99. Il Re-motociclista che era già-già sapeva la sera cioè il ’98- fa comparsa all’alba del millennio -2000-. Alba che torna di nuovo, circolo ritornante. Il motociclista fa la sua comparsa nel 2000 con Muta. Ecco dove cercare!

Conformazione

Tremo innanzi alla ricchezza,
ho terrore del potere

mi sento un umile artigiano
delle parole,
un bambino che stride e piange
lacrime d’assenzio
nel suo silenzio smorto


De substantia corpore, anima et spiritu: immago dei, visibilia et invisibilia

Se nel vuoto del mio silenzio sospira una viola in tumulto è l’universo. Candida speme! Nell’introito che dialettico si impone quando in principio era, ed è tuttora, il Logos, il Verbo detto e creativo, e noi dicenti a sua immago. Scossa ancestrale fu l’uomo nella sua essenza che è substantia, nella sua forma corporale, nella sua emanazione in dire e fare, poeta e artista. Cenere è ciò che ritorna, ingraziato dal femmineo ed è sommo amore quel che resta ed è ombra ciò che vivifica la luce e nell’occultamento la esalta. Ombra fallace ed illusoria se la si seguisce come reale, parte del mistero se la si vede come dono. Immenso dono di Dio. Gli angeli non hanno forma ma sostanza e quindi non hanno ombra. E l’ombra è ciò che il nostro corpo imprime nel ricordarci che non siamo solo luce, non semplici emanazioni ma completi in riscossa. L’ombra ci rimanda alla nostra completezza, è una parte che ci ricorda d’esser corporali e ricordando ci fa risplendenti e risplendenti illuminanti. Ma se come ciechi, stolti, guardiamo ad essa e la ergiamo ad una realtà possibile, dimentichi diveniamo di tutto il resto che non è corpo. E così del corpo facciamo idolo, e tutto il restante è miscuglio organico, miscuglio meschino che ingloba in sé alma e spirito. Il corpo ci ricorda che conserviamo in noi l’essenza, una, l’immortalità. Ma se noi stolti ancora studiamo l’orma e dall’orma ergiamo templi al corpo e svuotiamo la scienza dicendola empirica et positivista e svuotiamo la teologia filosofica dicendola filoprotestante et illuminista diamo luce al corpo nostro e non al resto. Il corpo, il corpo! E se l’ombra è un rimando all’etereo eterno Massimo Fattore ed alla nostra stessa essenza, da ciò svuotata di noi non resta che il segno impresso. Come fugacità l’ombra scompare e disappare per fattura della luce, di tal guisa l’orma è divorata dall’acqua e se ne cancella il ricordo. Più alta orma stampar? L’orma è il nostro peso e se il peso è corporale di noi non rimarrà che la mediocre esaltazione di sé, l’etalagia del corpo. Se invece come per l’ombra riempiamo d’alma il corpo, l’orma nostra è quella spirituale, e spirito resta perché da spirito ben più alto è mosso, quello spirito dolce colomba d’umiltà e promanazione di sapienza e carità che irradiando l’anima ci rende fulgidi e radiosi a nostra volta.
E dal corpo si cominciò. Sommo Artista Creatore Facente prese il fango per modellar l’umana stirpe, Egli essendo sommo in umiltà la sua creatura volle fosse umilmente somma, dono lezioso, amorevole et accorato. Modellare il corpo ad immago del corpo suo, et del mondo et dell’universo intero. E il mondo è terra e terra è fango quando inumidita dall’acque, e così in prima mistura già fece preparandosi all’opra e l’acqua e terra et epidermide dunque la seconda et acqua abisso tenue, perché nell’homo restasse l’orma delle sue lacrime che, ad acqua così ad essa intrisa, nel profondo come linfa e come sangue che tutto move e scuote, restasse nella sua creatura la stessa Sua nostalgia d’assoluto, lo stesso baratro d’abisso, impresso nel sangue. E terra, l’epidermide, vello dorato per il suo lavoro, per il fatto in potenza. La terra che madre è profonda e che donna è profonda e che come l’uomo ricopre col mantello la ragazza per difenderla alla stessa maniera e nella stessa inclinazione coprì dal freddo con pelame rado e biondiccio, e come donna in sé coperta il fattore fece intarsio a tale pelle umana abbellendola in magnificenza. E fu madore per secernere l’umido in eccesso e così le due sfere oculari da cui sgorga rimpianto e rimorso, e tristezza per l’abisso. E sangue è abisso perché, come per orma ed ombra, l’uomo libero scegliesse di suo la sua strada e la sua felicità, l’uomo libero scegliesse amore per esser tutto libero. Ma se la scelta fu diversa, maledetto il fango tornò alla polvere e fu cenere, ed in ciò tornò per spegnere superbia. E per spegnere superbia, di cui terribile è superbia violenta anche detta sanguigna, imparasse il dolore e la fatica. Ma quel sangue d’abisso, che resta oggi e resterà sin la parusia, fu in seguito lavato dal Fattore stesso che si fece, mistero d’amore grandioso, fattura. E sangue del Fattor-fattura ogni colpa lavò tranne la scelta ed insegnò dolore e redenzione, ed insegnò amore edenico per creatura e creato e quindi per Dio, et acqua del Battista e sangue del Cristo tutto lavarono quando disceso negli inferi all’homo insegnò d’essere ancor più a Dio vicino. Ma l’immensità d’amore dell’Amante che si fece amato a che l’amato l’amasse e amasse ciò da cui egli proviene fu a tal punto grande che in sé definizione d’amore non mutò, perché in amor non v’è comando ma erotica pulsione, libera scelta. E quelle tracce d’abisso lavate furon restando la possibilità all’uomo di scegliere ancora l’Avversario ed il suo terzo, come avvinti dall’ombra et illusi. Ma in quel sangue et in quel corpo immolato grande via fu indicata ed immenso mutamento a che se Dio prima parlava faccia a faccia per tramite degli angeli suoi, quel tempo parlò in sé e per sé di sé, e tragos fu lui stesso. Mirate la cacciata edenica come l’amante deluso pel tradimento dell’amato. Deluso e subito riappreso che comunica per profeti e per re, e per i primi spesso inascoltato, che grande scossa d’acqua diede dalla terra di Saturno, che irato d’amore pel tradimento scegliesse homo per homo et donna per donna una guida, ora profeta ora re che a sé l’umana stirpe riportasse, a sé, alla terra et all’universo tutto. E fe’ castighi anche di foco. E le guide mai ascoltate anche se in trono, e la Giustizia della sua bocca ignorata. E allora guida più grande mandò, che non è angelo né altra schiera, che non è homo sovrano et legislatore et giudice per compier sua azione, che non è homo profeta per parlar direttamente, ma egli stesso si fece homo. L’amore per l’amato è farsi egli stesso amato, e qui è la sua libertà. Oh maraviglia! Quale essente animato, clorofillico o minerale o istrumento tanto fu amato da sposarsi in sé. Quale fu tanto amato da essere raggiunto non più a parole né a fatti ma in sua stessa specie! Come chi ama e abbraccia la sua ragazza e nell’abbraccio è lei, o chi la sogna, o chi divide nello stesso piatto dolci e vivande, quale essere fu tanto amato da assaggiar l’ambrosia e bere il nettare nello stesso piatto dell’Uno eterno!
Fatto che fu l’impasto occorreva il sostegno, e le travi di Agarttha furon prese et le rocce possenti della terra emersa a che fossero tessuto connettivo di quel fango e lo reggessero nel peregrinar, e dure fossero le ginocchia a che inchinato e genuflesso desse lode e lodando con preghiera e canto, e preghiera e canto ben più gradito dell’angelico perché fatto su dura pietra impressa di cui le luci di Dio da sole non son sprovviste. L’ ossa umane sono l’ascesi dell’uomo, il contempalar il divino. Chini a gran voce e suono. E retti in piedi con le azioni che in libertà posson essere simili a quelle del Creatore. Ed in principio l’homo a sé bastevole perché anche donna fatta di tal guisa e che è Lilith, ma donna ingannevole e senza merito e senza colpa, avvinghiata dall’Avversario voleva esser Dio ed esser homo et anche angelo, e punita non esser né l’un, nell’altro, né promanazione. Ed avvinta dall’avversario e respinta dal creatore, da ambedue ripudiata ed ancor oggi a vagar perché in Superbia volendo tutto perse la progenie, che ora insidia come dragone con la Vergine. E quindi dopo i fatti l’Infinito amore diede compagna dall’osso stesso, perché sia solida essenza, roccia che a Dio conduce l’homo, dal fianco perché come costola protegge il cor che è foco e dunque, come detto, accanto all’homo lo guida verso Amor mai spento, solidissimo ponte; salda in fede contro le serpi, colma di grazia, ad imitatio dell’umana madre di Dio. Ovverossia Sapienza e Regina e Amore, donna aggraziata che non si farà avvinghiare né sedurre dall’Avversario ma lo pone sotto i suoi piè e perciò stesso scelta come madre del Creator-fattura e Madre potente, ed Avvocata della progenie umana perché umana, e dispensatrice di Saggezza. E dopo l’ossa fece un cuore prendendo foco dalla terra, e quel foco fu donato ed è motor d’amore che sussulta e regola l’eterno e che legifera come roveto, sempre mosso da amor che guida il giusto. Ah l’Avversario, che angelo senza foco né potestà d’imperio trasse in inganno l’uomo col nettare del fico, col pomo di discordia e disse, doppio nell’intenzione, tu donna e tu uomo mangiate il frutto in conoscenza, ed inventò Prometeo e disse che lui era tale, che rubato aveva il foco per l’homo e per la donna. Ma quel foco del pomo era già della fattura splendida e lui in invidia lo disse perché quel foco uman bramava. E diede seducendo pomo di conoscenza per condurre l’uomo all’idolo dell’ombra e non più il palpitare cordico scandì l’eterno ma la caduchezza spoglia del divenire, la caducità del mondo, il divenire che ci ingrigisce e ci distrugge. E logora il corpo! Quel corpo che però come immolato il sangue da Fattor-fattura diviene eterno e in ciò resta, nel mistero dell’union col sangue stesso e per l’eterna vita ci custodisce. Poi i nervi e tutte le diramazioni che sono contenenti dell’ispirito nostro e che ne son sorgente e moto, elettrochimica che modulando tutto dirige. E dal vento che dirada il foco li prese Iddio, perché non son liquame ma vapore diramato e sorgente ed in elettromagnetismo consenton comunicazione. Per bocca presa da costiere e tutta di stelle bianche trapunta, stelle bianche denti e infinite di sabbia sgorgano da lingua battente percussione, da corda vocale tesa come lira, e da soffio lieve il fiato e magica orchestra è la parola umana nomoteta, valente, valorosa e dispensatrice di grazia, di suono e canto e di preghiera che è somma delle prime, quando accordata, se non in dissonanza avversaria che produce maldicenza ed ingordigia. A guisa delle mani che come quelle del creatore plasmano e creano opere in magnificenza e strumenti et utensili. E le mani prese dalle selve, dalle savane e dai boschi, dalle giungle e dalle foreste e dalle belve ivi abitanti, a che dipingessero mistero, a che raccogliessero frutti e cibarie preparassero, a che lavorassero, a che scrivessero lodi infinite al creato ed al creatore. E gli occhi umidità, luce degli angeli emissari di gioia e di lacrime nostalgiche dal firmamento. E le orecchie che ascoltando imparassero, come guardando e come toccando e dicendo, ma più in profondo perché in alma umana risuonasse la voce divina. Ed esse infatti presi dagli echi tra le rocce, e nell’ascolto rendono roccia l’uomo. Il pneuma infine, soffio vitale che dà forma alla scultura, preso dall’empireo e dall’etere dunque a che lo spirito promanasse, dai sensi descritti e dalle parti corporali e a questi trascendesse, come sospiro che trascende ogni essenza corporale. E qui è l’anima, nell’etereismo dell’homo, il dolce ricettore, nell’organo che ascolta gli odori e che respira e che tutto del corpo santifica e quindi santificando nel corpo gli elementi e della terra e del creato, e quindi del creatore. E tale etere è completo, e tale è l’alma, sorgente d’infinito che se nell’homo e nella donna è in ogni frammento, frammentata è nelle belve e clorofille. E l’alma è vera e potenza ad un tempo, così che investe lo spirito e lo esalta e lo pone in atto a che attraverso il retante sia manifesto, nel respiro dà refrigerio ai nervi, assioni e sinapsi, d’ossigeno ricolma il sangue e infiamma il core.

18 novembre 79

Due giorni nelle caverne! A fiotti e stracci accampati trentotto tra uomini e donne, queste dodici e in più i bambini, pochi e non contati. Alcuni morti pel freddo, gli uomini. Quel giorno si diressero non verso la spiaggia ma per i cunicoli che avrebbero dovuto condurre alle tenebre, al di sotto di ciò che è o che agli uomini è velato, ove Orfeo non riuscì a salvar la sua Euridice ed ove Persefone ha in quei giorni freddi appena varcato il guado d’Acheronte. E la flora non è mai come in questi giorni di fuori. Castigo divino del caro e lieto monte gentile. Quel cunicolo aperto nella villa del primo Imperatore, quel mistero che tanta ala diede a Virgilio e tanta fama, e che lo stesso trovò cercando altro e fece edificare. Alla ricerca del pozzo della Sibilla che egli situò ove i flutti-ah ricordo di fiamme del 13 e dei terremoti, della sabbia, dei pulviscoli, di ciò che rode e distrugge, e poi il frastuono al di fuori, e chissà il resto, chissà se è finita, da ieri alcun romore, ma esisterà ancora il mondo?- dicevo, dove i flutti bagnano il Flegreo e dove Averno è collocato tra gli uccelli malvagi e il mefitico Stige. E quel Virgilio seppe che ingresso altro era e più glorioso, da foce del Sebeto che irradia con scolo grazioso il Castro di Lucullo che sin quasi al Flegreo stesso si estende ed ove conservate sono le opere scampante all’incendio falso di Alessandria et altre ancora, raccolte dal centurione cesareo prima che i sudditi di Cleopatra vi irruessero per salvar a loro volta gli altri, riuscendoci. Quel centurione assoldato e ritrovato in terra egizia senz’armatura e come profugo, coperto di stracci verdi e decorazioni inusuali, inattuali gli scippi e delle stelle che chiamava gradi ed armato di bastoni tonanti, che a raffica o in singolo frastuono rombavano alla guisa del gentile monte. Assoldato e promosso da Cesare in persona a ricuperar i volumi e rotoli e poi a bruciare le stanze vote del Museo. Certo non riuscì a trafugar tutto, ma quello che gli serviva. Ma quando un dì disapparve così come era sorto, dal deserto, lasciò tra le dune il semovente che egli con guizzo di mano movea senza alcun traino di belva o umano. E di lì i volumi furon trasferiti al Castro e conservati assieme a mappe strane del centurione e a trascrizioni incomprensibili e barbariche in caratteri latini. E tanto ivi lesse il poeta accolto da Mecenate che soggiornò in Città Nuova con fama di mago e nei territori agricoli vagava come un matto per ritrovar quel varco che credeva accanto alla villa ottavia e che l’imperatore tanto finanziò e tanto dispese di propria tasca e fantasia e desio a che fosse trovata la vera origo, che scrisse in terra troiana ove decise di dipartire senza trovare e prima di salpare dalle terre brindisine morì ripensando e morendo chiese di esser sepolto nel Giardino del Mondo dopo averne dato istruzione ma frainteso fu ubicato in loco altro. Costui nel cercar l’origo della gente di Roma aveva trovato ben altro, l’origo dell’homo in quel Giardino, di cui le indicazioni sono sperse ma che in tre fiumi si dipana in uno sorgendo zampillante. E subito morente disse dell’errore, e di modificar il testo che narrava le gesta del figlio d’Anchise e d’Afrodite, e disperato per fatica volle bruciare ma fu frenato e all’imperator ciò restò, più il mistero. Ma quelle genti nelle grotte sapevano del mago folle ed autorevole per conto degli avi e s’addentrarono a cento spanne dalla sorgente sebetica nella villa imperiale e lì trovaron rifugio dai lapilli.
Ed il 18 più in dentro giunsero temendo, sempre per racconto degli avi, di giungere all’Averno e allo Stige nubiloso, o peggio in bocca ad Ade direttamente, ma temendo nasceva la speranza elisa di quel giardino dimenticato e fu la luce che più li smosse verso oriente e poi a sud e di nuovo ad oriente, ai bordi della cascata. E lì videro come pioggia riflessa al sole la cascata d’Eolo e la luce tenue più dispersa ma più lucida ed un’uscita de’ tre fiumi incrociati in uno et il giardino che sembrava immenso e che era intatto al fracasso e che era il mondo nuovo e che fece ben presto dimenticar la ruina, l’ala palustre, l’acquitrino. Come in bolle sorgiva era la cascata e come tra l’oppio i sensi loro più scoscesi nel salire e salendo maggiormente ancora inebriati. Se quello era mondo il monte gentile aveva donato, per grazia del Padre divino, loro novo loco, se ancora viventi eran -come sentivan percependo sé, la pelle propria e l’altrui, ed asciugando lacrime di gioia- e non nei campi Elisi.
Quel campo era ai più ignoti e palustre detto così come ubicato nelle cartine ma la paludosa sfoglia che l’avvolgeva e che i legionari sapevan accanto a campi abbandonati ed altri con poca cultura, serbava un loco estasiante e corazzato da cherubini in sembianze d’uomo e luccicanti e gloriosi, e vino a flutti, e tenerezza e gaudio, e perduta Arcadia come si dirà un giorno e ricercata poi dal Petrarca e da Dante posta a vetta di monte purgante, ed a ragione. E come Thirassia cacciatrice mostrò al viaggiatore stanco secoli appresso la via che nel racconto è descritta ed in visione nel quinto passo che riporto,
“uno specchio fluente d'acqua, sgorgava triplice da una comune sorgente e finiva su un corso maggiore di tre affluenti che erano il core e ragione che pacata e quasi lacustre ondeggiava a mo' di docile ma possente chiarore solare in sé riflesso. Il sole coi sue raggi, tutto nell'immagine di quell'acqua sembrava dominabile, la paura smorzava ed era freno alle passioni, ma un freno che non si percepiva, che esulava pensieri folli senza che me ne accorgessi, li rimuoveva e sembrava quasi non ci fossero. Più imponente l'istinto, travolgeva ogni cosa, contornato di dieci costellazioni e una stella maestra che lasciava incompleto il pensiero. Ma il godimento era immanente. Si assaporava l'impeto e la paura assumeva una forma manifesta. L'abisso. L'insondabile. Gusto gotico e tetro, acque fosche, nubilose, sembrava fossi di nuovo smarrito. Finché non sopraggiunse la graziosa sintesi, il terzo corso, pacato e ardente ad un tempo, dal riflesso selenico, in penombra da un colle scendeva lieto. Cos'era? Un che di strano e piacevole, una scintilla sapiente e sensibile. Indefinibile, inenarrabile. Piansi immaginando le sue lacrime. Liberazione fluida, singhiozzo tra giulivo e triste. Luccichio improvviso. Come una bestiola che trascinava la terra sotto i suoi piedi e rifletteva l'Uno e il molteplice. Silenzio rotto da tale scuotimento interiore, frastuono non udibile, interno. Caddi quasi morto e dovetti porre le mani alle tempie per far cessare questo suono che pareva diabolico. Clessidra contenente liquido. Lì dinanzi a me lo sgomitolare da matti, lo sgusciare del tempo. E lei si manifestò per la prima volta così, ne ero certo, ne sono certo. Lei era il tempo. Rinchiusa in quel contenitore opaco di vetro era prigioniera, e rendeva noi servi. Una prigioniera che sottometteva. Fino a quando non si ruppe il cristallo contenente. E sprigionò potenza somma. Tutti i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni mi investirono. Era quello il terzo corso d'acqua. Il tempo, così chiamato, così definibile se lo abbiamo a portata di mano, rinchiuso in un involucro, di modo che ci sia parvenza di dominio. Ma a tenerlo in ostaggio, in realtà, è lui che ci domina. E lei dunque doveva essere liberata, e lo fu. La mia mente atemporale anzi oltre il tempo, era tempo e allo stesso momento lo trascendeva. Moneta a doppia faccia. Voce bassa. Sembrava dirmi alza gli occhi e guarda, assapora questo suono che diviene quasi un respiro. Io subito volsi gli occhi ed ebbi una sensazione inaudita, vidi il tutto e il nulla senza essere visto da alcuno e senza vedere alcuna cosa. Scorsi la dimensione di un punto, l'immagine dell'aria, la misura di una linea infinita. Dialogavano gli eraclitei opposti. Non era l'uno mutamento dell'altro, era l'uno l'altro se presente, e l'altro l'uno se questo assente, ma l'assenza richiede astrazione o per lo meno intuizione di una eventuale presenza, e la presenza lascia immaginare l'importanza di sé ponendo la mente ad una eventuale perdita di essa e quindi ad una assenza. E se non esistesse assenza? Sarebbe solo una manifestazione questa della presenza? Una presenza che non ha il mezzo adatto a manifestarsi potrebbe divenire assenza. E quindi il bene è in ogni dove, ma si presenta solo se ha un mezzo per manifestarsi, altrimenti è assente e dunque è male. Sottile si spezzò il cristallo dunque. Ed io chi ero? Nella manifestazione contemplativa era davvero frutto di illuminazione divina ciò che pensavo, o che provenienza aveva? Un pensiero strisciante si insinuò. Se fosse tutto opera del maligno? La mia missione, tutto, ogni cosa che da quando ero partito vedevo. Il senno era andato perso? Era nelle mani negli inferi? L'eresia. Ma no, non poteva essere, avevo dinanzi a me un'inaudita bellezza e non può la bellezza distogliere dalla verità. L'apparenza candida è frutto del pensiero immacolato. Nel mio vaneggio stavo avvicinandomi, dovevo accantonare le ultime remore e avvicinarmi. Ma come contenere l'acqua? Scompare tra le mani, ciclica va via ma tornerà. Così la sua immagine scomparve. Così la sua immagine, ne ero certo, si sarebbe presto manifestata di nuovo.”
Lì era l’origo dell’umana specie, l’inaccessibile Giardino del Mondo. E così, quasi come avvinti dalla felicità ma trattenuti dal riverenziale timore vollero accedere ma erano frenati come ad insudiciar di fango quella terra che poi del fango di lì attorno lor stessi erano fatti, ma non sapevano o sapendolo lo avevano dimenticato. E il piede primo di SAF volle varcare, e il fece e fu quel giorno che loco aperto fu et accessibile. E i quattro corazzati che eran due ma umano senso inganna fecer uscir trentadue più i bambini e la cascata si dischiuse da spada angelica custodita e mai, si disse, fu più aperta, se non di rado in percezione, come successe al viandante di Federico imperatore per mano di Thirassia -ed abbiam riportato il passo- e come accadde talora altre volte ancora, in limite d’assoluto a qualcuno, et come accadde a Muta ed al suo compagno nel 2004 in confusione e in altri casi ed in altri lochi contemplanti di Selendichter e come accade in dormiveglia intuendo l’infinito, o in improvviso innamoramento tutti scossi e statici. La cascata fu richiusa e roccia divenne ed imprigionato tempo e terra di Saturno. Cristallo restava ed è memoria, lucentezza ed è fantasia.

Il motociclista braccato: Summa Malorum ovvero narrazione salto quantico radical2 et in progressio numeris

2013. In viuzze frastagliate e scarne della zona pomilia MS non sì dà pace eppure è da tempo vicino all’obiettivo, scovare il nemico, il motociclista. Sa il punto esatto: “al di là dei due ponti e dietro l’architrave del sonno di un domani che non fu”. Questo il biglietto del 4 settembre 2010. Tassello dopo tassello ricostruisce, ripensa e rimodula, come lo scrivente nel narrarvi questi fatti, qui ancora da dietro le barricate, per narrarvi il simbolo che udite e che vedete e che in clamore cercate ed è questo nella mente sua, mia, nostra, lettori e lettrici. Cos’è la vita se non la lotta contro il male, quale altro scopo l’uomo ha. Respinge il male ma ne resta avvinghiato perché affascinato da quella sua ombra che rende il corpo un idolo. E non va al di là, non squarcia il velo. Il fenomeno innalza ed il noumeno elude o lo pone in sfera diversissima ed eventuale, non dimostrabile e quindi non conoscibile. Non ne scorge l’utilità del secondo e si perde nelle brame del primo, ignora che l’uno è manifestazione dell’altro e che l’altro è respiro del vento, ed il primo tepore mattutino. Quel dì fu tutto in cristallo et luminescenza-e le ricorrenti parti di noi medesimi-. E bracca il male per noi MS ed abbiate orecchi, ogni personaggio ed ogni contemplatio di Selendichter e degli otto e di Mabus e dei quattordici, come di Muta e di Thirassia, come dell’Anno Scolastico, è nostra battaglia e nostra fascinazione. Ed è ricerca della Verità. Come gli Unicum di Tacita Amata o Berecyntia, o Alma Incantatrice. E così gli inediti tutti Percependo l’Ardente Spirito Incendiario, d’Amore Servitude è Libertà, Tra Vero et Irreale Sciocco e Naturale, ed Arsi Vivi et ogni forma, ed anche il Romanzo A. che ebbe inizio e mai fine, e poi fu silenzio. Questa fine, e la luce entrò tiepida, questo inizio. Ed anche i medesimi di questo, scrivendo e tacendo ad un punto per tentare spiegazioni, ogni cosa ed ogni parola, assieme a trame e personaggi et intrecci et contemplazioni che dicevo sono frammento dell’umano, un frammento imperfetto e costantemente in bilico. Ma in noi è vera perfezione, Venere strabica, in noi è frammento d’assoluto ma ferini cadiamo, cadiamo e fraintendiamo, cercando la luce ed adorando l’ombra ci dimentichiamo, dimentichiamo noi stessi ed il Sommo Fattore e volgiamo lo sguardo di là, per poi rivoltarlo in questo balenare di lettere e parole e fraseggi e rime. E le altre poesie e scritti che taccio e sono sparsi. Ma tutto è invocazione del divino e qui è il vero, tutto è lotta contro quel terzo che è ribelle e glorioso, che è superbo e lussurioso ed avido e meschino, e preda del vizio e dello scempio e della violenza bruta e dell’inganno fatto con l’ingegno. Quel terzo vanaglorioso su tutto e di tutto bramoso lo conserviamo ed è nostro abisso, ed il nostro abisso è la malinconia di Dio, come dicemmo. Et i due terzi sono in noi completezza perché dipana il vero nell’intero e lo spirito aleggia sulle acque e dunque in superfice perché l’abisso, sin dall’inizio, ci è indicato come rimpianto e la vera apparenza è l’acqua bassa. Le nostre illusorie gioie, la nostra Etalage, sono lacrime di pentimento e pentimento che promana dalla nostra incapienza, dal nostro poco sapere perché poco si ama. Ed i due terzi sono il nostro infinito, il nostro assoluto ed il nostro intero. E se quel terzo non possiamo eliminarlo da noi che resti come resta nel Fattore, malinconia d’abisso. E non prevalga la parte minore prima che si spalanchi la maggiore aurea che è luminescenza e materia e che anzi contenga nell’intero come percorso l’ascesi ed il lasciare alle spalle non è, perché manchevole è il lineare ma saper scegliere l’intero è nostra grazia e nostra libertà. Se libertà prevale è tutta d’amore, se la usiamo per volgiarci indietro è arbitrio e dissolutezza. Lo spirito aleggia e noi consci che vetrinetta lacrimosa è l’abisso, colmi di gioia seguitiamo questo spirito che ricolma d’energia lucente e musicata l’alma nostra e ci ingrazia e ci adorna per la gloria del divino. Seguitiamolo e lasciamoci trasportar su navicella pel mare perché è sereno e calmo nella mitezza nostra e nell’umiltà, radice di ogni sapienza, e nella carità, radice d’ogni azione e nella fede che si palesa evidente e sgorga mentre noi guardiamo specchi ed ombre e ci scorgiamo capovolti o incatenati a caverne, prigionieri di noi stessi. E nostra fede è questa, che l’intero è Dio che vuolci partecipi di Sé medesimo. Ah fede grandiosa! Guidati dalla speme che è prima ancora che tutto dissipasse e disincagliasse come Pandora, Antartide, e Atlantide e Terre leggendarie sprofondate per quel tale Avversario e quel terzo seguitante. Ma in noi è speme che resta, e dalle rovine, come dodicimila anni orsono quando cataclismico Marsili il tutto dissipò. E tutto in caduchezza, e tutto arso o annegato. Ma non la speme da cui risorge fiore al tramonto pel mattino che verrà. Noi cadiamo nel terzo e tutto perdiamo come terre sprofondate perché manchevoli non vediamo l’intero ed i due terzi seppur di gioia ci colmano ci sono insufficienti e per cercar l’intero e completarci volciamci ancora indietro e seguitiamo il terzo, che non è se non illusorio. E tutto perdiamo! E tutto perdiamo. Ma la speme ci fa ricostruire ciò che perdemmo. Capiremo un giorno tutto ciò che siamo, intero noi e l’universo, il cosmo, il mondo, creature e minerali et istrumenti et elementi compositivi, et forma et substantia. Scorgendo la fattenza femminea e seguitando essa, sommo ponte che abbraccia l’anima a che saremo un giorno abbracciati all’eterno e tutti eterni, saremo singoli e molteplici, statici e dinamici, e quel terzo che ci fa apparir caduci e stanchi, malati, irruenti, meschini non prevarrà ma sarà assorbito nell’intero e tutto sarà a noi evidente e riprendendo il discorso chiaro e noi completi per intero e non atterzati e prossimi allo zero e sempre in ruina poi verso il negativo. E come noi composti del tutto siamo singoli e nell’altro siamo noi fratelli e sorelle e nel creato custodi in Dio siamo tutto assoluto e tutti assieme. Se vogliamo, se vorremo.
MS è lì al di là dei due ponti e prossimo ad assopirsi, cadere in lisergia per sostenere le fondamenta in penombra, e scorgere la figura del motociclista Avversario che insegue dal 2004 e dal ’98, quando in finale simile De Sanctis e la sua A spiraron ma il primo rimase folle e la seconda come Muta ed il compagno disapparì nel silenzio viva l’una, gli altri due nel semplice altrove silenzioso dell’anno secondo eguale al primo. Et etiam nel ’99 quando inseguendo la greca donzella RS e Pallade e contenente e contenitore e contenuto il giovinetto disparve in altro loco, tabula rasa ricettiva ed opere in chiaro scuro, e discorso a ciò proteso, e lettere a RM, e poi ritorno estivo ed infine novembrino stupore e scoperta.
E assopendosi ecco la moto, ecco l’Avversario. E subito ecco il viaggio astrale in riflesso di tempesta stellare
“NR YH 'BTRŠŠ W
GRŠ H 'A B ŠRDN Š
LM H 'A ŠL M SB'A
M LKT NRN L BN NGR LPHSY.

Alito inesperto
sul ripiano al furor del vento.

Urla arcaiche balestrali,
muschio, inebriamento astrale,
viaggio selenico e segugio
intarsiato nel metallo
a forma aguzza, dente felino.

È sulla spiaggia l'attesa.

PDN L'ŠMNMLQR
L'DN L'Š R ' ZP'L'Š
MN'B BN'BD MNB
N'BDTWYN BN HY
D RY BN BDGD
BN D'MLK BN H'B KŠ M'QL DBR Y.

Progresso progressive,
clastico calcareo anacronistico
nel proiettare immagini violette.

Paradigmatico l'incrocio
complesso ed epocale come adesso,

epica scissione psichica
della realtà sensibile
da quella intellegibile,
uniformità teorica
e superamento del quantico
e del relativo
nel flusso energetico imposizionato
ed ultratopico
presso l'orizzonte degli eventi
inaspettati,
violate leggi paradossali,

occhio di Ra,
ricordo, negativo parallelo,
animosa penetrazione divina
nella cordiale visita elettrica
della memoria,
inspiegabile è dir poco,
piuttosto inquantificabile
ma intuibile con successo scarso,

causalità invertita
l'accidente,
l'effetto genera la causa
ed il futuro modella il passato
refrattario e con geroglifico
sistema iconoclastico e binario,

intelletto artificiale.

Fuochi accesi ed intrapresi
rodono il fegato accostati
ad appostamenti di relitti sprofondati,
lo spirito aleggiava sulle acque,
le nozze bigotte proposte
e rimarcate deludenti
pretese violate,
la conoscenza civile
ostracismo dell'ardire,
domina da anni
la lotta darwiniana
senza genetica e malthiana,
non è follia
è semplicemente sbagliata.

Il bicchiere si ricompone dai cocci.
Resta tutto normale.

Viviamo dal principio
il circuito serpentino illuminato
avulso a senso spaziale,

parascrittura inusuale
del logos stanziale,
Dioniso umano morto e risorto,
mito caananeo.

Rifiuto usurpazione.

Ellittica trasmissione.

Velivoli d'oro,
argento dei bastoni,
navetta in terracotta.

Brucia Tiro,
fiamme e mare eroico,
le arpe e la musica contemporanea
ha da sé, base di vermi,
base di vermi,
ha attratto a sé, base di vermi.

Non voltarti.

Sgancia intatto una miscela il Fato,
dacci forma, urla isteriche,
ossessioni, precisioni,
il risultato mina basi, basi di vermi,

cambieranno tempi e leggi.

Scelta Pallade alla luce del mattino,
scelta furba tra le greggi,
oggetto del declino, frastuono,
armamentario scarno,
mistico volteggiamento, pendente,
non si muove, non si muove,
spazio diagonale,
la via più lunga per l'oriente,
la via più breve cerca il vero,
scinde il quark pusillanime,

tra i Gesuiti il fisico,
MJ

lingotti,
liste destre, sinistre,
guarda in alto la virilità,
robotica, cibernetica, androide,
tridimensionale,
ologrammatica imperfetta,
l'ecosistema non si conserva,

termodinamica sbiadita
e tramontana,
quantico aperto,
andaluso passo,

stanza.

Urla da circa
trecento milioni di anni,

spara.

In periferia i barcollamenti,
gli indumenti, stilisti attacchini,
stiliti spazzini, latte, piante,
l'arte, non si finisce,
surrealismo, cerca un blocco,

serpens caput, ophiuchus,
sirpium serpin, canfora,

truce struscio vorticoso.

Ecco ipnotiche soluzioni
per sopire dall'esterno
un vuoto interiore,
maggiore il magone invernale,
tremo alle ginocchia
ai passi felpati cari, unanimi,
incolore, inodore, psichedelici,
stimolanti maggiori,

macchie lasciate a caso sul pentagramma,
base, falsetto, reverse,
sintetizzatore proteico sonoro.

Venere nel nautico imbroglio
trasmutato Baal in Crono,

il signore dei signori
reso accadico tempo trascorso
non a caso e sferico
da quattro punti concisi dialettici
ed intensi.

Sogno, sogno.

Ricerca amore,
ricerca del vero amore interiore,
ricerca in contemplazione,
canto dinanzi al volto divino
ed unico e trino, mistero egizio,
rito ittita, dominazione assira,

Tiro brucia ancora,
le arpe, le arpe, perdute,
perduti gli accordi coordinati,
ritmici, abbellimenti,
legali legati in rappresentanza.

Dall'età non c'è più crudeltà
nella pietà,

ecco il punto,
ancora tu.

Tre fiumi incrociati
nel giardino perduto.

Eccoci di ritorno
a lampioni spenti in periferie
inviolate da atteggiamenti
impulsivi e distratti
dal via vai dei gatti.

L'occhio di Ra,
l'occhio di Ra.”
Nello spasimo ondulante come le parole si manifesta il senso ultimo del ricordo, accordo proteso e l’Avversario parla. MS ascolta estatico ed in paranoia delirante, l’uno stato sovrasta e avvolge l’altro in una miscela destrimane incupita. Il tempo è fermo per un attimo ma la sua tempità, cedevolezza, è rimasuglio intero e che tale sembra nella scorrevolezza del terzo. Inizia il motociclista, “dal 1943 Philadelphia. L’attracco fugace in terra d’avorio ed oro bianco, lapislazzuli, ametista ed opale, congiunti in scala, indomati e sinergiche intromissioni del fato che nella sua staticità convessa si mostra arioso concavo per ciò che vuole essere ma non è e non essendo slitta la parola al delirio. Philadelphia da dodicimila anni, Giardino del Mondo corrotto et ultimo cristallo opaco e fluorescente preservato dai corazzati quattro in forma duale. Tutta l’Europa e parte di Gea. Demoni d’aria e d’acqua e del sottosuolo, spiriti maligni aleggiavano come ora e fu una catacombe per chi di sé non sopporta. Noi scimmie in spirito per invidia abbiamo reso voi scimmie lavoranti, ma eretti ed abili dopo i fatti del Giardino, di varia genere et l’ultima estinta in tal trambusto perché rozza e a voi simile ma astrusa e tozza e rubiconda imperfetta. Et è abelico rimasuglio poi in sapienza consistenza della pastorizia sull’agrestre in Arcadia saturnina, che fuggito fu e morto, et altri figli accoppiati con ispiriti et immensi colossi rettili, ma in sembianza ed in forma avvelenata d’assenzio perché il corporal mutamento fu tutto loro e per nostro e mio comando in quanto noi bramiamo corpo. Tutto a significatezza della varietà che cessò quando dal mar calabro si dipanaron saette e maremoti. E pastorizia sapienziale rimase nella stirpe noetica pleistocenica e tarda, perché la somma libertà dopo maledizione pel Pomo rese l’homo storpio ed in dinamica evoluzione e la donna che talora imperava sacerdotessa et talaltra amazzone ed in taluni insediamenti in matriarcato a sigillo della terra. Tutto cessato col rombo del colosso e salvato il bene e di cessante e minor potere con l’Arca e ricominciò quella che voi sapete e nomate storia. Ed ancor prima, Sessanta milioni circa, in Messico, MK casco allucinoso. Voragine e di demoni conserva l’orma quei giganti e da essi proveniente, ma nella loro caducità et anzi la loro caducità sbocciarono i primi fiori, speme motrice, cretaceo. Da loro discendente in forma rettiliana. E da loro e dai volatili serpe piumata, Quetzalcoatl. Ed in terra beneventana in loco astruso ove formò comunità Plotino e la nomò Platonopoli e dove insidia millenaria è di Serapin ovvero Sirpium Serpin, che strisciante è rettilineo et mago et infesta come nel Sabato dei Saba di lì un po’ prossimi nati a perversione del lucente Sebeto turchino e celestiale. Tutto ciò è delirio non corpo proteso bestiale ma il corpo rettile/uccello è illusorio come quello insettivoro: solo spiriti ribelli. Nulla più. Nel vostro delirio! Nel vostro delirio. Voi esseri umani date corpo al terzo, date corpo vostro intero o con atto o pensiero o parola. Voi date corpo a tante gerarchie illusorie. Noi terzo siamo nulla, siamo abisso e voi ci date corpo e forza e ci fate alieni, astronauti antichi. Ci fate idola. Ma noi siamo angeli ribelli e gelosi di voi uomini e di più delle donne, di ogni candidezza, del vostro corpo e bramiamo il vostro corpo. E la donna che è il vostro ponte saldo verso il divino quanto adoriamo, quanto adoro farla strumento et utensile per la perversione del sé e per la vostra. E voi stessi uomini utensili vi fate nelle nostre mani, nelle mani del terzo. E distruggete e vi dividete e tutta la nostra invidia la riversate voi sul prossimo, tutta la nostra bramosia la riversate voi sul prossimo. Siete nostro utensile perché liberi cadete nell’arbitrio e nell’illusoria nostra essenza. Tutto ciò che è pensabile è esistibile. Nomoteti, potete trasformare il pensiero in azione e cadete in nostra balia, folli. Fate la nostra volontà e non di chi vi ama. Credete al pensiero e lo dissociate dal cuore e da tutto il resto. Vi credete scissi e vi sentite incompleti e nell’incompletezza venite a questo terzo e lì noi vi dividiamo, noi siamo coloro che dividono, io sono colui che divide. E voi vi vedete frammenti del nulla quando siete d’assoluto et d’infinito frammenti. E noi vi dividiamo, dividiamo le vostre membra e voi agite con i nervi distruggendo con frode, agite col cuore e siete in balia delle passioni e del concupiscibile, agite con le ossa ed edificate altari e fortezze al terzo che è nulla. Agite con la pelle e con le mani e col sangue siete violenti, come con la pelle fragili. Con le mani e costruite oscenità et armi atroci. Noi vi dividiamo e dividendovi siete in lotta tra voi. E dividendovi siete in lotta con la terra che parimenti violate e con l’universo che credete vostro e vostramente lo distruggete e lo fate pulviscolo. E con gli occhi non vedete e con le orecchie non udite. Noi vi dividiamo perché bramiamo il vostro corpo e voi lo donate. Voi ci date vita. Noi siamo nulla. Voi ticchettate il tempo ed invecchiate, voi scegliete Barabba. Voi crocifiggete. Voi ammazzate, voi tradite. Noi lo facciamo col vostro corpo e voi acconsentite. La vostra libertà è arbitrio. Tutta la storia è nulla. Noi siamo nulla e voi ci adorate. E nomoteti stolti, dunque, date nomi al nostro terzo, nomi taciuti agli angeli, arcangeli, principati, potestà, virtù, dominazioni, troni, cherubini, serafini, promanazione lucente del divino, tranne dei tre che simbolo son di ognuno, Gabriele messaggero, Michele generale e Raffaele medico. I due terzi promananti il divino hanno nome segreto e sono gerarchia tutta uguale e differente, cori angelici da diversi gradi in ascensione e diversi ruoli ma uniti alla moltitudo ad un tempo in Candida Rosa. Et etiam il Custode vostro che vi sussurra Santo Spirito ha nome segreto perché tutti sono adoranti il divino. Ed attraverso Esso promanano le somme virtù del Creatore che Egli stesso ha inciso in voi. E ci siete voi medesimi che furono et essendo siete e sarete, i Dottori, Santi, Beati, Venerabili ed ogni anima gradita a Dio che è in ispirito cogli angeli, che un giorno si congiungerà col corpo e sarà l’eterno in ogni loco e ciò che vedete attraverso specchio vedrete faccia a faccia -e quel tempo della parusia è già venuto e già è nella mente del divino, ma voi corrotti e caduchi siete nelle nostre brame- caduta ogni nostra intenzione e vizio da noi promananti. E voi invece date nomi a noi e sovvertite trinitate dolcissima e gaudiosa con trinità perversa di Satana corpo e Lucifero spirito et Diavolo anima-che tanto brama divisione-. E nomoteti non ci date solo il vostro corpo ma i vostri ambienti e togliete valore a creato e creature consentendoci infestazioni, e come godo e godiamo quando togliete valore perché ci fate violare il corpo incorruttibile del divino che non è in verità corrotto ma in vostra realtà et in vostra illusoria percezione. Et l’Anticristo che è idea duplice filoprotestante, empirica, illuminista, positivista, massonica, capitalista, liberista, comunista, dittatoriale di destra estrema e materiale o d’estremismo fanatico. Due bestie dal mare e dalla terra e falso profeta duplice azione che è lo scisma da cui promanò il seicento-e il viaggio codesto fece e facemmo negli anni ottanta- inizio di materialismo, di cui tentammo prima, nel ’78, di facere la medesima mutazione con cataro detto nel duecento ed altra eresiarca ondulazione, ma vennero i due ordini al bilancio et ivi scordammo ornamento. E prima con Simon mago, poi manichei, poi scisma in oriente e poi cogli ismaeliti e il lor profeta nuovo di Persia e l’altro anzi l’agnello mitriaco e taurino, somma sovversione ideologica. E non sol, date nomi a noi e gradi perché noi gloria bramiamo, e date gerarchia perché noi maledicenti et in piramidale assetto siamo, corrompendo natura vostra e vostra eguaglianza. Ed ogni nome nostro è perdizione e malanno, Baal è il tempo disgregante, Asmodeo è la lussuria che corrompe, per dirne due dei settantadue possenti, e a questi due date ancora più potere perché cercate materiale immortalità e loro disgregano il dono divino, la trinitate perversa Dio, Baal la Patria et il Creato e le Creature, Asmodeo la Famiglia e voi stessi. E cadete in malattia per quel restante terzo che malattie produce e che è legione di cui si servono i settantadue, trinitate imperatore e re, principi e presidenti, duchi e marchesi, conti. Ognuno ha al suo servizio demoni minori che si insidiano e procurano ogni malanno e disgregazione, a seconda di ciò che vi insidia e della specie cui date valore-ovvero disvalore-dei 72 gerarchi. E la vostra Eva non è ponte verso Dio quando seguisce Lilith che è dispersione e non la Celeste Madre e quando grazia cede per successo da voi corrotta e non rispettata, cade in tentazione e voi cadete con essa. Folli, distruggete ancora e siate divisi, il domani non sarà”. Il domani non fu, sussurra risvegliandosi MS, oggi è domani. Non prevarrete! E le tue stesse parole mendaci delirio nell’ascesi hanno detto il vero. Non prevarrete incatenati nel buio mortale abisso dell’oscuro Tartaro, MS passò dunque dal delirio all’illuminazione e quasi anacoreta parlava per bocca del bene. Non prevarrete per il sangue dell’agnello, per patriarchi e profeti, per Dottori, Santi, Beati e Venerabili, per la Madre Celeste nostra difensrice, per gli impronunciabili da umano verbo et per somma umiltà Angeli, Arcangeli, Principati, Potestà, Virtù, Dominazioni, Troni, Cherubini, Serafini, per gli altri Custodi nostri, per il Santo Spirito che guida l’uomo e la donna ed ogni cosa. Per tutti costoro che ci riempiscono di messaggi et insegnamenti et opere virtuose. Per la Divina Misericordia. Per nostra libertà e tutti stupendamente liberi sceglieremo l’amore e non l’arbitrio.

Monarca d’Occidente

“Dove sei,
anima mia dolce
ed elettiva,
tu che crei virtù
dai vaneggiamenti miei decadenti?

Dov'è il tuo stile
oscuro e fascinoso
da brivido
ed ora da dimenticare
tra le tenebre del mondo
nostro senza noi
e senza ciò che
rendeva fantastico
il discorso
articolato
tra pallidi amori perduti?

La luce nei tuoi occhi
chiara in risvolto tracotante
tutta da veste arricciata
e stupita,
abbrividita
dalle parole di fuoco
scese sul tuo corpo,
l’unico importante,
dimentico di ogni realtà
e verità trascendente,
solo ardente.

Mi manca il tuo dondolio,
il cocktail senza ghiaccio in estate.

Mentre fumo la penna sguscia
e l'immagine si forma intatta
sulla tua pelle,
sei la mia poesia e le stelle,
nell'ombra respiro
e l'aria trasuda di te,
della tua follia,
del tuo sguardo acceso,
del nichilismo.

Pomigliano nell'aurora,
occhi che non so
decifrare piccola e suadente,
gotico albore,
dopotutto resto a guardare
i tuoi cirri alla prima luce del mattino
tanto impressi
nella mia memoria,
le tue mani,
le tue mani aggrondanti la luna
nel tempo dall’umidio folle
di mille prati agghindati dal vento
del tuo nome superbo

il mio volto ancora ad accarezzare
tra la penombra
impresso vivido nella mente
come se non ci fosse altro
da ammirare
come se disimparassi in un tempo
ogni vagheggio
concreto
nel tuo etereo essere
concreta
con la noia a due palmi
e i dolci fiori
della stagione
delle tue parole,

principessa
vocetta inespressa
inaudita
e risonante melodie
parlate in sussurro
al risveglio del mio sogno
desto,

non ci dormo tenerella
tutta stupenda!”
2025 circa, scopro nella tasca ancora questo, mia scrittura, romanzo secondo et sintesi. È l’idea della memoria scarna, di un tempo che è non fu mai più. La guerra logora la memoria, questa guerra soprattutto, ed abdicando stropiccio il senso e non lo scovo. Ma è la mia scrittura. E la memoria barcolla ancora e si fa poetica nel bivio dell’incontro, terra pomilia, quando mi hai scritto una poesia tu stessa, ma breve et in un lampo hai poi però cancellato tutto, non volevi sprecare per me l’inchiostro, ma cancellando, oh ne valeva la pena!?! hai lasciando sul foglio un groviglio nero di sogni inestricabili e più inchiostro di quanto speravi. Groviglio oscuro che non narra né canta di noi, due specchi riflessi, dal nulla si diffuse il silenzio e noi ci guardammo incantati, et il mondo era ai nostri piedi, tuttavia senza movere dito abbiamo proseguito per sentieri diversi il nostro cammino. E tu mi scrivesti la poesia, che hai poi cancellato.
Mabus nacque dopo gli otto e prima di essi con le sue quattordici trame e le tre scorte sintetiche e tanti frammenti. Nacque e nascendo realizzò la sua completezza di noi tre che siete voi tre più io che sono somma e parte e si disvelò il senso e tutto fu chiaro, e nello svelarsi il senso si esaurì restando barlume di mistero. E il Giovialista di sangue italico, saturnino e affine ai germani per forma estrasse la spada contro Babilonia e il suo sovrano, e il mistero trino autentico prevalse come era giusto e come era vero e come era sempre e si chiuse il portale. Ed è oggi. Spersa memoria, silenzio. Non dipano alcunché e nulla trovo. Come se fosse frastuono e apatia e dialettica tacitezza. La donna con la valigia. Ultimo ricordo. Dovrei chiudere in cristallo e lucentezza e ritrovarlo e scorgerne l’esatta ubicazione che già so e che è questa ove sono assiso in contemplazione e ho fatto accampamento, e l’alma mia è accampata e scossa. E nel silenzio mutano le vesti ed è 996. Giovanni manda la missiva dalla terra paludosa ove si annida il Giardino alla foce in Città Nuova. Sergio e Bacco umiliati in martirio lasciano traccia ultima di altro mistero luculliano et ad esso antecedente e alessandrino ed atlantideo. La giusta connessione, la giusta connessione. Le illazioni di Selendichter ed il resto appresso sparso ed ogni lettera sono viaggio e ricerca dissi, scrissi. E l’ama umana purificata è oblio della cascata lete e poi bevendo dirama in flutti eunoè riversando nel cocito Averno lo stigico acquitrino di contorno. Ed è somma ricordanza e riaperto il velo pel portale chiuso. Ed i tre fiumi rivedo lucenti che convergono in altro grandioso. E più non sento la ferita che dipana dal mio corpo. Selendichter! Mi lascio andare, qui ed ora, qui è ora, da dietro le barricate non descrivo ciò che canta il mio ultimo sospiro. Ti vedo in controluce che scompari tra le nubi e prendendo le mie mani tremanti appari luna candidissima e tutto è melodia d’immenso.



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5 febbraio 2016

Schiarisce il buio

           

Schiarisce il buio,

tempesta di diamanti

il sogno sordo

della mia memoria

e il vento del silenzio;

 

così,

per ricordo lucente,

e così,

per principio assente,

rivedo lontano il sussulto

mancato

ed il sussurro sciupato

per entrare nel vivo

 

ecco che amplifica il suono,

esplode

a notte inoltrata

la bolla del senso

e rivedo

il tuo volto

temeraria

principessa

divina del mio

melodico accenno stonato.

 

Prorompe,

prorompe

lo squillo

assordante,

preludio

dell’adagio flebile

sentimento

 

e saliamo le scale del tempo

come naufraghi eroici

dai mille diademi

maledetti

 

e sei splendida

come sposa del biblico cantico

e torre di gaudio maestosa

ed avorio dei denti lucenti

e progenie del fato dilettissima

ed occhio d’incanto

ed ammaliatrice come maga

tramuti i miei sensi in bestiole dolci

come lira pizzica il tuo spirito

l’anima mia perduta in te,

come riflesso di luna posata

su specchi infiniti 

il sognato tuo abbraccio,

come amarena ed assenzio le tue labbra

desiderate

eppure che so tanto leziose,

fatte d’ambrosia, mirtilli e nettare

dea perfettissima.

 

Ti penso.

 

Ora silente

è tutto,

solo

l’ombra tua

ciò che ho,

tiepido ardore

e lo sbocciare di un sorriso

appena appena accennato

mentre scrivo e la penna

ed il fumo

e tu qui assente ancora

riappari furente

posata lieve sul manto sidereo,

mia amata di sempre

 

ed io che ti do,

parole su parole

ed assiomi

scardinati

e poi me,

e ancora tu,

motivo

e luce

del mio suono

e vestigio d’incenso

il tuo vello,

altera

ti vedo

ancora lo dico,

terribilmente

assente

ma fugace immago d’assoluto,

senso ultimo dell’esistenza

 

ed ancora sovrana,

capretta cortese

dei respiri arcadici

e dei vivaci accenni

di stemperamenti

in ortensie

ed in viole

e in zagare

ed in gelsi

ed acacie

e nel resto sovrana

coi simboli sottesi

al tuo mutamento

 

statico e perfetto,

 

riluce

e traluce

la storia,

sapessi quanto mi prendi

te e come sei

tutta stupenda!

 

Vaneggio

che non fu

ma desio speranzoso,

sboccia

come verdura anzi tempo

respiro d’inverno

pensarti onda sottile

nei sobborghi del mio esistere,

rosmarino,

senso di tutto e tutto ad un tempo,

essenza dell’oggi

e muto il verbo

cresce d’intensità

sogno desto

e maledetta

nella tua perfezione,

 

dimmi ancora qualcosa,

 

tripudio

di suoni

è il tuo nome.

 

Sogno te,

penso a te,

vedo te,

chiedo di te.

 

Anche se ai margini

dello stordimento

pregresso

il tuo volto mi è tutto,

il tuo corpo il velluto,

il tuo manto,

il tuo cenno,

il periodo sospeso,

 

l’ode all’altrove.

 

E splendi ancora

fulgida essenza cromatica,

 

biancheggia

candida

la mia eterna

maledizione

nel pensarti

così

 

sincera

 

mia principessa

 

risveglio in notturno fragore

e sei ancora il mio trastullo

dell’intelletto

il fiore più candido

del giardino del mio cuore

ciò che non osi

nel canone inverso,

 

quel comporre sordo,

quel chiarore

musicale

ultima

 

tempesta

della ultima mia volontà.

 

E tanto m’è caro,

tanto,

la ripetizione

del tuo splendore

in canticchiare balbettante.

 

Come latte amarena

boschiva.


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16 settembre 2015

Tacita amata

           

Tacita amata

splendente tra faville ebenacee

dei miei fiati spenti,

che bestiola dolce

sei a me lontana

e sognata,

frutto dei ricordi

che non furon mai

tra la tua pelle soffice

e di dolce ammanto

immago superba

del tuo corpo che luccica tenue

e degli occhi

che per l’incanto

e il sortire

del Fato

all’alma mia reimpairano

fulminee saette;

 

cade di mano

il verace appoggio

e vacilla lo spirito

innanzi la tua essenza.

 

Sei così,

spettacolo del firmamento

allo sguardo deciso

che talor ravviva

e talor

con stessa mano,

ferrea moneta,

dal ristoro e per esso

ambito

muore di  grazia.

 

E ti penso,

tutta ardita,

quando come fluido

canto

fugge tra carri

di mimetiche fughe

e sintesi astruse

ed è la balza sonora

del rimando vocale

che più agguerrita mi assale

 

e ti penso

carina,

 

tutta diletta tra oscuri silenzi

e indifferente riguardo

di chi pensa quando

c’è e dimentica in assenza,

 

ed il mio volto il tuo

invece

contempla estasiato in tua apparenza

ricorda indomito quando apparente

è solo effige lontana

ma vividamente impressa.

 

Tra balze scoscese

e madrigali spogli

 

il tuo manto è stupendo

come se fosse di trapunta il firmamento

e se fosse di gioia il sonno

e ragione

ed ogni umana azione

anzi la mia,

 

verde tra viole sperdute

di giardini e di canti

a sponda di fiume

del canto disilluso

ed inutile

dell’amor che brama bellezza

impressa in un istante

manifesto ed essente

sul tuo corpo lucente.

 

Piange ancora il mio spirito

al desio impossibile

di te riflessa,

 

ed alla sonata fatta di riso

e di silenzio,

 

perso,

perso

e ti penso.

 

Sei bella d’incanto

nella tua colloquiale

quotidianità

della voce mancante

il respiro,

 

alati furori

di ogni canzon riflesso

e dell’orionica cassiopea danzante

al trottare del sole aprico

nella notte che scolora

su mesta tua arsura.

 

Ed io solingo

e muto,

ti penso,

ti penso.

 

Quando la notte ancor più calda

non schiarisce il tedio

nemmanco ad una frescura

ricercata,

quale viandante sperso nel deserto

alla tua vista,

oasi dilettosa e ambita,

e più si disseta

e più traccia leggi

fulminee

e labili, flebili,

sfuggenti

tra le dita

tenui

dirette alla bocca

che mai si disseta

mancando i tuoi baci

al giovial ristoro

ed è Acheronte

il corso

e non lezioso Eufrate

né altro corso magico edenico;

 

ed anche come il naufrago

in naufragio atroce

di mar gran oceano

non atlantico

e dal nome infame

ed ossimorico

come tempestoso al grido

di marosi

ed acque mai chete

s’avvolge, avviluppa, e in groppa

alla corrente

sommerso è da tal mole

di salmastra acqua

che lacustre le pare

più che grandiosa

ma che grandiosamente

lo sovrasta

e s’immerge

ed è continuamente

alla deriva andando

e sempre più ne è immerso

più risale

e più tortura

immane riceve

che al portator umano

del lume divino,

tal son anch’io

al tuo pensiero

tutto di te immerso

e tutto di te senza

porto sicuro alcuno,

 

e tu tanto possente

che mi avvolgi a tua volta

e mi avviluppi

e mi sommergi

ma è ricordo e rimembranza

e a ciò perciò più doloroso

che l’averti

quotidiana accanto,

 

o come il pensier

l’insonne notte

invade

me dunque!

 

E ti penso,

ti penso.

 

Ti penso anche alla luce dell’aurora

con castelli rabbiosi

e rabbiose prove,

 

anche al mattino,

mattutino,

laudi

e vespri

ed ogni sonno

vetusto

sei tu

ed ogni amata antica

da te occultata,

 

capretta boschiva,

docile furente

mia perduta

anche al desio.

 

E disio mai spento

sempre tormenta.

 

E ti penso,

ti penso.

 

A me non concederà

forse

né Fato né a suo comand le Parche

il cuore tuo

se pur il mio

è tutto già tuo,

 

e la soavità del mio pensiero

per quanto tendente

ad un nulla che in sé dilegua

ogni speme

ed ogni

misericordia

e tenue

ma terribile

nell’abisso mi trasporta

nel tartaro mi alloca

io il tuo volto sogno

e ti penso,

io il tuo volto

pongo al centro

d’universo,

come empedocleo romore

tutto scuote

il mio dorso

ed il brivido è tempesta

e mesta sei tu,

 

essenza stupenda

e irraggiungibile

ed impossibile.

 

E tutto turbato resto,

dolce,

dolcezza

ti penso,

 

volgesse

magari il mio misero esistere

a te,

arcana astrale arcadica.

 

Sarà concessa, per virtù

di cavaliere eroico

di lotta persa

e combattuta a corpo

e a sangue tra marette

contro il fuggir delle moderne

e terribili social saette,

o per la mia musica

stolta e stonata

o per la lira, l’arpa,

la solitudo,

la voce mia rotta

(la tua che tanto è bella

e tanto resta impressa

nella mente come suono che risona

e tutto

l’universo sprona

e dirige,

anima potentissima

che il cor trafigge)

o per silenzi

-sua altissima regale apparenza?

 

Pensami

io ti penso,

ti penso.

 

Un giorno, se concessomi rivederti

anche solo

per saperti

sempre mai più caduca

nel mio mondo corporal

realtà reale

che caduco si allarma

e scorre

in riservato

ruscello

ove ti sogno,

in chiara fonte

dissetarmi

e in porto sicuro rifugiarmi

e in rottura d’equilibrio universale

ricompormi,

 

solo la tua vista

somma mia dolce

somma mia dolce,

 

ti penso,

ti penso.

 

In disparte ti penso

e sai che non ti scordo

e se non sai

tel dico

perché l’ultimo mio lamento

sia di gioia,

e seppur tutto scosso,

assetato,

sperso,

possan le tue braccia

stringere al cuore

l’ultimo inutile e silente

fante sperso

di questo folle amore.


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permalink | inviato da Dichter il 16/9/2015 alle 18:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

30 luglio 2015

Thirassia la cacciatrice

           

1

Forse non mi mossi mai di qui, non raggiunsi posti diversi, non viaggiai, mai, e soprattutto mai feci quel viaggio, il folle e ardito viaggio, il viaggio che nessuno osò e che proprio a me fu commissionato dal Grande, dallo “Stupor mundi”. Perché proprio a me? Forse gli ero simpatico, gli era simpatica la mia umiltà mista alla voglia di sapere, la scarsa vanagloria, o forse semplicemente di me si fidava, sapeva che mai l’avrei tradito, d’altronde non potevo, gli dovevo tutto e quella missione era il minimo che potessi fare per ringraziarlo. E magari un po’ mi appassionava anche, non ne sapevo, l’esistenza di quel mistero, il vecchio libro trovato ad Alessandria già parlava di lei, dolcissima, sublime, incantevole, superba, effimera, magica. Non c’è dubbio, arabi e cabalisti la sanno lunga, e questo sua altezza lo sapeva bene, si è sempre fidato di loro, li ha sempre stimati ed apprezzati, di sicuro più di quei personaggi per cui anche lavoravo io, quel clero vanaglorioso e chiuso. Mah! Certo, il viaggio non c’è mai stato, come disse il messo, mai. Io sto vaneggiando sulla sabbia, sto delirando, sto incautamente sfiorando il limite della saviezza, devo credere in ciò che mi dicono. Più che una richiesta, una preghiera, è un obbligo: “devo”, altrimenti la fine non sarà certo gioconda, non sarà certo una fine gaudiosa, il mio corpo diverrebbe come è ora il mio spirito, travagliato, dirompentemente afflitto. Devo dimenticare se c’è stato qualcosa, devo obnubilare per sempre la mente, devo lisciare gli umori secernendo la mia parte assente, direbbe il mio caro amico, amico di Salerno. Che fine avrai fatto? Avrai tradito anche tu il Grande? E lei, lei, lei, lei dunque non esiste, è una fantasia, una diceria, una superstizione, e si sa com’è, tanto ci lavori con queste cose che alla fine finisci per crederci anche tu. Quindi grattiamo la mente come legno su tavoletta, tabula rasa, dimentichiamo tutto, se c’è stato qualcosa. Ma visto che quel qualcosa non c’è stato e che lei non esiste dovrebbe essere ancora più facile dimenticare. Anzi, no, più difficile, è facile liberarsi dalla realtà, facilissimo ( basta sognare), dalla fantasia no, da quello non ci liberiamo facilmente, e sì che ce ne vuole, impresa ardua. Ma sì, perché dovrei ricordare? Non ne vale la pena, ormai è finita e di qui non mi muovo, triste esilio, triste sventura pensare ai suoi soffici ricci silvestri senza vederli, senza sentirne l’effluvio superbo. Che leziosità, che suono armonioso il suo corpo, i suoi capelli, evocatori di nascosti sentimenti, profumati capelli, amorevoli capelli, ancestrali capelli. Mossi come il vento e dal vento, piante rampicanti del silenzio. Non possono non esistere. Tutto ciò che è pensabile è esistibile, e a maggior ragione i suoi capelli, e quindi lei, la visione idilliaca della Foresta Nera. Lei, e cos’altro? Nulla. Nulla, solo lei. Lei c’è. C’è, traspare nella mia mente, la sento ora, le onde del mare perfino sono intrise di lei, è ovunque, anche qui, al mio fianco, sul bagnasciuga. Lei c’è, ma non esiste. Non può, (pensa alla tua fine stupido), già non può, (pensa alla fine dell’Imperator), già, senz’altro non esiste, è stato un sogno, lei non è mai esistita e certo mai esisterà.

E se lei non esiste io non devo pensarla, anzi senz’altro non la sto per niente pensando, se non esiste come faccio? Si può pensare una ragazza che non esiste? Lungi da me fare cose irrazionali a tal punto, neanche istintive (se avessi un po’ di spirito e spinta alla sopravvivenza), proprio irrazionali pure. Sì sto perdendo tempo a fantasticare su qualcuno che non esiste, che non c’è, deve essere la Grecia che mi fa tale effetto. “Dannati romei” direbbe il mio precettore, “credono di saper tutto, di essere ortodossi, sono un branco di usurpatori e chiamano noi usurpatori, noi che abbiamo documenti incontrovertibili di discendenza diretta, noi siamo romani, non loro”. Mi sembra di sentirlo ancora, a Napoli, quando si infiltrava nello Studio come allievo e smuoveva le palpebre sognanti pensandola ritorno del veltro, “e se torna occorre esser pronti, prossimi alla fine se siamo, verso il preludio tendiamo”. Sempre ossessionato da questo, limitetti, limitucoli, ma che, più in alto, più lontano sono i sentieri, un giorno verrà, diceva, è scritto ovunque. Poi citava versetti, le Sacre Scritture in primis, poi il Corano. E che biblioteca aveva, rotoli sparsi ovunque, mai ordinati però, mai catalogati, un uomo così austero, un uomo così razionale che odiava l’ordine, proprio non gli stava a genio. I libri vanno vissuti, non conservati, sbottati, come se lui fosse un libro, spostava le sue azioni ai libri, si identificava con loro.

In ogni caso non perdiamoci, purifichiamoci, anche queste sono distrazioni, devo letiziare tramite la ragione, dimostrazione incontrovertibile che lei non esiste né esisteva: niente le diedi, niente mi ha dato, dovrei avere un suo ricordo, una ciocca di capelli purpurei, si dovrò senz’altro avercela, ce l’ho? No, allora non esiste, non esiste. E se l’avessi persa? Non ricordo di averla persa e meglio ancora non ricordo di averla mai avuta, quindi se il ricordo non inganna non esiste. Ma questo ricordo che non inganna sull’inesistenza è un ricordo che inganna sull’esistenza. Paradosso! Anzi paralogismo! Paralogismo uguale delirio. Io uguale pazzo furioso. Un demone è in me, error demonio il demone c’è in tutti. Illustrazione macchinosa, ricordo lei ( che, premessa fondante non esiste) me lo disse, due parole, due parole me le disse, ergo esiste. Ma che ragionamento è mai questo, sei tu che attribuisci queste parole a lei, potrebbero benissimo essere una tua costruzione, un tuo pensiero, non suo, di un ente che non esiste. Non esiste! Ma che ho detto poc’anzi? Tutto ciò che è pensabile è esistibile, e allora santi numi, vergine immacolata, per l’intelletto di apollo, lei esiste. Sì, ma esistibile e allora? Potrebbe essere esistibile ma non esistere ancora e quindi tu non puoi averla incontrata, oppure esistere già e tu comunque non l’hai incontrata. Non stai dimostrando nulla bello mio. Ti basi sul ricordo, il ricordo è fallace, elusivo, rivoltoso nei confronti del reale, filtra immagini, secerne pensieri, pensieri, inaffidabilità, pura inaffidabilità dunque. Il ricordo è tuo, pur sempre tuo, solo tuo. Non è condivisibile con gli altri, o almeno non lo è nel senso che noi attribuiamo alla condivisione. Il ricordo generatore di pensieri non si condivide mica come si può condividere un sandalo, o due soldi. Si condivide se c’è empatia magari il ricordo, filtro del reale già di per sé, tramutato in pensiero, tramutato a sua volta in scritto o verbo, ma in tal caso i meccanismi di trasmutazione sono già diversi, tanti, troppi e il reale sfuma, non è più tale. E poi in ogni caso ognuno capirebbe ciò che vuole, noi scriviamo o parliamo in ogni caso senza renderci conto di ciò che diciamo, sono gli altri che danno un senso a ciò. I nostri principali intenti non sono mai attesi a prescindere che tali intenti non li neanche conosciamo.

Ah! Le onde del mare che si infrangono sullo scoglio d’amore. La sabbia soffice, pura, lieve. Mi avvicino alla scogliera. Oh! Abisso! Stupendo, mi perdo in te, folle volo, voglio te. Abisso io ti guardo, tu ci sei ed io son qui, tra le rive di quest’isola. Abisso io ti amo, sprofondo in te. No, no, non ci sprofondo, no, ma che. Io resto qui. Qui semplicemente a contemplarti mio favoloso abisso, mio infinito. Sì sono intorpidito da te, dallo sguardo silente di ricordi sbiaditi, ricordi tesi nel vento in un istante, sì in un attimo compare la tua figura e sento il sussulto intrepido, vorace e dolente. Lo ricordo questo sussulto, sussulto generato dal tuo sussurro, il sussurro, un tuo unico gesto e poi le mie parole si arrestarono e restò il tuo docile volto, indissolubile. Eccolo! Eccolo, lo vedo, sì lo vedo, lo vedo tra questi abissi, tra i marosi lo vedo. Sei tu. Non posso creare ciò, esisti e ti ho incontrato. Il tuo volto è lì dinanzi a me, dinanzi a questi occhi incauti, mal dimessi, dinanzi al silenzio, loquace, fluido, diluito, tenebroso, i miei pensieri eccoli, eccoli, m’invadono ma si inchinano al tuo apparire tra furie scoscese, in estasi il mio spirito al ricordo. Sì al tuo ricordo.

Non reggo, no che non reggo, devo sedermi, posare il corpo sul tenero, soffice manto silicico e sdraiarmi, rilassato sì, devo riposare, devo. Ignorarla se esiste, ecco cosa devo fare, non calcolare una possibile esistenza, saltare l’addendo e giungere alla somma, ignorarla come si ignora l’abisso e dunque i suoi occhi. Soffermare il mio sguardo sul bagnasciuga, onda avanti, onda indietro, ritmata, non mi invade va per fatti suoi, non mi considera e non devo considerarla, anzi meglio, chiudo gli occhi così ne percepisco il solo suono, ah che meraviglia! Sì questa è beatitudine, pace celestiale, l’onomatopea, mi sfugge, lasciamola ascoltare, non ripetiamola, vai mare.

Ah ascesa contemplativa! Volteggio, mi muovo ciclicamente, sono un pianetino e allo stesso tempo l’universo, miriade di pensieri spazzati via, nulla quindi tutto nella mente, anche il rumore esula da questo accordo, sì trovo venia così, nell’oblio.

E lei finisce preda del mio sentire, sì si avvilisce ella stessa, dunque se percepisco lei avvilita lei è senz'altro me, io sono lei, lei è rimasuglio della mia anima, dell'azione spiritica, lei è quel che resta del mio sapere, una vittima agonizzante che in agonia chiede venia, perché son io che chiedo venia, che non voglio dissolvermi. Così lei lamentosa scompare, lentamente e lenta si dissolve in liquido multiforme e lei, di nuovo lei, lei informe.

Eccolo! Eccolo di nuovo, dannazione! Lo vedo il suo volto, il suo capo, la sua testa da cui germogliano viole del pensiero, c'è, è di nuova impressa, vividissima.. taglio penetrante dello sguardo, lancia superba che sgocciola assenzio, malefico veleno ebbro, o dio mio perseico furore. L'indolenza dei capelli, sembrano tramutarsi in serpi, triskeli sapienti, incubo. Diviene la sua dolcissima essenza figura orribilante, paura, giaciglio del dolore e del peccato, della maledizione. Eccola l'infausta testa, si stacca, si stacca come capo gorgonico dal corpo e rotola, tra piani scoscesi si dirama e mi fissa, intatto il timore, cupo il fragore, folgore da belva. Risvolto immondo.

Silenzio. D'improvviso il silenzio, il sudore sgorga. E la testa che crolla dal corpo, come quella del battista che per la argentea invidia è soggetto a sciupio, si riflette sull'elmo, come tra le inesplorate terre del nord, come mare che si trasmuta in sostanza solida, impedendo la navigazione, vandalica rimessa, arrendevole. Fiamme di fuoco dalla lingua smerigliano e un solo ricordo permane. Bacio. Un bacio. Ecco il tormento! Le nostre labbra si sono sfiorate. D'accordo, va bene. Ma perché tormento? Se fosse stata una qualunque ragazza non mi avrebbe assillato. Sarebbe finito lì, non sarei qui. Ma c'è di più, c'è di più. Insita è una congiunzione astrale, un intruglio sesquipedale. Nelle mie vene il sangue geme, porpora fenicia su imbarcazioni da speroni folli fanno strada. E soffro, bramo, soffro. Sono maledetto!

Compare d'un tratto una figura, sbiadita effige o forse corpo reale, liscia capigliatura figlia del miglio, occhio cobalto, allucinazione forse? Parlerò con lei, alemanna naufraga insabbiata, lei sa, deve sapere, se è ed esiste saprà, se non esiste mi farà ricordare, stuzzicherà l'animo mio, la mia mente, il flusso di ricordi.

Salve alemanna, tu che vieni dalle terre maestose, dalle terre selvagge e possenti, tu dunque dimmi, lei dov'è? Dimmi, come sta? Tu saprai dell'eterea presenza, rendimi edotto, porgi la tua conoscenza a questo tormento di spirito, lei è la fonte più pura e più oscura, tu devi aiutarmi, straniera aiuta chi servì il Grande, lei dov'è? come sta?

Ma il raggio obliquo del sole maledetto, dell'accecante potere sbieca la mia vista e al ritorno non v'è presenza, ulteriore fantasia, ulteriore vaneggio, devo concentrarmi su altro, lei non deve assolutamente entrare più tra i miei ricordi, né nel mio presente, non deve. Dimenticare. Dimenticare. Devo dimenticare il godimento contemplativo la femminea potenza, le mani saette repentine.

Quando la vidi, perché la vidi, quando la vidi dicevo la prima volta, lei non c'era, io non c'ero.

 

2

Tu non credo mi capisca, non credo proprio, e comunque non è detto che debba farlo. Anzi ci rinuncio, sì ci rinuncio proprio io e non tu. Sei viscido oserei dire. Sono stanca di questo giochetto, proprio stanca, esausta, non ce la faccio più. E non ti credo, giuro che non ti credo, non sei sincero, non mi interessa più. Non mi interessa del potere, fottiti tu e il potere, non mi interessa di essere la regina, sono la regina del nulla, perché tu sei meno di nulla. Ti odio e punto. Anzi nemmanco ti odio, sarebbe troppo. Mi sei semplicemente indifferente. Puoi andare pure a quel paese, restarci, fotterti ancora, con garbo, sì fottiti con garbo e buona notte, principessa io? Ma principessa di un beato cazzo. Stronzo.

Tu mi ami dici. Mi ami. Ma si sente, io lo sento, è un amore che ti somiglia, un amore ipocrita, falso, opportunistico, un amore di comodo, di vantaggio. Un amore del cazzo. Ti sembra giusto? Dimmi, ti sembra giusto? Ti sembra giusto approfittarne? Godi, sì godi ancora, fammi sentire. Ma io, io dove sono? Io chi sono? Sono il tuo giocattolino, o no? Illuditi di illudermi ancora con frasette di commiato, coprendomi d'oro, coprendomi di lodi. Lodi striscianti, lodi da rettile, lodi da te. Lodi dipinte su te. Quando mi lodi, lodi in realtà te. Ed è bello? È bello, dimmi? È bello essere lodato? È bello ricoprire di attenzioni il nulla? È bello ricoprirti di attenzione, vai vai. 

Chi sono io? Eh? Rispondi pezzo di merda. Chi sono?  Lo sai? Sarò qualcuno io? O forse sono chi dici tu? Ah sì, è così, tu sapresti chi sono io ed io no. Bene! Molto bene! Stronzo, stronzo bis. Non sai nulla, non sai un cazzo. Non ti chiedi se soffro, se sono triste, se sono felice? Non te ne fotte, è vero? A te interessa altro, interessa vedermi così come vuoi. Bene, bene, bene! So di non poter contare su di te se ne ho bisogno. Se non so chi sono io so chi sei tu, una merda su cui non posso contare.

E che vorresti, dillo, che vorresti da me, che vorresti? Sai già, ma di ciò che tu vuoi a me me ne sbatte.

Ti sei imposto come un cane rabbioso. Ricordo, sì ricordo. Io non avevo nulla da perdere perché ero ciò che sono ora: nulla. Ti ho dato tutta me stessa, ogni sorriso, ogni sguardo, ogni sussulto, ogni gemito. Ho fatto ciò che dicevi non perché mi fidavo di te, no mai, mai fidato di un elemento tale, ma solo per curiosità, per divertimento, per spasso, per una fioca speranza che si accendeva in me, la speranza che un giorno qualcosa sarebbe cambiato. Illusa.

Illusa ed ingenua. Ascoltavo le tue parole, le parole di una marionetta, sì una marionetta perché questo tu sei, non hai una personalità, non hai un cazzo. Non ragioni tu, sei dentro una realtà più grande di te e che non sai gestire, sei un mostriciattolo plasmato da te. Non mi interessa se hai ragione, resti un deficiente, un deficiente che per di più è pure bastardo e infame.

Stronzo che mi vieni a dire: bellina devi impegnarti di più. Ma impegnarmi vallo a dire a chi sai tu. Stronzo tris. Non faccio neanche granché, è vero? È così? Ma muori. Chi cazzo credi di essere. Vuoi soggiogare tutto padrone del mondo ma a me no, non ci riuscirai, falli con qualcun'altra i tuoi giochetti, io sono stanca. Stanca.

Volevo cambiare, è vero, ma volevo cambiare la mia situazione. Non certo me. Quello mai. E nessuno ci riuscirà, figurati uno stronzo come te. Fanculo. Cretino di merda. Deficiente. Illuso. Io penserò sempre, sono viva e penso. Punto.

La mia musica, i miei sogni, il mio amore. No quelli non li otterrai mai. Credi di controllare la mente degli altri ma sei tu che sei controllato, sei tu che sei vittima di te stesso.

Mai, mai. Io non smetterò mai di sognare, di emozionarmi guardando un petalo caduco, caduco come il mio spirito, un petalo luminoso ed intenso che non si arrende, che geme ma non muore. Non posso rinunciarvi, no. Mai. Finché emetterò fiato guarderò sempre la volta celeste e la mente viaggerà, la confusione che è in me esploderà, seppur silente sarà assordante. Perché è silenzio vitale. Io danzerò in cima ad una nuvola color del cinabro e gioirò, gioirò perché vivo, e per sempre vivrò.

Non smetterò mai di sognare uno sguardo di passione sul mio corpo. Una voce, un sussurro sul mio collo, un sussulto sulla mia pelle. Una melodia pura che risplende nel mio cuore e che nulla potrà mai spegnere. Io non smetterò mai. Mai di chiudere gli occhi e vedere l'infinito, l'assoluto. Io non smetterò mai di guardarmi allo specchio, nuda. Di ondeggiare sotto le stelle con passione, di dipingermi il corpo di speranze, di sincerità.

Non smetterò mai di godere, di godere nel cuore della notte, di percepire i profumi della primavera in pieno inverno. Di godere ancora, e ancora. Di godere dell'armonia di un corpo in estasi. E vivere mille volte un istante infinito, sentirmelo tutto addosso, su di me.

Non mi annullerò mai, non sarò mai come vuoi tu, un contenitore di nulla, ancora nulla, nulla è la tua parola e ti ripeto, nulla sei tu.

Non smetterò mai di essere me, di scrivere sui muri il mio nome, di gridarlo al mondo, di correre e poi stanca riprendere, di ansimare e non annoiarmi mai, mai, mai di me.

Io ricordo me, e sono ancora io, e sono ancora mia. Non mi distruggerai, dentro me freme un mondo, e sarà quella la realtà non tu.

E lasciati dire ancora un'ultima cosa. Lasciati dire che il tuo potere non mi spaventa. Lasciati dire che il mio silenzio è vita, non è morte, lasciati dire che sei una belva malefica che morirà del suo stesso morso. Non resisterai a te stesso.

Io fuggirò da te un giorno, fuggirò bastardo. La tua luce, la tua verità è vuota apparenza, falso dei miei stivali, sua altezza del cazzo.

Ti distruggerai, ti distruggerai da solo.

 

3

Ogni cosa ebbe inizio tempo fa. E io in preda all'entusiasmo volai, subito in viaggio. Non esitai, non per scarsa umiltà, non perché credevo di riuscire ma perché finalmente stavo dando un senso alla mia vita, era per quello che avevamo lavorato e io dovevo trovarla, dovevamo trovarla. La congiunzione. La congiunzione, l'unica cosa che sapevamo. Se l'avessi vista, convinta e posta al nostro fianco saremmo stati invincibili. Sarebbe stata epoca di pace, prosperità e cultura. Accettai come un ragazzino entusiasta, senza paura di fallire. La paura mi venne dopo.

Scalavo il Monte Ventoso e si inerpicò in me questo oscuro sentimento, fobia, impotenza, io solo, io solo. Pellegrino io ed il mio bastone. Né scorta, né servi. Solo. L'ascesa mistica, passai a posta di lì, si dice che ci si purifichi, che è quello l'unico sentiero per raggiungerla, è quello l'unico modo per riuscire a contemplarla.

Aprii il testo sacro, lo sfogliai, mi resi conto che era lui ad un certo punto a leggere dentro me. C'era una curvatura rosea in cielo, unica, mai vista prima d'ora. Era il primo segno, ero sulla via giusta.

Inizia, inizia. Era già la fine quell'inizio, indizio di qualcosa che magari poteva sormontarmi, di qualcosa di indomabile. Come pretendere di chiedere aiuto all'ineffabile, all'impercepibile, come? Una capiente pietra mi serrò la strada. Conteneva in sé i miei rimorsi, i miei spasmi notturni, le mie ansie, le mie indecisioni. Sollevarla? Sì, ma come? Non si può rimuovere ciò che ci attanaglia, nulla scompare, se proviamo ad eliminare un dolore soffriremo rimuovendolo e diverrà sempre più indelebile. L'unica è conviverci, ammaestrarlo, farne un punto di forza. E fu così che stremato non tentai di rimuoverla, né di aggirarla compiendo un tragitto più lungo, la abbracciai, la baciai, ne percepii peso, odore. Infine seppur distrutto mi ci arrampicai sopra, era un ulteriore catarsi, un ulteriore passo obbligato.

E che bellezza, che estasi improvvisa, immagini, immagini indescrivibili nella mia mente, più che immagini fasci di luce, simmetrie di colori, dolci suoni. Un volto, un volto, un volto che non vidi bene, cioè meglio, non potei vedere, più che altro intuire, intuire in riflessione postuma, meglio ancora, percepire, ci sono cose che i nostri occhi non possono vedere, le nostre orecchie non possono ascoltare, ma ci sono, si sentono, c'è un brivido dorsale che ce lo dice, noi lo sappiamo, ma non sappiamo spiegarle perché sono coperte da nebbia, seppure chiarissime.

Rotolai come sassolino d'amore ad un tratto, non so, il mio corpo lievitò e rovinò per poi salire nuovamente, in modo ondulatorio. Lucido il suolo, sembravo sfiorire e sbocciare, annientarmi e nascere, essere nulla ed infinito. Quando un tempo pregavo  con intensità e concentrazione lasciandomi carpire dal verbo mai raggiunsi stato pari a questo. Sembrava fossi io il verbo, un verbo eloquente che si estrinsecava, si manifestava nel silenzio. Fragore divino, ogni realtà sensibile era me ed io ero estranea ad essa. Un condensato di pensieri e nessun pensiero. Tale estasi che a descriverla non sarebbero sufficienti parole durò un attimo e ricaddi questa volta definitivamente. Ma non ero per nulla fiacco, per nulla spossato, avevo la forza di cento leoni, il desiderio tornò a luccicare nei miei occhio, barcollai retto, sicuro.

Fatti pochi passi un nuovo sussulto, un gemito, un lontano ansimare fischiava nelle mie orecchie. Ci stetti. Era un improvviso godimento cui seguì l'eccitazione. Sembrava che dalla nebbia sgorgassero a fiumi migliaia di livide figure femminili che non mi lasciavano indifferente. Ma non era un semplice istinto concupiscibile, non era lussuria, non erano corpi ciò che bramavo, erano ombre, ombre che si impossessarono di me. Fu un incanto, se l'estasi riuscii a descriverla a fiato corto ricorrendo ad immagini, tale apparizione era più simile ad una melodia. Un crogiolo di suoni crescenti, di diversa intensità e frequenza ma incredibilmente affini, incredibilmente armoniosi. La dispersione apparente era in realtà uno schema composito, con una logica trascendente, uno schema sublime che solo un grandissimo artefice avrebbe potuto plasmare. E nello stesso istante in cui plasmava dirigeva con grazia. Con femminea grazia. Solo delicate mani femminili possono contenere tale entusiasmante orchestruola eterea e, mai come allora, sentivo tutta la potenza della femminilità.

Piansi, ma non era tristezza. Era sfogo, o forse più. Era la diretta conseguenza di quelle emozioni che si susseguivano e che un corpo umano non poteva reggere. Ero lo sciupio che sgocciolava facendo sorgere imponente un paradiso in me, una reggia mastodontica fuori di me, un architrave ben saldo, invincibile. Era proprio ciò che mi serviva. Purificazione! Sentivo ora che avrei potuto senza pena affrontare il viaggio.

Lacrima chiara, scende a tratti, si arresta, la ingoio. Odore del vento, sapore del mare. Via di fuga unica, via di verità unica, via d'arrivo. Fuggire sé per trovarsi. Schizzare fuori dal corpo per potenziarsi e per saldarsi ad esso in maniera inscindibile, moltiplicando le gioie ed i piaceri.

Un'immensa quantità di sogni si pose come ultimo limite dinanzi a me. Era l'ostacolo più insidioso. Puoi scavalcare un sasso per quanto ripido e tortuoso. Ma i sogni. I sogni sono sostanze viscose, melme. Ti ci avvicini e ti si appiccicano addosso, come liberarsene conservandole, meglio come superarli e trascenderli? L'unica soluzione sembrerebbe dirgli addio, ora sì fare il percorso più lungo per scansarli, starci lontano il più possibile per evitare che ti finiscano addosso. Non avvicinarsi a meno di sette spanne, potrebbero per osmosi congiungerti al tuo corpo e sei finito, non si levano più. Ma a ben vedere se li ignoriamo, se crediamo di poterli evitare non pensando loro magari potremmo rimandare il pensiero ma ad un certo punto te li troverai dinnanzi di nuovo, dovrai invertire rotta e cominciare da capo, sino all'infinito. Che fare dunque? Starci, stare anche con loro. Poi si vedrà. Mi inabissai in quel muschio fastidioso e insolente, ero sudicio di fanghiglia, una fanghiglia leziosa e lieta, al sapor di miele. Leccavo le mie mani e godevo, mi trastullavo dei ricordi. Ad un certo punto mi accorsi che non potevo rimanere oltre in quella situazione. Che fare? Lavarsi, il pensiero imminente andò a ciò. E da cielo una pioggia cristallina scese possente, le gocce riflesse al sole erano una miriade di colori, lontano un arcobaleno. Mi spinsi oltre ormai candido. Dovevo raggiungerlo, dovevo raggiungere quel ponte effimero e voluttuario.

Amore, amore. Era questo ciò per cui lavoriamo. La canzone più candida, il sonetto più splendido mai l'hanno carpito come stavo facendo io in quell'istante. Parole, parole, le parole hanno una carica intensa e veemente. Ma è più loro o l'amore. Come? L'amore? L'amore perché è qualcosa di tanto impercettibile che non puoi concepire in pieno, non puoi con le sole parole. Sciocchezze, follie! L'amore è la genesi, il principio, il verbo. E cos'è dunque il verbo. Una singola parola spesso non può esprimere significati, a volte neanche interi trattati. Qualcosa che non può contenere l'infinito non può essere causa di esso, non può essere causa della realtà sensibile se non sa e non può interamente descriverla e capirla. Ma c'è qualcosa di più, c'è qualcosa che in sé contiene il verbo e che noi spesso non notiamo, seppure percepiamo. Il suono. In principio era la musica. È questo l'amore, musica, metrica, ogni parola ha un suono e ogni parola ha due significati, l'uno manifesto, che spesso è univoco, l'altro apparente, musicale, che sempre è infinito, che sempre è amore. Il cuore iniziò un palpito incandescente, mi sentii come colui che morto e risorto muore di nuovo e vede la luce. Una luce lontana. Una luce non reale e bianca, ma più profonda. Una luce apparente, figlia  del tempo e dei colori. Il ponte!

E giù, giù altre lacrime. Immobilizzato non cedevo. Ma i muscoli, loro si ribellavano al palpito. Ora non avevo paura, ma il corpo era vinto dalla potenza ancestrale. E più piangevo più mi scioglievo, più mi avvicinavo. Volteggiava il mio corpo senza muoversi finché non giunse ai bordi dell'arcobaleno.

Fui lì perso e ritrovato. Smarrito conquistatore di realtà velate e per questo essenze pure. La forma vinceva la sostanza e la plasmava. Ecco la verità. Il senso si perse e fuggì e io fui rapito e transitai su quel ponte.

La prova, il tentativo, figlio del vento era ormai il mio destino.

 

4

Lui è andato via. Quiete. E angoscia.

Improvvisa una luce alle mie spalle, luccica il vetro. È una stella, forse. Un barlume, mi avvicino per toccarla, per goderla, per intrappolarla. Entra in me, guidami, dammi la forza. Sono dinanzi ad un bivio, come allora. Ma questa volta l'alternativa è tra lui e me. Devo essere me. O piccola luce, cicala novembrina. Fatina mia, polvere magica, aiutami, possiedimi. Io da sola sono spersa. Aiutami! Non voglio annullarmi, non voglio perire come inutile straccio, usato, masticato, maciullato. Speranza mia unica, ti invoco. Ti custodirei come tesoro più prezioso del mio umile cuore, rosa splendente. Liberami da questa servitù, liberami dalla schiavitù cui mi sono condotta.

Ricordo, due anni fa. Solitaria e piena di vita cercavo una svolta. E arrivò lui, era per me poco differente al veltro. Era lui la lanterna del mio naufragio infausto. Sì infausto, ma io ero felice anche senza di lui, solo qualcosa mi mancava, qualcosa di indefinito, vivevo spensierata ma colma di pensieri, una sensazione difficile da spiegare, era come se sentissi che il mio destino era un altro, un destino maestoso, quell'orma che solo i grandi lasciano. E lui sembrava la manifestazione di questo desiderio occulto, celato in un cantuccio remoto della mia anima. Sembrava lui il maieuta capace di estrinsecare la me stessa più autentica, di rendere immensa la mia anima dinanzi agli altri. Invece mi ha solo annullato, annichilito.

Le uniche parole che mi ha saputo dire erano: aspetta. Ed io sono stanca di aspettare, ho bisogno di qualcosa qui ed ora, non voglio più sciuparmi nell'attesa. Avrei dovuto forse ascoltarlo, subirlo, subirlo muta? No, non sarei stata io. C'è qualcosa di forte che grida in me e non può essere addomesticato, da nessuno. Non aspetto più! Ho bisogno di schiudermi, di spandere letizia. Non posso rimanere una rosa incolta ed ignorata, un fiore di plastica inodore, dal sapore artificiale, dal colore che non brilla di luce propria. In me c'è un mondo che esplode e grida, grida parole d'amore e libertà.

Ho bisogno di emozionarmi, ancora emozionarmi. Ho bisogno di guardare in fondo a due occhi e vivere. Ho bisogno di uno sguardo puro e superbo che mi dia la forza di andare avanti. Umile ma fiero. Ho bisogno di distruggere le catene che mi legano al passato. Ho bisogno di rendere presente il mio ricordo e concreto il mio sogno. Ho bisogno di agire di conseguenza al mio istinto. Ho bisogno di creare, di dar vita all'informe, di moltiplicare le mie gioie esponenzialmente.

Il tempo si è arrestato, le lancette immobili, la sabbia si ingorga nella clessidra della mia vita. Dinanzi ad ogni cambiamento c'è un'attesa. Una nuova attesa. Un'attesa di incontrare finalmente me. Un desiderio di conoscermi ed agire. Di sprigionare potenza dalle mie mani, godimento e sussulto dalla mia bocca, profondità e passione dai miei occhi. Di creare castelli di sabbia con fondamenta solide, poi distruggerli e cominciare da capo. Ma senza di lui. Da sola forse? Questo non è importante, l'unica cosa importante è che nelle mie azioni future, nella mia vita quotidiana, una persona non può mancare assolutamente: io.

 

5

Mi ritrovai dinanzi uno specchio fluente d'acqua, sgorgava triplice da una comune sorgente e finiva su un corso maggiore, tre. Tre erano gli affluenti del mio cuore. Ragione che pacata e quasi lacustre ondeggiava a mo' di docile ma possente chiarore solare in sé riflesso. Il sole coi sue raggi, tutto nell'immagine di quell'acqua sembrava dominabile, la paura smorzava ed era freno alle passioni, ma un freno che non si percepiva, che esulava pensieri folli senza che me ne accorgessi, li rimuoveva e sembrava quasi non ci fossero. Più imponente l'istinto, travolgeva ogni cosa, contornato di dieci costellazioni e una stella maestra che lasciava incompleto il pensiero. Ma il godimento era immanente. Si assaporava l'impeto e la paura assumeva una forma manifesta. L'abisso. L'insondabile. Gusto gotico e tetro, acque fosche, nubilose, sembrava fossi di nuovo smarrito. Finché non sopraggiunse la graziosa sintesi, il terzo corso, pacato e ardente ad un tempo, dal riflesso selenico, in penombra da un colle scendeva lieto. Cos'era? Un che di strano e piacevole, una scintilla sapiente e sensibile. Indefinibile, inenarrabile.

Piansi immaginando le sue lacrime. Liberazione fluida, singhiozzo tra giulivo e triste.

Luccichio improvviso. Come una bestiola che trascinava la terra sotto i suoi piedi e rifletteva l'Uno e il molteplice. Silenzio rotto da tale scuotimento interiore, frastuono non udibile, interno. Caddi quasi morto e dovetti porre le mani alle tempie per far cessare questo suono che pareva diabolico.

Clessidra contenente liquido. Lì dinanzi a me lo sgomitolare da matti, lo sgusciare del tempo. E lei si manifestò per la prima volta così, ne ero certo, ne sono certo. Lei era il tempo. Rinchiusa in quel contenitore opaco di vetro era prigioniera, e rendeva noi servi. Una prigioniera che sottometteva. Fino a quando non si ruppe il cristallo contenente. E sprigionò potenza somma. Tutti i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni mi investirono. Era quello il terzo corso d'acqua. Il tempo, così chiamato, così definibile se lo abbiamo a portata di mano, rinchiuso in un involucro, di modo che ci sia parvenza di dominio. Ma a tenerlo in ostaggio, in realtà, è lui che ci domina. E lei dunque doveva essere liberata, e lo fu. La mia mente atemporale anzi oltre il tempo, era tempo e allo stesso momento lo trascendeva.

Moneta a doppia faccia. Voce bassa. Sembrava dirmi alza gli occhi e guarda, assapora questo suono che diviene quasi un respiro. Io subito volsi gli occhi ed ebbi una sensazione inaudita, vidi il tutto e il nulla senza essere visto da alcuno e senza vedere  alcuna cosa. Scorsi la dimensione di un punto, l'immagine dell'aria, la misura di una linea infinita. Dialogavano gli eraclitei opposti. Non era l'uno mutamento dell'altro, era l'uno l'altro se presente, e l'altro l'uno se questo assente, ma l'assenza richiede astrazione o per lo meno intuizione di una eventuale presenza, e la presenza lascia immaginare l'importanza di sé ponendo la mente ad una eventuale perdita di essa e quindi ad una assenza. E se non esistesse assenza? Sarebbe solo una manifestazione questa della presenza? Una presenza che non ha il mezzo adatto a manifestarsi potrebbe divenire assenza. E quindi il bene è in ogni dove, ma si presenta solo se ha un mezzo per manifestarsi, altrimenti è assente e dunque è male.  

Sottile si spezzò il cristallo dunque. Ed io chi ero? Nella manifestazione contemplativa era davvero frutto di illuminazione divina ciò che pensavo, o che provenienza aveva? Un pensiero strisciante si insinuò. Se fosse tutto opera del maligno? La mia missione, tutto, ogni cosa che da quando ero partito vedevo. Il senno era andato perso? Era nelle mani negli inferi? L'eresia.

Ma no, non poteva essere, avevo dinanzi a me un'inaudita bellezza e non può la bellezza distogliere dalla verità. L'apparenza candida è frutto del pensiero immacolato. Nel mio vaneggio stavo avvicinandomi, dovevo accantonare le ultime remore e avvicinarmi.

Ma come contenere l'acqua? Scompare tra le mani, ciclica va via ma tornerà. Così la sua immagine scomparve. Così la sua immagine, ne ero certo, si sarebbe presto manifestata di nuovo.

6

Proprio non riesco a star ferma, occupare il mio tempo, devo imprimere le mie speranza su carta, far qualcosa. Cosa?

Non si può, è inutile perdere tempo. L'ozio va fatto ma con maestria, oziare è un'arte, non si può oziare facendo niente, l'ozio è riflessivo, ti scruta dentro. Si prende, si assapora il tempo.

L'orologio scocca, l'una di notte. Un torpore sui piedi, un lento calar di palpebre, ma un'interiorità in subbuglio. Forse magari sto già dormendo e non me ne sono accorta. Non so se capita spesso a tutti, ma a me di frequente, nei momenti di nervosismo. Ho sonno ma sono iperattiva. È come sei il mio corpo si acquietasse ribellandosi al mio essere in tumulto. Ed io ho tante cose da fare, tante. Tante ora che sono finalmente libera. Ma da dove cominciare, e poi si avvicina un'idea parassita, quali sono davvero queste cose?

Fa niente. La lancetta dei secondi sposta minuti di indecisione. Tiranno tempo. È ancora notte, è quasi giorno, è già vittima questo spasmodico scorrere. Illegale, il tempo è illegale, trascina i nostri corpi verso il consumo, l'abrasione, lo sciupio. Il tempo contrabbanda la felicità e l'oro prendendosi il nostro aspetto, i nostri capelli mutanti, i nostri denti fiochi un tempo luminosi, la nostra pelle via via corrosa.

Quando c'era lui, fino a poche ore fa, sussisteva dentro me il desiderio di rivolta, di mutamento. Ma tale lotta immane mi divorava le vene, sfiorivo con essa, come colui che lancia sassi contro il muro ottenendo solo lievi serpeggiamenti ma sfiancandosi. Ed io sbiancavo inerte. Le mie parole fulmini, ad esse seguiva il fragore dell'urlo che lasciavano in lui. Poi finiva lì.

Adesso? Adesso è tutto più semplice, tutto più ovvio, tutto va da sé, non c'è bisogno di lotte, non c'è necessità di giustificazione. Occorre solo ricostruire. Ma come è amaro. Costruire cosa? E soprattutto, su quali fondamenta? Cancellare tutto di lui? O salvare il salvabile, perfezionarlo con lavoro certosino ed adattarlo alle mie esigenze naturalmente escludendo lui?

Ma il problema è un altro. La mia ombra. Credevo che lui mi avesse fornito le risposte che cercavo, mi avesse illuminato su me stessa. Ora ho le mie forze solo, un remo di volontà e una barca malandata di convinzioni. Basteranno? Me la saprò cavare?

L'una e mezza, eppure continua il tiranno, eh! Senza pietà, non mi aspetta. La negazione dell'autorità, della sua autorità. Serve? Si può andare avanti senza. La società è terribile, un mostro, lui è terribile. Credevo un tempo ed ora penso di credere ancora che l'essenziale sia ergersi ad individui forti e potenti e soprattutto soli. Ma correggo il tiro, persone, non più individui. Quando pensavo a ciò, paradossalmente, dicendo individui, esulavo la cosa più importante. La volontà. La volontà essenziale, di potenza, di dominio, il dir sé a sé, che non è per sé in via esclusiva ma è anche per gli altri, non utensili, ma altre persone. La volontà che distrugge cellule societarie e crea l'eterna comunità di esseri umani. Anzi di esseri viventi. Anzi di universo. La comunità universale.

Orrore, ecco, paura. Se nella mia ricerca restassi sola. Sola come allora. E sola ora sono. Sola. Solitudine. Ergersi solitari. Ma l'ergersi solitari richiede la presenza per lo meno di altri che ti sorreggano con le tue stesse idee adattate alle loro o a volta più spesso viceversa. Ma non avendo un sostegno? Si lambiscono le acque della follia. Si perde il senno.

Ed ho il sentore di perderlo, di perderlo di nuovo.

7

Il sentiero diramò a sinistra con un intarsio a destra, protese verso la volta turchina, i pensieri alabastrini come si fosse stati al tramonto, ma il giorno era appena sorto. Era  già nitido. Odore di primavera nei campi e per l'aria esultava, che sapore fresco, che refrigerio, che incanto!

Una luce all'orizzonte, luminescenza e rimembranza di un passato in realtà mai sorto, ma vivido. Puro nel suo entusiasmo diurno.

Uno scalpitio, zoccoli di cavallo, fruscio di carri. Un'ombra oscurava la vista celestiale e l'incanto. Assorbiva fasci luminosi, come carta su macchie d'inchiostro.

Sulle sommità di colline gli alberi svettavano incauti. Sprazzi di betulle dei miei sogni erano intuite. Ma non saldavano i miei eterei pensieri a nulla di concreto. In estasi ancora ero, stazionavo e mi intrecciavo. Pur tuttavia quel rumore reale mi destava dai sogni.

Una voce, lontana si fece più chiara. Uno statuario periodo scarno, una sentenza inflessibile. È tutto finito. Fu tutto ciò che sentii. Un messo papale, un mio superiore mi rese partecipe del fatto che era crollato lo splendido impero. Lo “Stupor Mundi”, l'intrepido eroe, il mio mandante, perito, perito sotto il giglio, come diceva la profezia. Un giglio particolare, un giglio pugliese, paradosso, lui aveva sempre temuto Firenze e morì in altro loco, ma sotto il medesimo segno. A volte non si può scampare al mactub, a ciò che è scritto, il nostro libero arbitrio ci conduce per vie seppur diverse al medesimo servigio del fato.

Ricordi. Ricordi ormai andati. Immaginavo, ripensavo. Ripensavo a me bambino, infante, poi un po' cresciuto. In mezzo a cento nutrici, padrone, quasi io imperatore di quel mio mondo piccino. Sobbalzi d' orchestre nei miei ricordi. Ondeggiamenti quasi spasmodici, a volte invece armonici, di un'armonia soprannaturale. C'era sempre una presenza, una femminile presenza che mi accompagnava, e che lo faceva ancora, e che lo fa tutt'ora. Odore di viola. Germoglio di virtù.

E d'obbligo. D'obbligo sobbalzava alla mente il ruscello puro e limpido ove venivo portato, ove bevevo acqua che mai assaporai così pura. Ricordavo le feste trascorse alle sue rive, ricordavo la gioia, l'entusiasmo, l'innocente entusiasmo di quei giorni ormai andati.

Tutto falso, ora sembrava tutto falso. Ogni cosa pareva di demoniaca sostanza, i flussi d'acqua un tempo segno di vita divennero ora emblema di una mi prigionia, presente, di una mia prigionia, futura, sicura.

Cadde improvvisa la neve e la distanza tra il messo e me si fece ancora più profonda, immensa, insormontabile. Le sue mani sembravano volerla scansare, sembravano voler scansare il candore con secca e matura concretezza bollente. Voleva forse sciogliere i miei ricordi e le mie speranze immergendo in un rogo ciò che c'era di più puro, ciò che c'è di più puro?

Io non mossi mai le mie mani, io mai cercai di dimenticare, di essere me stesso, e se mai lo pensai subito abbandonai l'idea folle. Seppure a volte soffrivo del ricordo cercavo comunque di tenerlo in riserva, potrebbe sempre tornare utile. Mai cancellare le proprie radici. Anche i momenti di dolore potremmo un giorno rimpiangere. C'è e sempre ci sarà un granello di gioia anche nei momenti più tristi.

Urlai, urlai ancora, urlai di nuovo. Tutto vano. Ma non potevo ora abbandonare la mia ricerca, ora che l'avevo intravista. No messo, no non mi arrendo. L'avevo appena intravista sotto fluida sembianza. Era lì, a portata di mano. Non potevo. Non potevo rinunciare proprio ora. Continuerò, avrei continuato, anche senza la protezione dell'imperatore, anche se fossi diventato un eretico rozzo e al di là del vero, perché spesso chi è nel vero è ai limiti di esso, chi invece esso non osa cercare è mediocremente nel mezzo, ed un pensiero, un'idea, vale un'altra, purché universalmente accettata.

Cosa scrissi, cosa scrissi in tanti giorni mi disse. Nulla, nulla. Il sonno della ragione, la voglia di ornitologhe piume, ma nulla di stabile, nulla di fisso su carta. Solo idee strambe. Ma tanta crescita, immensa crescita interiore, tanto clamore, tanto subbuglio, tanto turbamento.

Mia femminea figura, mia immago divina, ti raggiungerò, pronunciai deciso e d'un fiato parlando a lei ed anche al mio messaggero. Vai via, mi imposi, lasciami continuare. Ogni mia azione cadrà sotto la mia completa responsabilità, lui disparve.

 

8

Un soffio di vento ed appare dinanzi a me una foto, una foto che la mia mente aveva dimenticato. Quel ragazzo, che simpatico, che dolce, eppure da me così diverso, così distante, ma l'unico forse che mi capiva.

Silenzio, non ho voglia di profferire parola. E ricordo quel giorno. Neanche lui parlava, davanti a me. Eravamo in silenzio, lui con i suoi occhi fragili che guardavano le sue scarpe e parlavano come se singhiozzasse. Mi sorrideva, eppure quel sorriso celava una sofferenza interiore, lo sentivo.

Ci avrei forse magari anche voluto provare con lui. Ma era così ingenuo, troppo. Così debole mi sembrava. Non sarei mai riuscita a stargli accanto. Troppo fragile, a quel tempo, così come sicuramente ora, avevo bisogno di certezze, non di altri dubbi.

Col mio fare non facevo altro che farlo restare ancora più imbambolato dinanzi a me, ancora più indeciso. Mi amava, mi ama ancora credo. Poverino. Dolce come una pasta di mandorla. I suoi pensieri per me. Come ne ero felice, ma come ad un tempo li ignoravo, non facevo altro che metterlo in confusione. Io, eterna indecisa, gli dovevo sembrare una ragazza colma di certezze, sicura, decisa, per lo meno decisa nell'ignorarlo.

E lui continuava a guardarmi, a guardarmi e a tacere. A contemplarmi, quasi come se fossi una divinità. Ed io muta a mia volta. Ma di un mutismo diverso. Se il suo era un silenzio di pudore e colmo di sentimento, il mio era un silenzio di indifferenza, di noncuranza.

Non sarei mai stata in grado di stargli appresso, di sostenerlo. Non ne valeva la pena. Io avevo bisogno di altro, di qualcosa di più. Lui non mi avrebbe saputo aiutare. Io avevo ed ho ancora bisogno di soluzioni concrete, immediate. Ho bisogno di crearmi un guscio di protezione e lui sembrava con i suoi occhi leziosi infrangere quel mio guscio, spogliarmi delle mie certezze. Rendermi ancora maggiormente insicura insomma.

Io avevo bisogno di un mare di parole per celare le mie insicurezze e fronteggiare il mondo. E lui con altrettante parole sembrava distruggere i miei castelli di sabbia. Lasciarmi indifesa. In balia di me e del mondo.

In ogni caso l'unica certezza tra noi due era ed è che siamo ed eravamo agli antipodi, due mondi opposti, ripeto, non poteva, non avrebbe mai potuto e tuttora non può senz'altro funzionare. Siamo due lembi di mare che non si incontreranno mai, distanti anni luce. Inutilmente vicini ma terribilmente distanti. Due universi paralleli. Cercare la congiunzione tra ciò che non può incontrarsi creerebbe senz'altro un annichilimento. È semplicemente così. Quando si congiungono due entità di tal fatta o c'è un big bang e si crea l'increabile o c'è un inesorabile annichilimento, una orripilante distruzione. Ed è meglio non rischiare. Il gioco non vale la candela. Non è che sia chissà che meta bramabile d'uomo, è pur sempre un essere qualunque, timido e ardito. Ma non mi fa alcun effetto, è uguale agli altri, seppur interessante, ma di un interesse fine a sé, per cui non c'è bisogno né necessità di rischiare.

Mento. Forse mento. Quello che ho detto forse non lo penso. È ancora il mio fragile guscio che non mi permette di rischiare.

Ok, sto delirando, sarà l'ora, le tre di notte, il corpo in torpore e lo spirito in fermento ma... Ma un desiderio di lui c'è. Un desiderio di pendere dalle sue sottili e gustose labbra. Un desiderio di prenderlo per mano, di attraversare con lui e non con il ragazzo che mi ha fatto tanto soffrire, l'eternità, nuovi mondi, nuove realtà. Forse proprio il suo fare che sembra mettere a nudo il mio essere e renderlo fragile ed indifeso, come una rosa che trema sul finir dell'estate, può farmi scoprire davvero me stesso.

Sì, mio amico sì, guidami tu per i sentieri dell'esistenza. Condividerò con te la vita.

Ma è tardi, ora anche il mio spirito cede le armi, trovo pace, cado in un sonno profondo, forse domani avrò dimenticato quest'ultimo delirio.   

9

 

Ricordo invasivo.

Un palazzo d'oro scandiva la mia vista, colmo di diamanti l'antro, splendore lucente di statue di gesso finemente decorate e splendenti più di mille stelle. Il segno della vittoria alata nei pressi della scala vetusta si imponeva. Minuta eppure essa più di ogni altra risaltava, colmava lo sguardo.

Cotto e ricotto in me stesso, ardevo come cervo disteso su roveti zampilli inestinguibili. Sentivo in me il mio spirito lacerare e trepidare ad un tempo, potenza del vissuto.

Sapienza eterna. Il mio desio di quei giorni. Io fanciullo mi apprestavo alla soglia dell'altare sperando un giorno di comprendere ogni aspetto della realtà fisica e di quella celeste. Spirito e materia. Forma  e sostanza. Speravo di eludere la volgarità e l'amenità umana fuggendo dal mondo reietto e poi investito di divino intelletto, coi miei fratelli, guidare l'umanità verso i sentieri del vero. L'anima. L'anima questa sostanza inesorabilmente eterna che pende e s'impone tra la gente. Quest'essenza somma. L'anima. L'anima che ci avrebbe salvalo. Salvato perché noi fatti d'anima saremmo un giorno da lei ritornati.

Pomello della verga di rettitudine e giustizia sanciva un'ombra fissa e immobile sul pavimento aureo. L'ombra accecante che accantonava ogni umana tendenza, che elevava verso superiori realtà.

Libero arbitrio da un lato della moneta, dall'altro il capo del Fato. Nell'inclinazione un frammento di vero. Il vero nel ricordo, nel futuro ed infine nell'arte. Il vero triplice e manifestato in tali sostanze terrene eppure trascendenti. Il tempo immutabile e flessibile ma statico dinanzi a loro, dinanzi ad esso.

Una sostanza dolce e liquorosa sorseggiata nell'intimo dei nostri pensieri.

Ricordo invadente.

Il mio amico d'infanzia partito chiassoso per la Terra Santa con armi e scudo, pronto all'attacco più che alla difesa, ad inseguire il suo frammento di vero. Finito cavaliere, nobile e padrone, vassallo di terre deserte ed infame conquistatore.

Il mio amico d'infanzia quasi sperso e bambino su quella nave impervia e imponente a cercare un senso alla sua vita, la nave che avrebbe attraccato porti mai più sicuri, traversando flutti sconosciuti.

Il mio amico d'infanzia in lotta contro i mori, pelle ruvida loro, vellutata lui, triste e invecchiato per l'afa, morti gli infedeli e per premio nobiltà tanto bramate.

Il mio amico d'infanzia che un tempo come me cercava il vero, dunque, ed era finito col detestarlo, col fuggirlo, come si sfuggono i fendenti di spada. Ma il vero, il vero prima o poi colpisce alle spalle.

Il mio amico d'infanzia nascosto tra terre d'oriente ed ormai simile agli orientali sovrani pur odiandoli a morte.

E poi il mio maestro, mesto.

Il mio maestro che fine avrà fatto crollato l'impero?

Immaginavo già lui deriso, immaginavo già lui ribelle e da altri savi sostituito senza interrogatorio condannato, senza diritto di esporre le sue tesi, di incantare con la sua eloquenza, con la sua abile e sincera oratoria.

O magari, sì, magari scampato anche a questo, a infischiarsene e a rider di loro in silenzio, beffante, nel chiostro a fischiettare melodie d'oriente.

Sì, senz'altro era così, non avrebbe dimenticato mai nulla, rinnegato mai nulla, pacifico e schivo sarebbe restato nel suo mondo ad aspettare ancora la venuta del suo bramato messia terreno e divino, tra un pasto ed un altro. Avrebbe magari sussurrato che non è con l'altrui opinione avversa che si fallisce.

 

10

 

Ecco, ho fissato per oggi l'appuntamento. Trabocchetto? Io in me tradita? Lui da me tradita? Non so, forse nuova realtà manifesta, forse sincera verità, dolce verità. L'attesa. E poi lo saprò. Ma perché l'ho fatto? Rischio abnorme. Se fosse l'ennesimo abbaglio? Spero non sia così. Forse nella sua innocenza lui mi mostrerà la mia via, la mia pura e soprattutto vera via. Lo spero.

Eccolo che si avvicina, lambisce il bordo della strada. Straripa come corso diurno. Miserrimo eppure potente, furioso, possente, immane. Una piccola parte d'universo che contiene in sé l'assoluto. Contiene tutto ciò che la mia parva mente può immaginare, può sperare. Fare da aquila, da rapace saggio, scaltro e divoratore di spoglie spirituali.

E diventa miserrimo, infimo, inutile e subdolo il mondo, diventa un di più, un gioco inutile, la vita. Sembra quasi che nel guardarlo ogni nostra azione sia tipo il balbettio di un bambino durante la lezione di storia. Inutile, che nulla aggiunge al pubblico fremente. Scalpitio notturno di un falegname che inadempiente non termina l'opera infra il far dell'aurora. Suoni inutili dinanzi la sua apparenza i miei, suoni scarni.

Non pretendo chissà quale inaudita verità dalle tue labbra, non pretendo protezioni da crociato servile, fedele, quasi servo d'amore. Pretendo una minima luce, una fioca luce che mi lasci intuire la via, la via verso il mio essere, una luce che seppur minuscola mi guidi, che seppur distratta mi sostenga. Pretendo l'impossibile? Bramo la luna?

Nel guardarti sembro udir il suono fioco delle onde del mare infrante su scogli di amor dimenticato ed inutile come discorsi eloquenti al vento. Un mare che tengo in un palmo di mano, così sicura di me eppure così timorosa del mio futuro. Sopita sul fondo di questa mia imbarcazione di fortuna, costruita con lacci caduchi, esposta alle intemperie del mondo in rivolta.

Eccoti prossimo a me. Eccoti a due passi da me. Eccoti vicino a me. Eccoti, vorrei ora dire, vorrei ora mostrarti, mostrarmi, eccoti ora in me. Vorrei inumidirti le labbra. L'azione vince sulle remore, stordisce gli ostacoli al pensiero. Un bacio profondo accompagna l'abbraccio fugace. La mano scende dalle tue spalle ai tuoi fianchi, un brivido c'invade.

Eccoti, eccomi. Eccomi tua. Possiedimi. Per sempre. Dammi le tue mani ed intrecciale in un ardore senza fine alle mie. Rendimi partecipe del tuo oscuro mondo. Rendimi la regina della tua astrusa ed alienante realtà.

Ah come invade me il desiderio d'eternità. Il desiderio che quest'attimo sia dipinto d'infinito. Il desiderio che non ci sia un perché ma solo i nostri corpi levigati ed uniti nell'amplesso eterno.

Come mi sento? Cosa provo? Provo il brivido dell'indefinibile, una sensazione di gioia e di potenza, ma di voglia di non capire, di voglia di lasciarmi andare, di sbrigliare le redini dei miei preconcetti e dei miei timori, di lasciarmi andare per sempre tra le tue braccia.

Un brivido mi investe il dorso. Desiderio senza fine di te. Nel calore dei tuoi abbracci trovo rifugio. Non c'è freddo né morte nei miei pensieri. Non c'è più dubbio. Solo desio.

Una realtà magari meno idilliaca, meno primordiale, meno romantica è lì dinanzi a noi. Ma non dimentico, non dimentichi, non scordiamo che la nostra passione potrebbe  smuovere le porte degli inferi.

 

11

 

Mi posi chino ai bordi di quella rovente roccia possente. Solo ovviamente e in silenzio tra me meditando. Che fare? Valeva la pena proseguire? Ormai alea iacta est. Indietro non potevo tirarmi, non c'era più tempo. E comunque non un rimpianto sul mio viso, non una lacrima dai miei occhi. Era lei che volevo, era lei per cui vivevo. Il resto non aveva e non ha senso, il resto è già trascorso, è ormai passato, era ormai passato.

La mia mente lucida e vuota, non un pensiero più la invadeva. Caddi in preda a me e trascesi nuovamente me. Annullamento della volontà e manifestazione dell'essere concreta ed al di là di me ma in me immanente.

Io non ero dunque lei esisteva. Sottile sostanza eterea sulla mia volubile pelle succube alla furia dei giorni e degli anni. C'era lei, presente. E non altro valeva, non altro contava, nessuna importanza il mondo, nessuna importanza l'io perché lei era la parte nascosta di me, ed io carpivo la mia essenza solo in lei.

In preda a ciò sentii forte la sua mano carezzarmi, forte ma ad un tempo lieta, dolce melodia di nuovo. Ero in visibilio dinanzi a tale invisibile figura.

No, non ero nessuno. Non un frate. Non un savio. Non un dotto. Non uno strimpellatore di liuto. Non un verseggiatore della corte federiciana. Solo un granello misero. Un misero granello che grazie a quella mano, la sua mano, reggeva il mondo intero.

Cos'ero se non essenza volatile anch'io. Eppure di una volatilità presente, che son sicuro sarebbe stata scorta da un viandante che mi avesse scorto in quelle terre gelide. Il mio corpo era l'anelito di quel vento interiore, era lui che come specchio rifletteva quel subbuglio.

Contemplazione infinita. Eterna ascesi. Improvviso mi trovai nell'empireo, potrei giurarci. Le stelle fisse, i troni, le potestà, le virtù, il coro di serafini, i luminescenti cherubini, gli arcangeli agguerriti, le lunari immagini degli angeli pura essenza e pura apparenza, tutto sorvolai. Repentino viaggiavo in quella serie di ignote costellazioni e mai gaudio provai maggiore.

Cancellai come bevendo Lete ogni umana colpa, ogni disgrazia, ogni sventura. Ero padrone in quanto servo dell'assoluto. Puro. Candido come germogli intatti ed inviolati nell'aurora di un giorno primaverile. Che gioia, ripeto, e che entusiasmo!

Ogni conflitto ed ogni invidia umana poteva benissimo passarmi addosso e lasciarmi indifferente, a mo' di un felino che tenti ad ogni modo, avvalendosi della sua astuta agilità, di scalare un ripiano colmo d'olio e ad ogni passo innanzi tre indietro in guisa che l'impresa ardita abbandoni senza scampo.

Amore. Questo il senso del sogno desto. Amore senza condizioni e verso ogni cosa mortale, naturale e innaturale. Amore incandescente ed umido. Amore diurno e notturno, luce, ombra e penombra.

Mai più mai più desideravo tornare tra le umani genti. Tanto gaudio ebbi provato che quando feci brusco ritorno ai piedi della roccia, se mai di lì mi mossi concretamente, mi sentivo come l'infante strappato a forza dal grembo materno che disperato piange, urla e stride, sperando un dì di poter ritornare nell'annacquato rifugio.

Io non esistevo. Io non avevo più personalità alcuna tra gli uomini, tra i miei pari ormai forse non più tali. Io ero un tutt'uno con l'universo, ero l'unità molteplice. Tutto il resto era ai miei occhi inganno.

 

12

 

Che carino che è. Che carino che sei. I tuoi respiri sul mio collo mi inebriano e mi estasiano, sì, ancora, ancora avvicina le tue labbra alle mie orecchie e spira come vento le tue frasi concise e deliziose.

Che frasi. La tua dolcezza è mista a paura. E io mi spavento. Sono così spaventata quanto innamorata, se ci si può innamorare così, se ci si può innamorare dell'attimo, di un attimo, di uno sguardo, di una brezza ardita che diffonde il tuo verbo.

Ed è ciò di cui ho bisogno, ho bisogno di tremare. Il tremolio di eccitazione, il brivido che emana il piacere di essere ricoperta d'oro e d'argento dal tuo fiele d'ambrosia, lo stesso brivido che mi intimorisce. Che immenso piacere mio caro.

È ciò che voglio. Ora sei tu l'inafferrabile, l'inconcepibile, non io. È ciò di cui ho bisogno, inseguirti come le folli corse di noi bambini nel trastullo del gioco. Tu che scappi tra boschi di passioni, dipinti di erbaceo candore, trapunti di docili ed odorose rarità floreali, come scelte dalle tue mani sapienti. Ed io, io che non riesco a raggiungerti, ad acciuffarti, pur avendoti a poche spanne.

Non ti conosco, il tuo è solo un nome. Un nome che sembrava suonare strano, ma che ora nell'ignoranza di te è impresso a chiare lettere. Ed è tutto ciò che serve. Sapere che fai, dove vai, qual è il nostro futuro, è tutto stupido, tutto inutile, contano solo i nostri passi mai così vicini.

Che simpatico che è. Che simpatico che sei. I tuoi sussurri sono colorati d'ironia. Un'ironia così seducente, sento che in questo momento potresti chiedermi qualsiasi cosa, tutto. Farei per te qualsiasi follia. Sei l'eterna mia gioia, una gioia finalmente pura, la gioia che cercavo, non un divertimento vile, ma una gioia dionisiaca e candida, dolce e perversa.

È ciò di cui ho bisogno, ciò che è necessario in assoluto al mio essere. Assaporarti, divertirmi, ridere di gusto e con pacatezza infinita. Ridere con te, tra i tuoi abbracci. Mi sento al sicuro, al sicuro tra la tua insicurezza. Con il divertimento sembri dominare il mondo, domini il mondo, padrone di ogni cosa. Io tua compagna, al tuo fianco e al centro di ogni tua attenzione.

Che sensazione! Noi bambini, ancora, immagine ricorrente. Noi che giochiamo a nascondino. Io nel rifugio segreto e tu, tu che mi cerchi e non mi trovi, divertito chiami il mio nome. Con la tua frenesia calma come il mare di luglio. Adagiato, sì, adagiato sembri, disteso come golfo sorrentino, mio per sempre.

Ora sì che ti conosco mio sconosciuto e sempre presente amico. Tu sei parte del mio essere, sei in me. Non fuggirò più, e tu non mi sfuggirai, mio amico amato. Mai. Mai.

Stringimi ancora, voglio addormentarmi avvinghiata al tuo corpo delicato e possente, svegliarmi domattina col tuo sguardo protettivo ed indifeso, da scoiattolino e da pantera. Non lasciarmi, non farlo.

Che abbaglio, come avevo fatto a lasciarmi ingannare dalla falsità sei tu ciò che cercavo, sei tu ciò che cerco ed ho trovato. Non ci lasceremo più, un solo corpo, un'anima, un solo fiato.  Uniti e nessuno e niente potrà separarci.

Stringimi e chiudi gli occhi con me, amore.

 

13

 

Avrei Continuato, dovevo. Che ragione avrebbe avuto a quel punto la mia vita. E che ragione aveva avuto sino ad allora.

Cosa avevo fatto, cosa era stata la mia vita. Ricerca. Pura ricerca. Ricerca dell'etereo. Non avevo fatto altro da quando ero bambino e fui iniziato agli studi. Mi interessai subito di capire cosa c'era dietro il corpo, cosa c'era di immanente ad esso e trascendente ad un tempo. Avevo vissuto, vivevo, per comprendere l'immagine. E dall'immagine e per l'immagine avevo vissuto di immaginazione, di sogni.

Questa era stata la mia vita. Non avevo fatto altro che aspettarla, attendere la sua venuta. E se non fosse venuta sarei partito per trovarla. Cosa che feci. E a cui non avrei rinunciato, mai.

Ed un'idea che sorse da subito e non mi avrebbe più abbandonato. Lei nella sue eterea essenza era la scintilla di ogni azione, il nostro fine, la nostra propensione, tendevamo ad essa. Altro fine non c'era. Lei era la vita ed ad un tempo la causa remota della vita,  lei era causa, oggetto e fine ad un tempo. Ed io l'avevo vista, immaginate? Vista!

A quella vista la morte non mi intimoriva più, come poteva. Era sublime lei. L'adoravo. Di un'adorazione obbligatoria per lo stato che aveva, piacevole per i sensi, per la vista graziosa, soave per l'udito, dolce per il sapore, lieve al tocco. Sapevo che la morte era nulla perché il piacere dei sensi, l'intensità dell'intelletto, non erano corporali ma trascendenti. La mia anima si sarebbe sparsa per il mondo e manifestata spiritualmente tramite altri mezzi corporali al consumarsi del mio corpo ridotto a cenere. Sarebbe diventata petalo seducente, corolla di passione, sguardo felino, fruscio del vento, balzo bestiale, gesticolio eloquente umano, musica delle sfere.

Piansi, condizione ormai perpetue. Le mie lacrime. Tramutate forse anch'esse un giorno in pioggia divina, in refrigerio umano felice, della terra fertile. Pioggia purificatrice. Lacrima liberatrice che dissolve le macchie oscure della nostra anima. Macchie, cioè vuoto, assenza di lei, divina, lei non manifestabile. Via oscurità amene, via vuoto d'anima e assenza di spirito. Vieni tu in me. Purificami.

Eccola, la sento improvvisa di nuovo. ero sull'orlo di un precipizio e lei vibrava nell'aria. Sotto ai mie piedi limpida acqua scorreva sgocciolando nel vuoto. Cascata intensa e vorticosa, capogiro, timore di nuovo in me. Improvvisamente mi avvicinai e sembrai rovinare giù al fosso. Capii. Erano i vuoti della mia anima, del mio abisso. Ripresi d'un tratto ma lievemente i sensi e scivolai. Solo la sua mano possente mi trattenne ed impedì il peggio. Cadere in preda dell'unico vizio padre degli altri sua conseguenza. Il vuoto, l'abisso.

Passò ora sulla fronte la sua mano e mi parve di sognare maggiormente. Compresi il perché. Era quella la via della verità il sogno. Via del vero e del reale. Esistenza, nostra esistenza fatta per metà di sogno, e per metà di realtà che altro non è se non sogno nella parte del vero, abisso nella indifferente concretezza.

Amore. Amore è l'unica via di salvezza. Non potevo redimermi serbano oscuro odio, tetro rancore, cagione del vuoto e diramazione ad un tempo dello stesso. Amore spassionato, universale, eterno. Amore cioè verbo in nuce, anima. Sguardo, atto di liberalità, bacio ardente, abbraccio caloroso, sua manifestazione, verbo palese, cioè spirito.

E fu appunto uno sguardo inenarrabile il suo congedo. Mi destai in un campo di frumento.

 

14

 

Toglimi le mani di dosso, ho detto basta, ho un altro. Come dici?, no, puoi scordartelo, non sono cazzi tuoi chi sia. Sicuramente qualcuno che sa darmi di più, più di te vile meschino.

Ho sopportato tutto con te. Sono resistita alla perdita di dignità con te, ad essere il tuo burattino di cartapesta. Ora basta, sai già, te lo dissi e lo ripeto, non conti più nulla perché nulla vali. Con te avevo perso ogni ritegno, ogni rispetto di me. Ora so che l'ho finalmente ritrovato, ho ritrovato me tra le sue braccia.

Posso finalmente, ora essere me stessa. Essere realmente ciò che sono, non ciò che tu volevi io fossi, non ciò che lui vuole io fossi, anzi sì. Sì perché la sua volontà sublime non collide con a mia, ma la rispetta ed è in simbiosi con essa. Rispetto, una parola che forse è ignota al tuo vocabolario, che forse hai tralasciato o mai conosciuto.

Sì, mio burattinaio burattino, schiamazzo notturno. Ti muovi come furbo rettile. Ma di una furbizia non astuta, una furbizia che sarà valanga e ti travolgerà. Morirai bastardo, morirai delle tue stesse moine, seduttore delle pocodibuono, delle troiette come te.

Io resisto, resisto alle tue follie, alle tue sciocchezza. Resisto e godrò nel vederti soffrire vittima di te. Resisto uomo piccino, resisto e godo, te lo ripeto, godo, godo nel vederti trascinare le tue stesse catene.

I tuoi sorrisini, si sorridi, rettile. Credi di poter dominare? Io credo che i tuo dominio sia sulla gente della tua stessa fatta. Non su di me, non su di lui. I tuoi sogni di potere sono tristi. E mi spaventano. Mi spaventa la fine terribile che farai. Stai varcando la soglia di un baratro che, sta sicuro, ti inghiottirà senza speranza. Sei ancora in tempo per salvarti. Rinuncia alle tue voglie insane. O fottiti. E muori senza ritegno, senza fama, la fama che tanto brami.

Io ho già fatto la mia scelta, la mia scelta è la dolcezza, il candore, i godimento. La tua la sofferenza, il potere, l'indifferenza. Uomo indifferente vedrai la gente scorrerti a fianco senza accorgersi nemmeno dei tuoi passi, del tuo corpo. Indifferente vittima d'indifferenza.

Sei un condottiero senza armi né onore, io mi ero lasciata entusiasmare da te, ma ero ceca, accecata dalla gloria. Ero divenuta viscida alla tua guisa. Ma non mi hai saputo fregare. Mi sono ribellata in tempo. E lo faranno tutti. La tua sola presenza che a primo acchito provoca desiderio in profondità è un vuoto contenitore, la tua sostanza è d'odio.

Cosa mi rimane di te? Solo il tuo fumo insalubre. Un'apparenza non luminosa. Le tue parole le ho già dimenticate, meschino. E non avrai più nulla da me. Nulla perché il nulla rimane, non ti ho cancellato dalla mente, assurgerai per sempre ad esempio, esempio di vita disumana, di vita reietta. Morirai, bastardo.

Grazie a dio, grazie a dio io non ho come te mille certezze, la certezza è ciò che di più subdolo, inumano e soggiogante può esserci, è la molla del potere malvagio. Grazie a dio sono libera nei miei dubbi, grazie a dio sono libera e fiera nella mia umiltà.

Ah che bello, che gioia sarà da oggi non vedere più i tuoi stupidi presenti, regali farfugliosi, ingarbugliati, ah che piacere e che goduria sciupare e distruggere tutti i tuoi fiori di plastica, finti, come te. Che gioia immensa rinunciare alle tue stupende cene con persone come te, sì quei grandi uomini. Uomini che si atteggiano a potenti del mondo, a capi delle nazioni, a segreti conquistatori, ma a cui manca solo un nasone rosso finto e due passi di danza per lavorare in un bel circo. Ah che pentimento solo non aver sputato nei loro piatti, non aver disperso i loro parrucchini, i loro aneliti di niente.

Ah che bello fare a meno del tuo letto, rinunciare ai tuoi squallidi amplessi.

Che ero io. Eh, la tua bella troia, vero? Il tuo fiore all'occhiello godereccio, il tuo trastullo. Ma portati il frustino la prossima volta e sodomizzati da solo. Vile. Stupido. Stronzo.

Cosa ero e cosa sarei stata per te se depressa, se ansiosa, se timorosa. Solo una stupida e fastidiosa palla al piede. Beh mettila al collo e gettati nel tuo stesso abisso.

Lo vedi ora rido io, stronzo.

A te non ha mai sfiorato l'idea che dentro me potesse esserci qualcosa, qualcosa per cui valeva la pena lottare. Non hai mai guardato in fondo ai miei occhi. Non hai mai colto e nemmeno sfiorato la candida rosa che è in me. Non ti sei mai accorto che dentro me c'è qualcosa di davvero potente, diverso dal tuo sesso senza animo, dal tuo potere senza merito.

Da oggi, con lui, sono disposta a perdere tutto pur di ritrovare me stessa. Addio!

 

15

E cosa sarebbe stata la mia vita senza di lei? Non credo avesse avuto più significato. Non credo perché averla voleva dire comprendersi, entrare finalmente in sé, prendere coscienza. Senza di lei il nulla!

Non c'è ragione che tenga, era lei, lei l'essenza unica dell'infinito e per lei aveva ed ha tuttora un segno visibile il motore degli astri, dei fiumi, del tempo e degli eventi. Non c'è nulla al di fuori di lei ed il nulla altro non è che sua assenza terribile.

Lei la pura speranza, la pura fiamma zampillante ed inestinguibile. Lei il tutto. Il corso del destino è servo del suo arbitrio. Lei ripara dalle intemperie della vita come vivida e fulgida ad un tempo roccia. Lei era la nuova gloria di ogni nazioni. Non potevo né il mondo avrebbe potuto mai perderla.

Cosa significa, vi lascio immaginare, cosa significa vedersi ogni cosa. Vedersi padroni e servi, e vederla serva e padrone. È il principio lei ed è la fine. Uniti entrambi in maniera fissa e stabile in un punto inscindibile e indissolubile. La fine principio di ogni cosa visibile per manifestazione e visibile per sola intuizione.

L'arte, forza tendente alla percezione contemplativa della bellezza deve ed innalza agli altari la  presenza naturale rendendola divina. Croce e delizia degli umani sensi. Connubio idilliaco tra reale e irreale. Universale disegno interiore estrinsecato. Un caro vento primaverile che carezza il volto era il suo sussurro.

Ero certo che dopo di noi non ci sarebbe stato altro, che l'attimo, le ore, il concetto stesso di tempo sarebbe stato inesorabilmente distrutto, perché apparente.

Un lampo apparve in cielo. Il tempo mutò d'improvviso. Uno squarcio sonoro invase l'orizzonte ed i miei sensi. Come scossa la terra sotto ai miei piedi non reggeva più il mio corpo che ormai oscillava. Nell'aria il sapore di tempi malvagi scorreva come sciami insidiosi, la mia mente fu pervasa da immagini orribili. Il mio umore non era più lieto. Paura. Di nuovo la paura mi attanagliò.

E subito un intenso rovescio d'acqua odorosa mi invase. Pioveva. Una tempesta e me naufrago di quello stato d'animo pervasivo e parassita.

Pioveva e la mia concentrazione cadde sulle gocce nell'insieme. Poi su una singola goccia. Guardai e fui preda di meraviglia. I cristalli e la volta mi parve a tal punto cristallina. Eccola. Eccola la divinità. Ecco l'infinità dell'universo. In questo piccolo frammento di realtà. In questo spazio seppur limitato si scorgeva ed era insito l'illimitato. I mondi molteplici ed univoci. L'infinità di una linea delimitata da due punti. Infinita. Infinita perché eternamente divisibile. Balenarono alla mente le parole del mio maestro, i riferimenti alla cabala, la possibilità di scindere ciò che è democritianamente inscindibile. E fu un sussulto, una pace ritrovata.

Da quelle gocce nasceva silente in me un luccichio, una corrispondenza universale con l'umanità e con ogni essere vivente e minerale e con la natura tutta infine ed il cosmo, la corrispondenza del divino.

Noi esseri mortali immortali resi dalla grazia femminea, dal cuor cortese, noi divenuti finalmente eterni, nel circolo eterno, nel circolo etereo, eterno ritorno ed eterna verità nel ricordo. Contenitori noi dell'infinito.

Arrivò un'ondata nuovamente primaverile tra le gocce, il maltempo interiore, questo orribile dolore, si rasserenò da solo a quei pensieri ed in loro.

 

16

Ah leggerezza e piacere nell'essere distesi su questo mio letto a tendere l'occhio al vetro. Le gocce di pioggia impresse e che quasi, come dire, sgretolano al contatto di nuove gocce. È primo mattino. Apro il libro che ho sul comodino. Le affinità elettive. Mi perdo. Mi perdo tra le distese verdeggianti della contrada cui mi rimandano le lettere, unite a parole quasi di fuoco che congiungono periodi di intenso amore, di spassionato ardore. E mi perdo così, dunque. Sfogliando le pagine dall'intenso profumo. Oh quanto adoro l'odore intenso dei libri. Odore di vivacità, di poesia, di immaginazione, di terre lontane.

Un vocio leggiadro percepisco da lontano. I lieti suoni dell'autunno che mi ha liberato dalle catene, da un' afa oppressiva. Dal suo corpo vischioso ed umido sulla mia pelle. Ah mio autunno! Ah mio liberatore! Ah mio amato!

Non ci speravo. Non ci speravo arrivassi amore mio. Non credevo più possibile uscire da questa prigione dorata e terribile. Quasi mi credevo spacciata, ormai vittima di quel meschino.

Non ci speravo. Quasi credevo di poter riuscire a fuggire, casomai, da sola, con le mie forze. O meglio di essere il mio destino la solitudine e solo nella solitudine ritrovare sicuro riparo. Quasi non credevo più possibile l'esistenza di uomini veri, di veri ragazzi che si ergessero al di là dei limiti senza sfruttarti e tenendoti in considerazione, come divina.

E nonostante tutto questo, in fondo, se avessi teso bene i sensi percependo il mio intimo sussulto me ne sarei accorta. Mi sarei accorta di cercarti. Di averti voluto al mio fianco. Te, te mio caro. Te che ti conoscevo in altre vesti e mai avrei potuto immaginare di finire vittima di tanto spasimo per te. Che voglia di riabbracciarti, anche ora, magari qui su questo letto.

Sembrava quando mi lasciai andare col meschino che quella fosse la via. L'austerità godereccia e la viltà vitale. Che illusa. Mi credevo dominatrice accanto a lui. Eppure non avevo capito, cieca, che chi ti ama ama te, non la sua immagine falsa di te. Magari un'immagine di te, ma quell'immagine più pura, la parte femminile che è in ogni uomo la solo quella può rendere un uomo speciale. Il soffio del vento selvaggio e possente nell'abbraccio unito a quel femmineo sapore corrispondente ed estroso. È questo che noi donne cerchiamo. L'intarsio mancante che completi il nostro disegno interiore. E quanto simile sei tu, amore a me, quanto congeniale e perfetto è il nostro incontro, la nostra unione.

Sei tu quel sapore lieve del manto autunnale dai mille colori.

Ah quanta freddezza c'era prima nei miei occhi, umidi di rabbia e tristezza, ora di un'umidità diversa, l'umidità festosa dell'incontro, della leggerezza, della spensieratezza, l'umidità, posso dirlo perché lo sento, l'umidità dell'amore.

Quanto mi è caro, quanto, e quanto l'avevo ignorato, convinta di poterlo gestire e domare, non sapendo che esso straripa come corso ribelle, non si arresta, nulla può fermarlo né deviarne il corso, quando incontri la persona che hai sempre sognato, che sempre era riposta in un angolo, seppur remoto, del tuo cuore.

Ti amo, mio caro!

 

17

E sì. Credevo proprio così. Credevo che il tempo non necessitasse di limitazioni o di frette, di repentine decisioni. Credevo e capii e credo tuttora che il tempo è la nostra percezione intima, il nostro quantificare il fluire liquido della realtà e più precisamente dei suoi accadimenti concreti. Questi, senza alcun dubbio, non hanno dimensione. È la nostra erronea percezione che gliela dà.

E ruotavo intorno ad un argomento, uno solo eppure così vivido ed intenso. Trottavo giulivo e pensoso ad un tempo. Trottavo come giostra inarrestabile sotto lo scalpitio degli zoccoli.

La mia mente oramai da tempo estesa era contenitore di tutte le emozioni, di ogni essenza spirituale e naturale. Ogni cosa concepibile ed inconcepibile veniva sezionata e ridotta ai minimi di termini sprigionando energia immane, mai così potente la potette l'umana ragione comprendere, e poi colmava il mio essere. Io mi sentivo come arco che tende e sprigiona e riposato staziona, ma all'inverso, nel momento della sezione in minuscole eppur infinite parti veniva sottesa una forza inaudita, nel momento successivo la staticità non era data dal riposo, ma dalla tensione che capiente in me conteneva.

Ed ancora, ancora, ancora dinanzi a me un susseguirsi d'immagini, di realtà, di eterne aspirazioni. La semplicità, la semplicità del sapere si ergeva dinanzi a me. Ah quanto i sofismi sono rivestimenti formali di una nuda realtà unica e plurima ma evidente, esposta in arti e modi diverse a seconda della forma. Ah poi quanto caro mi era innanzi la frugalità susseguente a tale semplicità ideologica, una vita che viveva da sé, senza pretese. Ah che clamore l'impegno civile per il mutamento dell'oppressione e per la pace universale, realizzabile a seguito di piccoli gesti d'umiltà. Ah che splendore superare il finito con una parola che avrebbe senz'altro riecheggiato per l'eternità.

Ah quanto cari mi sono quei fluidi che vidi. Si districavano ansiosi tra essi le varietà cromatiche. Una correlazione immensa emerse allora tra le dodici varietà dell'iride apparse e le tonalità musicali. Ad ogni colore udivo in sinestesia suoni secchi diversi. Ebbi l'impulso di segnare sul terreno una notazione improvvisa ma ero come colui che ha evidente in mente una immagine sonora ma non sa riprodurla. Che sensazione di pochezza, di incapacità comunicativa!

Senz'altro avrei dovuto distogliere lo sguardo da quell'assoluta verità palese ma inesprimibile. Non vi riuscii subito sebbene di lì a poco la mia mente percorse rapida altri sentieri.

Giunse all'espressione, quindi all'olfatto ed al gusto. Sapori inebrianti carezzavano i sensi spogli e li colmavano. Sensazione di sazietà, sublime e di appetito. Sebbene non mangiassi ormai da giorni potei deliziarmi a quella sensazione. Uh che lauto banchetto saporoso, gemme dolciastre, uve biancastre, vivide brocche di nettare divino, ambrosia dal colore scuro e luminoso.

Poi una nuova congiunzione. Era il fluire dei fluidi che in sé univa ogni cosa, lo capii al volo ed ora mi è ancor più chiaro. I nostri sensi sono sorde vittime del liquame candido e puro, innalzato a gloria eterna dallo splendore del corpo riflesso in bellezza suprema tramite lo spirito dell'amore dell'anima. Ma qualcosa mancava, qualcosa che non possedeva un suono preciso, un'immagine vivida, un caro sapore. Sì, l'infinito. Quell'infinito che considerato in virtù come insieme aveva una forma manifesta nella trinità ora indicata e che era distinguibile in maniera nitida dalle nostre sensazioni, preso nella sua più pura definizione era impercepibile. Come se la qualità implicita presente in ogni cosa e che trascende la cosa stessa che la contiene non fosse definibile se non limitata a sé. Non si può definire un punto ma la distanza sì. È nella distanza che definiamo l'assoluto, che possiamo misurarlo ma esso rimane, ha pur sempre una qualità implicita, in sé, che non perde e ciò mi rese evidente che ciò che percepiamo non è immagine riflessa ed imperfetta, non è copia del trascendente, ma è sua limitazione e quindi imperfezione.

Districò improvviso il mio pensiero sulle rocce circostanti e vidi me riflesso in mille forme. Poi mi ricongiunsi alla solida parete e il mio corpo fu lievemente ma in modo brusco adagiato in ogni dove circostante. Improvviso in un attimo planai privo di peso.

Eccomi d'un tratto tra le fronde fitte di un cespuglio che mi accorsi essere la sommità di un tronco e poi giù e su in oscillazione. Vidi un immenso giardino arabizzato, luogo sublime e superbo, lo riconobbi, era il posto ove solevo coi miei compagni di studio disquisire assieme all'Imperator. Ma poi mutò di forma e gli arbusti profumati da soavità d' agrumi arabizzati scomparve, diede spazio ad altra flora. Una selva mastodontica mai vista in alcuna terra, fitta ed intensa, fior dell'intelletto. Volai più in alto e la vidi nell'insieme, potei quantificarla e l'operazione mi facilitò la qualificazione nel momento in cui tornai come stramazzato al centro d'essa. Era la Foresta Nera, di cui sentii parlare. Un luogo rigoglioso di selvaggio ed era lì che il mio viaggio avrebbe dovuto giungere a meta.

Era ora, era ora di cominciare. Di rintracciare e cogliere e rendere propria la verità sino ad ora solo intuita. Era ora di entrare nel vivo della questione, nel vivo della mia folle missione.

E l'azione precedette questo pensiero esposto, le mie mani si mossero da sole iniziando a tracciare nell'aria una invisibile scala, la scala in sé avvolta del sapere ascendente. Rotolava essa intorno al pullulare vegetale e si intrecciava con le mie mani che creavano essendo create, se di creazione si può parlare, sarebbe stato più giusto dire opera del vasaio, plasmare dall'etereo. Varcai dunque la porta del verbo, dell'esplicabile per via formale ed artistico e mi addentrai oltre sofismi, verso ciò che tenterò di descrivere ma che il più, come ogni cosa del mio viaggio, lascio a chi legge.

Salii in silenzio i vertiginosi gradini. Mi resi conto così che stavo traversando ciò che d'inimmaginabile c'era, ciò che né la descrizione di scienze, né la storia umana, né racconto avevano mai osato. Mi ero calato salendo in una situazione da cui se fossi uscito nulla sarebbe più stato com'era né com'è.

La porta con tanfo rumore divaricò in orizzontale e fu il frastuono della natura.

Ah come è differente il pensiero e l'azione umana dal motore universale e dalla divina intenzione!

 

18

Notte inoltrata. La luna coperta da nubi oscure. Buio infimo mentre sono sola ad aspettare ancora, come stamattina. Aspettare col tremor delle mani i tuoi occhi vicini ai miei.

Come inferno, tra mille dannati dai svariati dolori, l'anima mia è in preda agli spasmi d'angoscia. Desiderio di esser salvata da te, mio illustre cantore, salvata ancora, per sempre, per sempre. Cancella te ne prego la malvagità dalle mie intenzioni e liberami da questa reietta condanna. Voglio affondare tra le tue braccia per sempre, ancora per sempre.

Chi sei tu dolce usignolo dal bel canto, melodia di quest'autunno principio buio della luce? Chi sei tu o mio amato, mia nuova scoperta, mio unico salvatore? Chi sei stella più brillante del firmamento?

Perché sei qui. Dalla tua bocca non un comando che non sia dal sapore di fiele, non un suono che non sia armonia di diversi violini. Vieni mio amore, vieni e difendi questa donzella spaurita dal domani e dal buio del vuoto.

Vieni mio usignolo, dunque. Vieni tu con la zampa ferita, vieni tu che nella tua sofferenza sovrasti di gioia la mia e la purifichi, vieni spazzando via ogni indecisione. Vieni mio eroe senza paura, vieni tu che hai la forza di mille giganti, la purezza di cento gigli e la dolcezza di pasti gustosi. Vieni. Vieni tu che non lasci il tuo manto macchiato dalla ingordigia di astute cupidigie senza liberalità, di lussurie senza desiderio dell'altro, di superbie senza forza e senza virtù. Vieni.

È giunto il momento di destarmi dal sonno della verità, della ragione e dell'istinto e della gioia. È giunto il momento il momento di essere con te avviluppata per emanare la potenza dell'amore, di un amore puro e imponente.

Con te rinasco, in questa stagione dai colori più vari rinasco. Un'energia inaudita si impadronisce del mio corpo e rinasco, mi rigenero, sono di nuovo ricca di forze e bellezza.

Eccoti mia luce. Tra i viali già un fascio lampeggiante squarcia il buio della paura. Eccoti cavaliere eccelso. Eccoti sublime condottiero d'amore. Scintilla come armatura la tua bocca di fragole e d'amarena. Sapore di maggio in questa sera di primo autunno. Eccoti sfoderi già di lontano la spada focosa delle tue parole ardenti che inchiodano l'avversario e inchiodano me che pendo dalle tue labbra.

Baciami. Non salutarmi e baciami. Baciami con passione e senza profferire verbo. Baciami ardito, baciami ti dicono i miei occhi silenziosi e vogliosi. Baciami come battaglia vittoriosa già prima di iniziare. Baciami come scontro fatale. Baciami con entusiasmo di folli imprese. Baciami.

Questa sera non ha più importanza, guardarti mi fa dimenticare ogni cosa, tutta la realtà sei tu, tutta la realtà sono le tue labbra, tutta la realtà è questo bacio. L'umido mi inebria, mi estasia, gaudio immane. Questa sera è come ultimo spiraglio di felicità che assurge a momento eterno.

Baciami dunque, non voglio, non posso, non devo perderti. Baciami e lasciami andare in balia di me, del mio istinto, del mio amore. Lasciami andare in balia di me. Amami ed amami con i tuoi baci, con il tuo bacio.

Baciami come se dovessi partire lontano, come se dovessi volare su terre sconosciute e so, sì lo so che il tuo bacio mi farà volare. Ma il volo in un solo abbraccio realizzato, solo nel tuo abbraccio realizzato.

Baciami d'un fiato e dimentica con me ogni cosa mio eroe. Baciami più forte, stringimi e respira su di me, baciami ancora.

19

Ero intorpidito come colui che alla deriva viaggia senza meta tra la veglia e il sonno, sbatacchiato dalle onde e sperso come cardo senza melodia da seguire, intarsiato da un ricordo, il suo, la sua fugace apparenza.

Ed in questa fase quasi onirica lei apparve, apparve laboriosa come frumento colto da mani esperte ed affannate dalla fatica. Bella e radiosa, di immane bellezza dipinta.

C'era un conflitto forse insanabile tra le mie membra stanche e la sua luminescenza, il suo infliggere archi di luce quasi sonori che scuotevano le mie ossa ma non mi risvegliavano. Ero un bambino impotente dinanzi a lei, un bambino che non riesce a muovere i primi passi per avvicinarla e tentarne un approccio colloquiale.

Circolare era il mio dormiveglia, circolare come la sua aura violacea, era solo una sensazione, un'effimera sensazione. Caddero le mie mani smorte, il sonno oramai voleva imporre dominio, ma ad ogni caduta c'era un rialzarsi improvviso. Vivevo questa sorta di limbo dove l'immagine più pura della bellezza è intravista ma mai goduta a pieno dagli occhi.

E tentai un diversivo, distrarmi, distogliere lo sguardo. Mi avrebbe seguito? A volte quando cerchi qualcosa e sei lì a due passi dall'ottenerla ma più ti avvicini più un subbuglio ti blocca e rende inerme l'unica è voltarsi. Scindersi. Distruggere come petali tra le mani frammenti di razionalità e di concentrazione di modo che sia l'immagine stessa a seguirti. Guardare altrove, guardare altrove semplicemente per raggiungere la meta, per mirare con precisione. Guardare altrove.

Guardare altrove anche per evitare avvicinamenti scoordinati, essere pronto davvero con sé stesso per sopportare la vista. Se spesso non raggiungiamo i nostri sogni è perché la stagione ad essi propizia tarda ad arrivare. Persino con i desideri più intimi occorre pazienza.

Ma mai lasciare tutto, mai mollare, mai cadere nella tentazione della rinuncia. Occorre attendere ma non stancarsi, i fiori hanno un ciclo di riposo lungo diversi mesi ma al loro sbocciare si risveglia l'universo intero.

Bisogna sapersi capire per saper capire il giusto momento. Distratto dunque, mi voltai nell'attesa. Capii, forse, ma mai nell'interezza, mai con precisione aritmetica, capii con vaghezza come l'essenza stessa della ragazza.

Il circolo, il circolo dunque che ritorna e freme. Il circolo dell'universo intero è uno spiraglio, un'asola di attese. Ma quando giungerà il momento sarà un rinvigorire di gioie, momentanee magari, ma pur sempre eterne nell'attimo del godimento. Delusione? Possibile delusione? Ipotesi da scartare. I nostri sogni non sono mai delusioni, però bisogna saper discernere, capirsi dicevo, capire cosa cerchiamo davvero.

La verità arriverà, arriverà quando saremo distratti.

Allora forse mireremo la nostra immagine in uno specchio d'acqua e troveremo lei con le sue sembianze paradisiache. Capiremo che lei era sempre stata dentro noi, che con la fretta avremmo rovinato tutto quando bastava la pazienza, attendere pazienti. Lei verrà a cercarti se tu la cerchi con bramosia.

 

20

Amore, mio dolce e candido amore. Dolce come la pasta di mandorla e candido come giglio mai infetto dalla cupidigia. Dolce amore! Dolce amore da assaporare con leccornia. Candido amore! Da infliggere di lussuria con un sentimento perverso che ti inchiodi alla parete e ti renda eternamente mio in un abbraccio inaudito.

Ti prego amore, riempimi delle tue parole profonde, delle tue più intense sensazioni, delle tue imperfezioni specchio della tua virilità mascherata. Mostrami in tutto il tuo splendore la tua potenza gaudiosa.

Le tue parole sono impresse indelebili, scolpite come su marmo nel mio cuore pulsante, nel mio cuore che accelera il battito alla presenza del tuo volto incantevole. Tu che sei ad un tempo ciò che è dentro di me e quindi da sempre conosciuto ma anche un mondo nuovo da esplorare, la mia nuova America, terra incognita dalle mille bellezze, io alla ricerca delle pietre preziose che la tua anima mi offre, che il tuo corpo invitante mi porge.

Sì, sì amore mio. Rendimi tua, rendimi a tua immagine ossia a mia immagine, mio amore speculare, reinventami e fammi tornare in me con un giro vorticoso.

Con la tua forza del logos mai spento incuti in me timore, incuti in me rispetto, inebriami del calice divino di sapienza, mio vero pigmalione e servo nel medesimo istante.

Vai, continua le tue fervide lotte o mio condottiero dall'armatura scintillante, io attendo le tue parole di gioia, i tuoi gridi di battaglia, i fasti dionisiaci e i sublimi banchetti di fine battaglia. Prepara spada e giavellotto, assestami un colpo mortale e lecca le mie ferite, sanami padrone di ogni cura, principe del bene e del male, incantatore instancabile, combattente imbattibile.

Sì mio cantore ispira la mia stessa arte. Plasmandomi dalla sabbia o con un soffio vitale di vento rendimi la più superba altezza che il mondo conobbe, l'artista trasognante, l'artista il cui sforzo superbo è solo creare dal nulla, modificare l'esistente e farlo tendere alla più immane bellezza.

Abbracciami ancora, ora e per sempre.

Io sono vittima di un'eccitazione frastornante, mio giglio lussurioso vieni a me, fatti godere dall'inizio alla fine del mondo. Ultimi reduci godiamo, dimentichi del resto, noi soli godiamo e diveniamo l'universo intero.

Sì, così, non avere remore, sii tutto mio, sii per sempre mio. Quest'attimo duri ore, anni, millenni. Fammi godere mio amore, è tutto quello che voglio, mio vero amore.

Sono la tua Lilith e la tua Selene, sono la tua vergine eternamente in cerca di sesso, eternamente in cerca di godimento. Non farti scrupoli. Fammi di tutto. Rendimi serva. Sono tua per stanotte come lo sarò per sempre.

Vai mio animale grazioso e terribile, esplodi di passione, sono qui per questo, godiamo insieme. Sì godiamo. Ripeto all'infinito questa parola, godiamo. Per sempre. Altra parola, altro limite infinito.

Ah sì! Come mi guardi con quei tuoi occhi che mi divorano, con quelle tue mani che mi mandano ai campi elisi, nel nirvana, nella candida rosa. Le tue mani che scorrono lievi sulla mia pelle. Che desiderio! Che bramosia! Mi ripeto: che godimento!

Ah sì! Rendimi la tua divinità ancestrale, rendimi la tua meta da bramare che hai qui a due passi. Sono ciò che hai sempre voluto? Ed ora sono qui, per te, godiamo insieme.

Ah sì! Che delicatezza nelle tue mani sapienti!

Ah sì! Non aver fretta immane. Che quest'attimo duri un secolo. Che il godimento tenda all'infinito. Mi strazi. Ho voglia di sussurrarti ancora parole dolci, parole perverse, parole pure.

21

Distolsi dunque lo sguardo nell'attesa che la presenza somma femminea si avvicinasse con me distratto. Un dubbio mi assalì. Subito evaso. Di cosa avremmo parlato. Come potevano le mie miserrime parole tenere testa alla più maestosa bellezza. Non restava che essere muti, sprigionare un logos diverso, un silente ma onnicomprensivo dello scibile umano. Mi avrebbe senz'altro guidato lei, con i suoi poteri, i suoi arcani, le sue magie.

Ah che desiderio di vederla almeno! Gli occhi a volte, seppure solo in parte, saziano il desiderio di parlarle. Come avrei voluto si manifestasse di nuovo. La voglia di voltarmi era forte, immane tentazione. Che fare. Sono gesti unici, apparizioni uniche, non bisogna perdersi in remore ma agire. Agire, sì, ma come. Guardarla ancora.

Improvviso un gesto. Apparve di sbieco. Con l'indice proteso mi indicò e sorrise. Eccolo, eccolo il gesto unico ed irripetibile.

Cosa darei per rivederlo, tutto me stesso. Diventerei pianta rampicante per il suo dolce corpo, mi avvolgerei come tessuto intorno alle sue forme perfette. Oh sublime cacciatrice! Sublime regina di venti e tempeste! Ti bramo, ti osservo e ti bramo!

In un attimo le mie forze rinvigorirono come ad ogni sua vista, come ogni volta che sfinito la fissavo negli occhi boschivi. Dillo piccola maestosa regina cosa fare, dillo ora che ti ho trovato. Voltarmi di nuovo? Seguire i tuoi passi. Farmi guidare dalla tua andature sicura e repentina ma ad un tempo maestosa?

Muto, restai muto. La mia lingua era un ghiacciaio ma si sciolse nel pensiero sublime di averla accanto. Come trafitta da spilla non arreca parole. Solo una forte inspirazione, un “oh” di stupore che ruppe il silenzio. Gli uccelli al suono leggiadro volarono attorno alla maestà femminile.

Ed io muto, ancora muto, muto nei semplici sospiri, unici rumori che attorniano la foresta.

Tu, tu sublime, sei trasparente vetro inossidabile. Sei segno rupestre, miniatura affascinante. Sei presenza eterea, potresti varcare i flutti del mare o questa selva trapassando i rami, camminando sulle acque in tempesta, potresti respirare l'aria di cui tu stessa sei fatta. Presenza ariosa ma non irascibile. Maga ma non strega. Essenza universale.

Era solo un gesto, quell'indicarmi che ti rende di nuovo umana, di nuovo fatta di carne, ossa e pelle, ma un gesto che nella sua unicità avrebbe potuto non più riproporsi. Ah se la mia bocca non fosse muta dinanzi a te quanto avrei da dirti!ma non riesco. Non ne sono capace e non per timore ma per reverenza e sottomissione.

Purtuttavia tu sembri comunicarmi telepaticamente che non sarà l'ultima volta, che ci saremmo incontrati ancora, presto anche.

Ed è tutto ciò che volevo e voglio, il mio più intimo desio.

Sì, tu regina di ogni arte intreccia per me una storia di velluto che sappia coprirmi dalle intemperie della vita.

22

Non finirà, non può finire così. Tornerai, devi.

L'incantesimo fatato in cui siamo sprofondati, l'incantesimo di ambrosia delle tue braccia possenti e dolci non si dissolverà, ne sono certa, tornerai. Non varranno a nulla le parole di mio padre e di quel meschino essere orripilante del mio ex, rettile squamoso e vanaglorioso.

No, tornerai, ne son certa, affronteremo insieme le insidie. Combatteremo ancora. Il destino mio sei tu, il destino dei miei giorni. Tornerai, lo ripeto all'infinito, sfoderando la tua spada mi libererai nuovamente dalle loro paranoie e questa volta, ne sono sicura, per sempre. Mi libererai ed io sarò la tua attrice principale, col trucco genealogico, quello di cui parlammo, col trucco che ricopre il manto delle tue eccitazioni, un po' sfumato un po' smacchiato.

Sono certa che la nostra sofferenza per questo che loro chiamano addio sarà forte ma con i tuoi piedi saldi su strade insicure non ti dimenticherai di me. Cadrai in piedi come i gatti e come loro col tuo sguardo ridurrai in poltiglia quelle loro fandonie allucinanti.

Il tuo fascino non sfiorirà, mio incanto e mia gioia, torna quando puoi, torna rinvigorito, torna con un piano preciso, torna e liberami.

Ricordo le nostre fughe nascosti tra i rami, quando discutevamo sul mondo e il mondo stesso e l'universo erano nostri. E lo sono, lo sono per davvero, lo sono perché tremano le mie vene ai tuoi baci.

Ricordo quando ci lasciavamo alle porte di casa. Stretti mano nella mano sarebbero potute passare ore senza che nemmeno un ciclone ci avesse smossi. Noi saldati, immobili eppure pieni di vita.

Ricordo, e le conserverò in tua memoria, attendendo il tuo ritorno, le nostre foto. I sorrisi, le carezze, i volti buffi, gli scatti di sorpresa.

Ricordo il nostro desiderio intimo di fuggire da questa realtà, di approdare sulla nostra isola dalle onde felici e dalla sabbia rubiconda.

Non mi separerò mai da te, non sarà la distanza a farci tramontare, non sarà un ricatto ad eclissarci. Non ci saranno rinunce, non ci saranno rassegnazioni. Tu sei e sarai sempre mio e non ti perderò, romantico cavaliere.

Una lacrima scende sul tuo viso, una lacrima struggente.

Allunghi le tue braccia per stringermi come se non volessi finisse mai questo momento, come se non dovessimo mai più lasciarci, come se fosse stato tutto solo un brutto sogno. E in questo abbraccio oltre a proteggere me proteggi te stesso. In quest'abbraccio cerchi un sostegno, tu o mia chiave di volta, tu punto cardine delle cattedrali d'amore, tu stella polare dei viandanti.

Poi ti stacchi improvviso, ti muovi come ondulando e con passi insicuri, quasi stordito, ti siedi sulla panchina.

Chiudi gli occhi e mi stringi le mani. Vuoi sentire ancora per un po' quel fremito, quell'armonia universale, quella celeste melodia a noi cara. Solo nostra eppure talmente pura che chiunque può ascoltarla se ha cuore limpido.

Scocca un bacio. Un bacio di quelli sussurrati, di quelli che ti dicono, non voglio, non voglio andare. Un bacio di quelli che ti dicono sei tu la mia più preziosa fanciulla, la mia unica amante, la mia unica perla.

La lacrima scende di nuovo ed inizia a piovere. C'è un sapore amaro in quest'altro bacio che scocchi. Il sapore della paura, della paura dell'addio, della paura di non tornare. La paura che assilla e fa sobbalzare i condottieri prima di un duello o all'approssimarsi di una battaglia.

Fa capolino il sole. La pioggia assume la veste di un ocra quasi velato. Lui mi guarda e va via asciugandosi gli occhi e le guance.

 

23

Una nuova apparizione muta nella sua eloquenza. Ma che eloquenza. Un'eloquenza sensibile, sensuale, quasi sessuale che mi pervase. Un'apparenza, una semplice apparenza dionisiaca. Era lei, ancora lei, in vesti nuove e sgargianti che appariva dalla corteccia di un albero decrepito arricchendolo con la sua immagine ed abbellendolo quasi. Come quando il proprietario riempie di fasti una misera dimora e il personaggio supera la frugalità.

Aveva l'anello al dito, l'anello del potere, il magico anello che le permetteva di comparire e scomparire, di mutare forma, di rimanere eterea ed a volte di sembrare vivida e reale, quasi carnale. Quell'anello porse alle sue labbra carnose in un gemito.

Con eleganza diresse la ormai consueta melodia imbracciando la cetra come musa virgiliana, come etere candida. La musica era spettacolare seppur nella sua inusuale semplicità. Giri armonici e canti muti. Mi sarebbe venuta la voglia di intonare versi al suo suono, magari miei o di amici siciliani, ma non riuscivo perché la sua vista, come incanto, ogni volta mi allibisce.

Dispose le note come baci sensuali, spostando arrangiamenti come tarocchi da cui sprigionava la magia del vissuto, del consunto rinvigorito, dell'eterno. Erano parole le sue, le parole mute dell'impronunciabile nome divino.

E il mondo, il mondo dominato, poteva sfiorando l'anello mutare tempeste in venti soavi, piogge torrenziali in primavere eterne, alberi secolari in fanciulle piante. Ma a ciò era adibito l'altro anello, non quello perverso dell'anulare ma quello preciso, spiovente quasi ma in sessione aurea col corpo.

Si chinò improvvisa, dunque.

Negli occhi l'invisibile divenne il principio primo, l'Un visibile, il dispari, sì il dispari, il dispari della perfezione, non il pitagorico pari completo. Il dispari dell'attesa. Eccola, eccola la precisione, eccolo il vero.

Da ciò le scenette di me immobili furono tasselli di mosaico mal riposti e riordinati dal suo nuovo sguardo su di me. Oh l'assoluto! Oh la sua ferocia silvestre! Belva dagli artigli nascosti e pronta al balzo. In un rigonfiamento delle sue guance sprigionò aria gelida. Refrigerio mentale. La mia mente si espanse e tese all'infinito. Ma fu un attimo. Non si può descrivere pur essendomi capitato già altre volte alla sua vista questa fu unica, ero immensamente ed irrefrenabilmente padrone dell'intero accorgendomi della mia limitatezza.

Lei amica o avversaria? Ecco, posi un quesito cui forse non avrei mai ottenuto risposta se non nella bellezza, la bellezza unica. Non può essere malvagio ciò che è bello dentro. Non può essere malvagia una cacciatrice d'amore quale lei era. Non dovevo temere. Dovevo solo abbattere le mura di paura ed entrare nel suo castello di bontà e sincerità. Forse per questo non ero pronto. Non ero ancora pronto a concludere la mia missione, a parlarle.

Ipocrisia, abbattere l'ipocrisia. Solo lei ci sarebbe riuscita. Ed io dovevo convincerla, convincerla ad intervenire per una pace universale, per una parusia terrena, per una giustizia somma, senza compromessi o prese di potere né corruzione. Una purezza, dicevo, originaria.

Rientrò nella corteccia e con un lampo disparve accompagnata da belve ammansite dalle carezze delle sue mani.

24

Venere, lucifero, la prima luce del mattino di me sopita tra le cianfrusaglie consumate a letto. Me insolitamente rilassata, rilassata forse per l'aria tiepida delle sei del mattino. Ma come colei che dopo la vista di un miraggio non riesce ad abbeverarsi all'oasi così io sprofondai nella stessa depressione.

Lui partito.

Ed io, io qui ad attenderlo, attenderlo come una bambina il giorno di Natale, ma senza speranza. La luce, la luce che ha un rapporto stupendo con il suono e così, senza nemmeno accendere la radio inizio a canticchiare, sottovoce, un “la la la la la la la la”, ho nella mente la canzone “can't get you out of my head”. Non è che sia la prima volta. Era quasi la nostra canzone. Lui il mio principe liberatore. ora lontano.

L'ultimo nostro pranzo prima del saluto alla panchina. Ancora i resti sul tavolo. Li assaggio come per sorbire ancora qualcosa di lui, come se il gusto stimolasse la vista ed alleviasse il dolore. Ma il suo posto, dove agitava simpatico le mani nel parlare, ora è vuoto.

La luce entra in stanza. Devo categoricamente nutrire speranza, non posso abbattermi sempre più, finirei per reprimermi. Lui tornerà e punto. Il tempo, il tempo non esiste e ne parlammo, o meglio esiste ma è una nostra illusione, quindi non mi interessa, lo attenderò. Non ho fretta.

Presto giocheremo ancora a trovare affinità elettive, a burlarci come piccoli esserini paranoici di messaggi criptati inviatici dalla natura, cercando di codificarli. Non è forse questo il limite, la linea bianca che divide la scienza e la filosofia dalla pazzia? Ah ci fossi tu! Tra una sigaretta e l'altra saremmo scoppiati a ridere di tali disquisizioni. Il mondo è ridicolo ti avrei detto. Il mondo è un ubriacarsi di sentimenti, avresti risposto sorridendo.

Quell'anello, il nostro magico anello. L'anello che un giorno mi donasti dicendo che avrebbe espresso ogni mio desiderio. L'ho qui tra le mani e lo maneggio con cura. Un  solo desiderio, rivederti al più presto. Una sola risposta dà alla mia mente, non c'è fretta, attendi. Sì il mio anello mi consiglia. Ha un'anima e lo sento. Mi è vicino. Mi protegge, sarà il tuo alter ego, in tua mancanza lo strofinerò e i pensieri voleranno a te, al tuo volto, al tuo corpo. Senza incertezze, senza epiloghi disastrosi che come gironi danteschi inghiottono tutto senza pietà né compassione.

E l'anello mi riporta alla nostra cena.

Ti ammiravo leggiadro nel parlare e nel muovere le mani con una grazia innata. Sembrava sbocciassero rose che accompagnavano la tua magna eloquenza, eloquenza sensuale.

Ma non c'era punta di orgoglio ed arroganza, nelle nostre discussioni ti mostravi sincero ed umile, disponibile al confronto e sapevi quando la conversazione prendeva una piega desueta ma non la scansavi con ironia continuavi e soprattutto con autoironia. Eri cosciente delle tue capacità ma ci sorridevi, mostrando i tuoi limiti come solo i grandi sanno fare.

Parlavi spesso anche di te, dei tuoi problemi, ma con fare sempre lucido e accattivante, senza mostrare odio né rancore per nessuno. Cercavi sempre il risvolto positivo della medaglia convinto che ogni persona, anche la più malvagia, ha delle doti umane, delle doti divine, è un essere che soffre nella sua cupidigia o ingordigia o vanagloria ma che in fondo è come noi. Un fanciullino che cerca la verità e non solo facili successi deteriorabili come merci di consumo.

Come ci somigliavamo e come ci completavamo. Due specchi riflessi di cui il più opaco schiariva il lucido e viceversa in un amichevole scambio di passioni.

Sei unico mio amore, sarai una persona come le altre ma sei unico. I tuoi difetti sembrano obnubilarsi ai pregi e anzi tramutarsi in essi proprio grazie alla tua umiltà. Ti adoro tesoro. Ti adoro e ti attendo con bramosia.

25

Mi approssimavo ad uscire dalla Foresta Nera nello stesso istante in cui i miei polsi iniziarono a battere più velocemente ed io ad uscire da quella fase quasi onirica. Ma qualcosa ancora mi tratteneva.

Sentivo come un rombo di mille tamburi nella mente, come il fragore delle battaglie, quando si serrano le fila pronti a sfondare l'offensiva nemica. E chi mai era il nemico se non me stesso, se non le mie stesse paure.

Eccolo il nemico che dovevo abbattere, i miei limiti terreni. Dovevo abbattere il pregiudizio, lo dissi. E alcune vanaglorie carnali. Il desiderio irrefrenabile di possedere ricchezze e di accrescere la propria potenza senza l'umiltà. È come scalare una montagna senza bastone, riuscirci è arduo se non impossibile.

Il mio stomaco a tali riflessioni interiori ebbe un sussulto. Chissà da quando era che non mangiavo. Non avevo forze a sufficienza per cacciarmi la pur abbondante selvaggina del luogo, perciò dovevo cercare il villaggio più vicino ed acquistare qualcosa, gozzovigliare quietamente.

Erano giorni di digiuno eppure nessuno stimolo di appetito mi aveva fino ad ora assalito, preso dalle visioni e dalle riflessioni. Ero abituato all'austerità durante gli studi ma una tale costanza ed estraneità dai beni materiali e dai piaceri carnali non l'avevo mai provata, ne avevo letto di mistici romei, stiliti che vivevano di pochissimo se non di nulla e riuscivano a nutrirsi di solo spirito. O magari santi che consumavano solo la santa eucarestia. Forse le potenzialità umane vanno al di là del nostro credere e sta a noi potenziarle e svilupparle.

Forse l'unica cosa che può farci vivere in eterno è una, e credo di averne la certezza. È l'amore. Amare è dare sé stesso, per sempre a tutti. A tutti sino a negare sé stessi, sino a rinunciare a sé. O meglio, sino a rinunciare al superfluo per rendere davvero necessaria e sufficiente la vita e trovare il nostro noi stessi.

È questo che ora penso, amare. Ma l'amore non si vaneggia né ostenta, l'amore non si prova, l'amore si sente direttamente sottopelle fin quando ti avvolge completamente e ti ricopre come un dolce vello.

Togliamo dunque l'ipocrisia. Togliamo questo nostro essere vili come rettili. Togliamo le falsità dagli sguardi, i doppiogiochi. Spesso facciamo le cose per reprocità, con ottica mercantile. Così, proprio come se ad ogni nostra azione dovesse corrispondere un contraccambio. Dimentichi, spesso degli insegnamenti cortesi. Era così alla corte dell'imperator, la prima cosa che imparavamo era la liberalità, compiere azioni senza pretese.

Spesso dovremmo lasciarci andare all'irrazionalità, la più pura sensualità razionale. Sembra un ossimoro ma è così. I fanciulli, sorridenti, se non corrotti da educazioni mescine non conoscono le leggi del contraccambio, le meschine azioni compiute per ottenere favori.

Forse era questa la situazione edenica. Dove si conviveva belve ed esseri umani in una sorte di pace ancestrale, dove non v'era volontà di sopraffazione, matrice di tutti i mali. Dio forse non ha mai vietato di mangiare all'albero della conoscenza perché soffiando nelle nostre narici ci ha reso coscienti ed intelligenti, a sua immagine e somiglianza. Il suo divieto era di non mangiare l'albero della conoscenza del bene e del male. Cioè non far del male, non peccare di superbia, non alzare le mani contro la natura ed i propri simili. Divieto infranto che ci porta alla dannazione ma dal quale possiamo liberarci. Lei può farlo, con un solo cenno di mano può farlo, ed io non fallirò nella mia missione appena le parlerò.

La follia umana è senza limiti, la coesistenza pacifica creerebbe equilibrio e soprattutto eliminerebbe guerre, e la natura si schiererebbe al nostro fianco, smetterebbe di piangere per le nostre oscenità violente.

Sentii all'improvviso un rumore, un villaggio, ne ero certo, mi avvicinai e scorsi una ragazza intenta a portare un cesto di pesci fluviali. Mi presentai come un monaco in missione per conto imperiale e chiesi ospitalità e conforto in quanto avevo affrontato a fatica la foresta e senza viveri.

L'ospitalità non fu negata.

 

26

Stesa sull'asfalto . Dopotutto è notte fonda, non posso far altro che pensare guardando la fioca luna ricoperta da un lieve strato di nubi. Quando la luce diviene penombra si eccitando le corde del nostro destino, quando si scura troppo, quando è buio pesto, beh allora significa che è tutto finito.

Ed io sono in questa situazione, in bilico tra luce ed ombra. In bilico tra morte spirituale e vita. Il dolore mi attanaglia smorzato solo dalla speranza, lei non può tradirmi. Non può. Non può abbandonarmi. Nemmeno lui l'ha fatto, so che in questo momento, seppur con garbo, starà struggendosi al mio ricordo e forse avrà una forza maggiore per affrontarlo. Sì, il sollievo della compassione, del soffrire insieme è anche un dolore, il dolore per far soffrire un'altra persona che amo.

Qui senza di te è come morire tra le fiamme dell'inferno. Come soffrire in gironi    maledetti. Si sente il passare dell'illusorio tempo. Si sente e ti strugge. La pelle è come corrosa, consumata. Una sensazione orribile, la sensazione di perdersi per sempre.

Senza te non ho appoggi, sono ritornata la ragazza combattiva ma spersa di ieri, la ragazza che può contare solo su sé stessa, che non ha appigli né amici veri su cui contare. La ragazza rinchiusa in questa gabbia d'oro, meglio in questa sfera di cristallo, cristallo impossibile da distruggere ma pungente, come file di vetri aguzzi in alto a delle mura che mi impediscono il valico.

Ti prego, non dimenticarmi. Ti prego, io sarò per sempre tuo. Pure se sono dall'altra parte del mondo sono lì vicino a te, porgi le guance e puoi sentire le mie carezze, porgi le labbra e puoi godere i miei baci. Ritorneremo un giorno a dimorare nel nostro castello incantato, mio prode cavaliere, mio eroe.

Aspetto te col tuo forte destriero, ti cerco. Ti cerco nell'abisso e tu dall'abisso comparirai, ne son certa. Con un saldo colpo sferrato eliminerai i nostri nemici e fuggiremo via, per sempre.

Sono stanca, sono terribilmente stanca di scontare qui la mia pena. Di sopportare il vuoto. La violenza. Il male. Sono stanca di subire tutto ciò. Ho bisogno di te come tu, certo, ne avrai di me.

Io sono la loro principessa di cartapesta, un burattino da manovrare, ma io tutta me stessa la darò solo a te, non farò più altri errori. Seppure le loro paranoie sono reali non mi interessa, a me interessa semplicemente vivere una vita, la mia vita. E mi interessa soprattutto viverla con te.

Tu mio principe dell'infinito, tu vero ben perché privo d'ipocrisia. Quanto ancora dovrò aspettare. Il caos che ho dentro mi corrode i nervi. Ho bisogno di parlarti, di stringerti, di amarti, ho bisogno della tua calda voce rassicurante e dei tuoi refrigeranti baci.

Torna amore. Torna subito anche ora. Ho bisogno di te.

E tu, mia graziosa luna, se sei davvero la nostra simile, la sua protettrice, abbi cura di lui e fa che torni da me, fa che possa stringerlo, fa che possiamo vivere finalmente felici.

 

27

Accanto all'abitacolo dei miei ospitanti c'era un grosso masso ed io i fermai a riflettere.

Pensavo al rapporto che sussisteva a livello linguistico tra i nomi. In genere ciò che cerca è maschile, ciò che viene cercato femminile. Un po' in tutte le lingue, anche nelle barbare. L'amore cerca, la bellezza è cercata.

E lei? La grandiosa apparizione gaudente? Era lei la mia ricerca senza sosta, il fine ultimo della mia vita, la mia missione sarebbe stata anche l'ultima? Sarei stato eroe liberatore grazie alle sue frecce d'amore.

Il suo nome, il suo nome impronunciabile. Il suo nome come le apparizioni fugaci. Quando hai un lampo che ti invade la mente ma dura pochi attimi non riesci a ricordare quale fosse stato il tuo pensiero. E ciò per un po' ti fa rabbia.

La dimenticanza vivida. Sapere senza averne memoria. Sapere di avere un'innominata bellezza che si estende senz'altro al suo nome, un nome magnifico senza ombra di dubbio.

Dove sarà ora lei? Lì nei meandri oscuri della selva impervia, di quegli altisonanti rami, superbi alberi che mi hanno condotto in uno stato di trans onirica. Ne avrò fatta di strada, volando, volando col pensiero ho attraversato sentieri reali. Sensazione unica.

Lei sarà lì, nascosta tra le fronde, con le sue spaventevoli bestie ammansite dai suoi magici tocchi di mano. Lei sarà lì, unica che nella possenza conserva una dolcezza e una grazia. Dolce come un biscotto arabo eppure spietata nelle vendette pur mosse sempre da tumulti d'amore.

Lei lì, senz'altro, a mostrare le sue forme migliori. Che attrazione. Un'attrazione non vilmente e semplicemente lussuriosa ma un'attrazione carnale e spirituale ad un tempo. La bellezza. Questa è la bellezza.

I suoi occhi cobalto talora, talora silvani, i suoi occhi come emblema massimo del ricordo. Se dovessi ritrarla saprei da dove partire. Dal taglio degli occhi, dalla loro forma e dal loro mutevole colore che magari non potrà imprimersi su tela ma che ho vivido nella mente. I suoi occhi sono tutto ciò che resta della sua vista. Il resto ricordo lampeggiante e confuso. Ma i suoi occhi indimenticabili, forse per suo stesso volere. Occhi specchi del suo animo, del suo corpo.

Che nome maestoso avrà la regina del bosco. Un nome che nemmeno la biblioteca d'Alessandria nelle epoche di massimo splendore avrebbe saputo trovarmi. Un nome di natura paradisiaca, di fremito infernale. I dotti si arresterebbero esterrefatti al mutismo della sua vista, al sentir pronunciare il suo nome cadrebbero come corpo morto cade.

E la sublimità di quando alza l'indice in cielo attirando a sé i venti e cioè le divinità silvane, dalle ninfe agli spiriti che dimorano gaudiosi, ai folletti rubicondo, agli elfi restii alla parola, ai nani pronti alle armi e al duro lavoro.

Il suo nome impronunciabile, dunque, e nell'inpronunciabilità inviolabile. Inaccessibile. Invalicabile.

A se potessi conoscerlo forse la mia mente andrebbe in paranoia, non saprei reggere cotanta imponenza e docile bellezza.

Lei dal bel nome, col corpo ricoperto di viole e che sorvolandolo in periplo con lo sguardo ti riporta ogni conoscenza umana, ogni lettera, ogni arte, ogni filosofia, ogni popolo sconosciuto.

Riuscirò nell'impresa, ci sarei senz'altro riuscito, lei era qui per noi e non ci avrebbe negato aiuto. Il momento della parusia, lo sentivo, era vicino.

 

28

Ah rieccoti! Che bel mazzo di fiori! Vuoi riconquistarmi bastardo dalla triplice faccia, non sei un Giano ma un ipocrita trilatero scaleno con misure diverse eppur sempre perversamente viscide.

Ricordo io, ricordo i primi tempi. Il tuo fascino mascherava tetri e meschini fini, tu e quell'altro essere orribile di mio padre.

Quante attenzioni, quanto amore sembrava mi dessi, credevi di comprarmi con i tuoi fastosi regali, con le tue cenette lussuose da quattro soldi. Ma dietro tutto questo c'era solo la più totale indifferenza verso me stessa. Io ero uno strumento e non il fine della tua vita. Tu dicevi di amarmi ma pensavi ai tuoi loschi affari paranoici.

Li odio. Odio la tua sete di potere, non sono per niente come te. Ho i miei dubbi nei quali vivo ma una certezza l'ho, che ho bisogno di chi mi rispetti e cacci fuori me stessa, meglio mi aiuti ad essere me stessa, superando le mie insicurezze ma senza mai divenire come te, orrido essere.

Te l'ho detto già altre volte, ho varcato il limite. Ed è punto. Stavo divenendo malvagia con te, quasi indifferente a tutte le bellezze della vita, non sapevo più godermi neanche una giornata di sole, una passeggiata in riva al mare.

Tu eri distratto ed io no ero e non sono altro che un bene mobile per te, il prezzo da pagare per il tuo successo, per la tua gloria senza meriti.

Quante volte sono stata sola nella mia stanza a piangere, a soffrire per le tue carenze d'affetto, per le tue freddezze, gelido come una lastra di ghiaccio il tuo cuore. E tu dov'eri? Ad organizzare complotti, sì chiamiamoli così. A seguire i vostri tesori immaginari. Perché guardare lontano, perché seguire una mappa e percorrere miglia di vita se il vero tesoro è nei nostri cuori, nella nostra quotidianità quieta eppure avventurosa.

A volte mi fai sorridere, sì chiunque si prendere beffa di te. Tu che cerchi cose impossibile con quel folle di mio padre. Tu che soprattutto fai di tutto per essere il più possibile seduttivo, intrigante, con un sex appeal da fare invidia ai divi, tu che cerchi di essere il maestro di vita.

Posso darti un consiglio? Lasciatemi perdere una volta per tutte, io non sono quello che credete e fate una bella cosa. Aprite un bel negozio d'antiquariato e ficcatevici dentro voi e le vostre mappe misteriose. Poi trovate un'altra prescelta, tanto voi siete potenti no? Potete fare tutto. Allora vi chiedo questo immenso piacere. Lasciatemi perdere e pensate agli affari vostri senza coinvolgermi. State solo facendomi soffrire, soffrire come una dannata.

Perciò, ve ne prego, lasciatemi una volta per tutte. Lasciatemi perdere. E soprattutto fatelo tornare. L'esilio che gli avete imposto è orrendo, non ferisce solo lui ma anche me. Ho diritto anch'io alla mia felicità?

Smettetela di trattarmi come un giocattolino, sono per voi solo una bambolina vestita da principessa ma nella vostra casa incantata e senza fate non voglio restarci. Ho bisogno di vivere. Ho bisogno di spiccare il volo.

 

29

Restai ancora a siestare sul masso, mosso ora da altri pensieri.

Il ferro rovente col suo scalpitio mi indusse in riflessone. Il proprietario dell'abitacolo era un fabbro di armi da guerra.

Riflettevo dunque, dai primi colpi assestati. Riconobbi il posto, era un piccolo villaggio ma importante perché nodo di scambio per i viaggiatori ed i soldati. Erano abituati a prestare ospitalità e non fare molte domande.

Riflettevo allora sul tintinnio dell'universo che avevo imparato in questi giorni a percepire. Sul caos che genera la cosa. La res creata dall'informe, o meglio plasmata.

Ero diventato anche molto più sensibile ai rumori, il mio orecchio si era affinato e riuscivo a sentire conversazioni anche a lunghe distanze. Ma come in una sinestesia lo stesso valeva per gli occhi, mi accorgevo sempre più dell'immensa varietà di colori, i primaverili manti floreali, le autunnali esplosioni giallognole dai mille volti e sfumature, l'invernale neve che ricopriva i sempreverdi e i rami spogli con candore ed infine l'estate dai succulenti frutti. Ed anche il palato era affinato. La cena, seppur parca, propostami la divorai in un battibaleno, e non era semplice golosità né appetito per il viaggio, era come se avessi imparato ad apprezzare maggiormente le cose che la natura tutta ci offriva.

Vivevamo in un mondo pieno di potenzialità, umanisticamente posizionati al centro dell'universo e non sapevamo conservare il nostro tesoro. Già, il nostro tesoro non fatto di gemme o pietre preziose ma di bellezza e soprattutto della bellezza delle piccole cose.

Quanto un sorriso può far sognare! Uno sguardo incantare! Una leccornia godere!

Abbiamo un mondo in noi che si ribella e come corde rotte di una lira la nostra anima spesso non riesce a suonare le splendide armonie cosmiche. Occorrerebbe affinarle, con la meditazione, con la bontà di cuore di cui tutti noi disponiamo.

Dentro di noi c'è l'infinito perché dio è in noi e come possiamo noi, esseri divini, cadere così in basso da non sfruttare ciò che il mondo ci offre e soprattutto ciò che noi stesso possiamo offrire, le nostre potenzialità senza limiti.

Il vuoto, spesso domina il vuoto, ma cos'è mai il vuoto se non assenza. La nostra anima musicista non è mai sorda ai nostri richiami, ripariamo le corde dello strumento, fuggiamo dal vuoto e quindi dalla conseguente violenza che ci attanaglia.

Il nostro destino è andare oltre, il nostro destino è essere noi stessi, non profittatori di licenze che offendono il prossimo e la nostra stessa persona ma fautori di libertà, di una libertà non ipocrita, di una libertà serva dell'amore. La vera libertà, siamo liberi solo quando amiamo, quando desideriamo il bene hce coincide con la bellezza, la bellezza è il sommo ben e si manifesta spiritualmente nell'apparenza. Dobbiamo vivere di semplice e puro amore, di continua ricerca di bellezza come pecsatori che cercano di trarre dal mare il loro raccolto così dovremmo sforzarci a vegliare di prima mattina fino ad attendere la somma bellezza che ci estasierà.

Preso da questi pensieri e distrutto dalle fatiche e dalle lunghe meditazioni silvane mi assopii sul masso traendo sollievo dalla durezza, insensibile al dolore per l'eccessiva stanchezza. 

 

30

Ti amo. E mi manchi.

Forse sono solo una bambina capricciosa, una stupida ragazzina che non ha più l'aria per vivere. Che ansima nell'attesa del tuo ricordo. Sicuramente sarò solo una ragazzina. Una stupida ragazzina.

Ah quante volte mi spinge un impulso di stringerti! Ah quante volte vibro ed abbraccio il vuoto, piangendo! Credendo tu potessi apparire in carne ed ossa qui dinanzi a me.

Ah, non nego, no che a volte ho avuto la tentazione di dimenticarti, di sottomettermi ai loro voleri. Ma no, non potevo, non posso. Non posso per te, per l'amore che nutri nei miei confronti e soprattutto non posso per me, tu che sai cacciare la parte migliore di me, il mio io più intimo, la mia verità più assoluta.

Con loro solo loro parole, il mio è un essere annullato. Un essere informe, un essere senza vita. Un essere plasmato ai loro comandi.

Mi danno della matta in questo periodo, ma chi sono i veri folli? Chi? Sono loro che mi stanno annientando, anche le mie cellule celebrali annichiliscono al contatto con i loro discorsi deliranti.

Aiutami te ne prego, torna!

È vero, all'inizio stavo bene nel loro mondo d'incanto. È vero all'inizio ero quasi felice, credevo davvero di esserlo, credevo che avere tutto fosse ciò che tutti sognano. Invece non avevo niente. Il mio vero tutto sei tu, dolce amore che pendi dalle mie labbra.

Ho sempre agito, anche in passato, da persona ferma nelle sue decisioni. Loro hanno saputo ingabbiarmi. Ma una cosa non la faranno mai, ammaestrarmi. Io non sono una belva da circo. Io non sono da domare, sono da conquistare.

Conquistare, così come hai fatto tu, corteggiandomi con discrezione per tanto tempo, attendendo impaziente anche quando ero altezzosa perché piegata ai loro voleri, anche quando mi credevo la padrona di tutto.

Tu mi hai insegnato qualcosa di nuovo, l'essere padroni di un nuovo mondo, di un mondo questa volta, davvero fatato. Tu hai distrutto quell'involucro fragile che mi proteggeva e che all'apparenza era così invulnerabile. Tu mi hai fatto capire l'importanza dei sentimenti, dei veri sentimenti. L'importanza dell'amore.

Sarò pur pazza ma pazza del tuo amore, tutta tua, tutta tua. Tutta per te è la mia immagine, il mio corpo, la mia mente, la mia anima e me stessa. Sono tutta tua. Vieni e liberami.

Non so fino a quanto potrò resistere a questo giogo, sono un bue che lavora ai loro meschini piani. Solo tu puoi salvarmi, lo sento, lo credo. Lo sento perché hai il respiro degli angeli, lo credo perché sei diverso dagli altri, tu, mio prode avventuriero.

Salvami! Salva questa ragazzina insicura eppur fiera e coerente!

 

31

Mi risvegliai rilassato ma il mio animo in subbuglio era ancora colo di pensieri.

La gente, la gente e noi tutti non comprendevamo la bellezza della pace e della natura, sempre in guerra gli uni contro gli altri per litigi stupidi, per sete di potere temporaneo nascevano guerre sanguinose. Dimentichi del verbo. La gente proprio non capiva.

E qui mi sorse un dubbio. Come poteva non capire chi aveva in sé dio, l'essenza suprema. Come poteva. Il libero arbitrio come poteva essere utilizzato a fini egoistici. Con calcolo aritmetico e non sensibile. La ricchezza materiale. Era quella senz'altro la regina di ogni male, di ogni vizio. L'unico vero peccato e delitto ad un tepo, far soffrire l'altro per sé, per il proprio bene. Che poi bene non è. Se soffre un altro uomo l'universo piange e chi ha fatto soffrire si allontana sempre più dalla luce interiore che dovrebbe serbare come un tesoro in sé.

L'uomo è testardo. Ed io? Chi ero per dire questo? Forse l'ultimo reduce di una realtà edenica? Forse ancora e peggio simile a loro, grande nei discorsi ed infimo nelle azioni. Forse seppure cercavo di seguire la retta via con l'agire sono di più, sono incomodo.

Magari ero solo un manto rossiccio in una sabbia del medesimo colore. Forse non lascerò impronte ai posteri, non riuscirò nella mia missione. Sia chiaro, non ho sete di gloria ma di verità e amore.

Ma non ci sarebbero riusciranno, no non mi sarei arreso, mai. Non faranno in mille pezzettini questo manto mimetico ma mai mimetizzato. Seppure la mia era una voce che gridava nel deserto questa voce riecheggerà, riecheggerà pronunciando sempre il nome di lei, il suo nome impronunciabile.

Seppure vendetta ci sarà io sarò saldo, non eroe, non merito questo titolo. Ma balbettante testardo che si opera per la salvezza umana.

Guardare il rovescio della medaglia. Le gentili azioni dei malvagi, puntare su questo, anche loro hanno l'anima, il cuore pulsante. Come congegno alchemico va attivato. E io ci sarei riuscito, ci sarei riuscito con lei. Più di mille anni di pace universale, più di mille anni di godimento e gioia ci attendevano. E lei, lei non mi avrebbe, non ci avrebbe abbandonato.

Avrebbe saputo sicuro convincerli. Ed avrei potuto iniziare io. Col sofismo, con la potenza del logos, dei sofismi. Ma lei, lei era essenziale e necessaria, per l'inventio degli stessi, poi io avrei potuto abbellirla. L'ideale sarebbe stato se lei stessa li avesse pronunciati, convertendo i cuori di tutti, spingendoli per mano verso i sentieri della libertà, quella vera.

E sì avrebbe saputo senz'altro sanare il nostro dissidio interiore, quello tra l'anima e il corpo che a volte non le corrisponde, che a volte è disarmonico e capace di compiere gesti atroci contro noi. Noi che siamo esseri umani. Senza distinzione alcuna. Esseri umani con un'anima. Non esistono vie di mezzo, esiste solo l'uomo, esiste solo la natura, esiste solo la nostra essenza spirituale.

Ah sì lei! Lei con il suo ardimento nel parlare avrebbe vinto e superato ogni oratore. Col suo corpo scoperto a metà avrebbe incantato, col gesticolio inebriato, colle parole estasiato. Nessuno le avrebbe retto. Neanche l'arroganza, la pianta più difficile da sradicare.

E soprattutto avrebbe disintegrato la moda perpetua dell'essere umano. La mediocrità, le vie di mezzo. L'uomo è circondato dal compromesso, dalle illusioni di grandezza ma è rinchiuso in una gabbia di mediocrità dal tintinnio assordante.

Ed è questa mediocrità il male. Tolte le vie di mezzo si percorrono i sentieri dell'essere sé stessi più autentici. Uomini fatti per l'eterno. L'esser sé stessi più autentici è, dunque, un esser per l'infinito.

 

32

Ti prego adesso smetti di parlare col tuo fiato putrido che non sopporto. Le tue parole sono il ronzio di mosche appiccicose settembrine. Sei assillante e stupido. Non voglio sentirti!

E poi ho i miei pensieri e non mi interessano le tue brame di potere. Quante volte te lo devo ripetere. Mi angosciano. Mi stancano.

Ti ricordi, tu che dici di amare solo me, i tuoi terribili tradimenti? So che non sono altro che uno strumento per te, un alternativa stabile per i tuoi loschi affari.

Ah quando seppi del tuo vero carattere che tentazione, che voglia matta di prendere una pistola e colpirti, centrarti giusto al cuore fino a vedere il sangue colare! Ah, sai che soddisfazione! Ma non meriti neanche questo, meriti solo di scomparire da me. Non ti odio, ti detesto.

Ah ricordo quando ti sorpresi tra le sue braccia che pronunciavi le stesse parole che dicevi un tempo a me, e che continui a ripetere! Ah ricordo come sei meschino, come sei un porco assetato solo di sesso e di successo. Maiale, il porcile è il tuo luogo ideale. Tu privo di idee e di ideali. Sono il tuo approdo per entrare nelle grazie di mio padre. Ma voi siete due folli. Te lo ripeto all'infinito.

Ah tra le sue braccia godevi? Ti piaceva eh, ti piaceva brutto rettile, ti piaceva dominare. E domina, domina sugli esseri striscianti come te, ma a me lasciami in pace. Prendi quello che vuoi ma a me non mi toccare, non sfiorarmi nemmeno.

Uomo affascinante? Sei un burattino che si crede burattinaio. Uomo senza palle. Uomo solo per nome ma nella sostanza pianta smorta. Sei destinato a finire. Non hai futuro. Da me non avrai più nulla.

Guardami, guardami come mi hai ridotto. Guarda come mi avete ridotto. Sono una carcassa umana. Ho pagato l'essere stato con un meschino come te.

Ora non rido quasi più, sono sempre chiusa in stanza, sono sola. E qualcuno di voi se ne importa? No, certo che no, o meglio la vostra condizione è tornare con te, tornare a tessere i vostri piani paranoici. Avete l'abitudine di credervi salvatori del mondo ed essere semplicemente alla ricerca di un tesoro che arricchisca la vostra gloria terrena.

Che ricatto morale orribile il vostro. Non vi curate di me se non scendo a patti con voi. Non siete più la mia famiglia. Tu poi non sei nessuno, forse non lo sei mai stato veramente. Mio padre pensa ai cazzi suoi tra i libri impolverati. Ed io sola se non mi  sottometto ai vostri loschi voleri.

Guardati allo specchio. L'hai mai fatto? Ti sei mai soffermata a mirare il tuo volto? Bé te lo dico io. Sei un essere spregevole. Abominevole ammasso d'ignoranza. Sei un illuso e chiamate in questi giorni me illusa. Ma vedrai che il tempo mi darà ragione, voi soffrirete come state facendo soffrire me, perirete con la vostra stessa mano, sbaglierete a colpire perché il vero bersaglio, e lo scoprirete presto, siete proprio voi, razza di ignavi ingordi.

Vergognatevi finché siete ancora in tempo e pensate a vivere finché potete. C'è sempre una piccola speranza. Lasciatemi in pace e fate quello che cazzo volete. Oppure lasciatemi in pace e cercate di viverla la vita, non di inseguire fantasmi.   

 

33

Entrai come cometa nel borgo intravisto da lontano e fu subito sera.

Ospite nella stalla a fremere per la notte e si avvicinò una forma concreta e non più eterea, una forma di vita dalla bellezza inaudita.

Iniziamo col spumare come mare senza sale, condita ogni aggressione col suo gemito animale e fu godimento mai così intenso.

E lei mi guardò di traverso meschina d'amore senza abbellimenti che non fossero alla sua natura immanenti.

L'ovvietà del se fu presa per eclissi e allora continuammo senza affanno a sbirciare nostre memorie senza parole, lei, la vedi, come gode. Ma con una sofferenza interiore direi che quasi quasi mi commuove, muovo in compassione, ahi quanto somiglia il tuo costume al mio.

Tutto è un miscuglio, dice, guarda e si alza, tutto è un subbuglio, dice, sfiorandomi la spalla. Tutto il concreto una sincera e mai cruda futilità d'amore, io svenni allora lei fu qua. Due o tre tozzi di pane, un po' di latte di vacche per continuare, oh, sì, tu sai davvero amare.

Lei era tutta ubriaca e la vendemmia in incudine lo mostrò, mi prese a schiaffi quando tornai a soggiogare tra le sue braccia. Ed ancora l'oggi che fu domani mi invase, sì, per forza, io non me ne volli più andare. È lei forse la donzella.

Sì, dico forse è lei quella che dal fugace incanto intravidi nell'oscura foresta, ah come godo, mi sciolgo e riannodo, lei inizia, fa un po' di moine, non la seppi più scordare.

Lei andava oltre sé stessa, lei non poteva che esser quella.

E me ne accorsi, agitava un monte come niente fosse, ed i suoi fianchi muti e senza rimpianti, e il suo tallone d'Achille che premeva, oh che grazia davvero.

Ma forse il rimpianto solidale non poteva che finire sull'orlo d'abisso, tra una festa e una tomba abbandonata, me ne accorsi dal respiro. Era lei quella ragazza. Me ne accorsi dal viso. Come sei bella, sei venuta a trovarmi, guarda, non ho molti rimpianti, e me ne accorsi davvero.

Come è dolce, si è addormentata.

Come è dolce tutta ubriaca.

Se per caso fortuito un benedettino la guardasse non so se avesse avuto la mia stessa impressione, magari fuggirebbe, non per paura di cadere in tentazione, ma per sua stessa illusione. O forse la benedirebbe dicendo dannata strega ti impalo come un cane, riflessa sul crinale, non può essere che soprannaturale quella naturale bellezza, quel fascino della sua cresta.

E immaginai la sua risposta, mormorio di non so cosa, non so che, è tutto infranto da me.

Ecco è tutto qui, tra un ma ed un sì, ecco è tutto là, tra la passione che dai.

Entrò un raggio di luna.

Ah come l'adorai della notte quella sera, notte simile a sera perché imbevuta dei suoi rubinei capelli, con le sue punte d'incenso, piccina era lei e dolce nel modo più perverso.

Rimandate a domani ogni altra riflessione, disse e si stese, mentre si sveglio la sua paura tumulto che appena appena le mie labbra sfiorò.

Poi il suo corpo si inerpicò come un rampicante, pensile babilonese sulla mia pelle, riflesso delle stelle, no non la potei mai dimenticare. Pur ricordando l'amore che si prova in contemplazione d'improvviso il corpo si impose.

Viola del pensiero la sua tintura che non so dimenticare, non seppi come fare, e parlo del volto dal tetto spiovente così lucido e d'incanto bello, potrebbe essere anzi è lei la ragazza che intravidi, godo al solo pensiero, nel tatto il vero sollievo.

Lei è sola.

Sola come un accordo mai finito e mai deposto, lei è del vortice ardente la più pura sommità intensa.

D'improvviso un rifiuto, lo fa per dispetto, la questione del nostro rapporto è solo fugace amplesso per lasciarti assaporare, ricorda poi tu mi dovrai salvare, va per le strade tra la gente mentre emani la canzone che ha l'inciso in conclusione.

E sembra parli in sogno, quando dissi sono d'accordo lei rispose con parole di Morfeo, emerse e mai più riflesse nelle questioni, così per pure intuizioni.

Lei fa i conti sfiorandosi il nasino, lei fa i conti togliendosi il vestito, legge anzi proclama a memoria ciò che ha imparato dalla sua stessa scuola, è senz'altro l'entità soprannaturale, quella che non si può, che non si sa spiegare.

Lei si concede ancora, dolce viola, arruffandosi i capelli come allora.

 

34

E' già primavera, piove sull'orlo della mia veste intarsiata ed io respiro, ah, finalmente, finalmente sembra possa esserci un principio. È già primavera d'altronde, piove ed io sembro quasi purificarmi dalle elucubrazioni. Anche se sto perdendo le forze.

E lui non c'è.

È andato via lontano, lui che mi guardava coi suoi occhietti dolci è via, lontano. Io lo amo. Punto. Lui è vera acqua purificatrice e fuoco rigeneratore ad un tempo, come questa pioggia, questa primaverile salubre pioggia.

Lui e non il mio bastardo ex. Ma basta, non devo pensarci, lo rivedrò, oggi me lo sento, se ho aspettato saprò ancora aspettare nei giorni avvenire.

Ah stupende! Stupende le imbarcazioni in riva al mare, il mare, sì, ne son certo, lì lo troverò, devo andare al mare e la vita tornerà in me, e tornerà dunque anche lui che è la vita mia.

Ah come sembra tardare la stagione estiva! non l'ho mai così tanto bramata. Sì perché il mio pensiero parla chiaro, il suo messaggio era forse in codice, ci rivedremo quest'estate. Lo rivedrò, non so dove ma lo rivedrò.

Ah questo inverno quanto ho sofferto, abbandonata da tutti e sola in balia di un ex di cui non vale la pena neanche profferir parola e di una famiglia canaglia. Però lui autunnale è venuto, e io non posso sbagliarmi, esiste ed è unico, unico e duplice perché lui e lui stesso, unico e triplice perché lui, lui stesso e me, me in lui, lui in me.

Non devo più accettare questa infamante realtà, devo evadere, devo fuggire via, aspetterò l'estate e dal mio cuore mi lascerò guidare, contro ogni stilema sociale, lo raggiungerò, la mia famiglia non potrà impedirmelo.

Ah che dolcezza lui! Tornerà e questa volta sarà per sempre.

Ho già finto compiacenza con falsi sorrisi per troppo tempo. Ho vissuto questo inverno d'inferno e lui senz'altro tornerà.

Tornerà e lo troverò perché lui è contro ogni compromesso grandioso ed immane, è lui la luce dei miei giorni, quando lo abbracciavo, che tenerezza! Era come un bambino ma dalla forza innaturale. Era il mio dio e io la sua dea. E questo sarà perché era anche se ora sembra non essere lo è ancora. 

Mi purifico e mi raddolcisco. A volte mi stupisco, mi stupisco di come sappia essere così aggressiva e di quanta dolcezza c'è in me dietro quell'aggressività, di quanto la dolcezza muova i miei gesti arroganti, arroganti perchè io arrogo un diritto. Il mio diritto su lui, che è mio, perché io sono eternamente sua.

Lo amo, dio come tremendamente lo amo, il mio fiore incolto del mattino di rugiada.

Piove e guardo l'alba, i piccoli arcobaleni che fanno fatica ad affacciarsi ed ad imporsi sui cristalli incutono in me un desio e una speranza nuova appena nata. Lui è qui, in quegli arcobaleni, così mi lascia i suoi leziosi messaggi d'amore.

O cristallo di questa pioggia inondato dell'idereo colore, investimi e ricoprimi del suo squisito fiato, che mi guida e sorregge.

Lo amo.

 

35

E hai amato gente tanta ma tanta, tutti viandanti alla ricerca. E hai amato gente, ma tanta, tutti per scommessa di trovare il vero amore, quello che non si lascia stare, e così fuggevole ti nutri, sei tu a scomparire nell'attesa del tempo e vivi minuti di controtempo in questi contrattempi.

E così intuii quando mi disse accettami come sono, tu sei molto speciale, che ne parliamo a fare, sei un deserto da scoprire sui cavalloni del mare, un mondo da esplorare.

Ed allora mi accorsi fremente di non essere il solo alla ricerca, cercavo la verità ma non mi resi conto che non ce ne era bisogno, era lei che cercava ogni giorno di più me. Ecco il motivo del viaggio e del tiepido naufragio tra il suo corpo e il suo spirito che di purezza perversa mi inondava.

Ahi era uguale a sé eppure diversa da tutto ciò che abbia mai provato. Un'immane fracasso i suoi capelli al vento di prima mattina, quando non osi sfiorare la brina per non perdere l'incanto di questa che non è relazione fossilizzata ma pura estasi del cuore, la mente era in subbuglio, come arenata su uno scoglio, dolcezza coronata d'alloro, la presi così com'era. Mutava camaleonticamente come le terre del Prete d'Oriente in cui nessuno ha mai osato varcare la soglia, l'eredità dei re magi, era così lei, portava la sacralità da un lato e poi l'adorazione di me e di sé stessa e contemporaneamente a questa realtà ve n'era una terza, quella della aurea bellezza.

Un simbolo cabalistico, il 7, lo disse, siamo fatti per la femminilità, è quello il vasel magico e fluido che ci porta verso l'immensità del trascendente. Traversa come scorrendo le correnti e mai si arresta. Estranea ogni vendetta. E guarda al simbolo del tempo inesistente. Guarda quindi all'ortensia. Non c'è bisogno di fermarsi mai.

Con un dito innocente mi toccò ancora la tunica ormai fradicia e svanì in un lampo ogni stanchezza, mi sarei riproposto di fare l'amore ancora per qualche ora, ma ci sembrò un sopruso e restammo fissi a guardarci, l'aria rarefatta e lei nell'amore più intensa.

Nero improvviso l'abisso del suo neo, uno in quanto trino il destino del libero arbitrio frutto, ci saremmo mai persi, l'avevamo già fatto giocando con l'abaco ed accorgendosi che la serie di numeri è sempre la stessa, ed ora che lo racconto in sezione aurea mi sento un poco sconnesso a pensare allo zero eterno. Tutto tende al caos e all'entropia potremmo dire o ad una fugace entalpia, tutto tende all'infinito o allo zero, coperti perché faceva freddo, dicemmo in conclusione tutto tende a questo trino uno visibile e impercepibile, o percepibile a tratti nella sua interezza.

Ed allora si alzò di scatto con l'aurora ed iniziò a danzare a seno scoperto sotto la stella luciferina di Venere. Dio che pudicizia, sembrava quasi l'incarnazione di ogni brama ed ogni donna era lei, persa e spersa al vento. E si rimise a sedere scrivendo sulla sabbia ciò che il vento cancellò.

Mi accorsi che non era nostra la vita che vivevamo, serviva giusto come compromesso, avremmo dovuto ribellarci e vivere noi stessi.

E poi mi accorsi che non si poteva possedere definitivamente una persona, che il senso del possesso uccide la bellezza ed ogni tenerezza.

Mi accorsi infine che lei era la sola a cui avrei donato tutto me stesso senza cancellare la sua identità, sperò di non andare mai via, di rimanere ma in fluidità.

 

36

Egregio, caro, illustre mio professore sono stanca e atterrita dalle tue parole. Non hai diritto, proprio non puoi scegliere la mia vita, sono io a decidere e ho deciso di odiarvi, borghesucoli di merda.

Vorresti, sì lo so cosa vorresti, che io stessi con lui, ma amo un altro. Tu non hai potere. Credete di poter dominare il destino, ma avete visto male, saremo noi a dominarvi e nemmeno, vi lasceremo nell'indifferenza in cui voi mi lasciate. Morirete d'inerzia, non ci contrasterete e non mi contrasterai.

Tu dalla scelta difficile e lui il tuo piccolo strumento a te asservito, alla vostra causa inutile e dannosa. Ah come godremo! Come godremo quando sarete lontani! Io fuggirò e tu non puoi farci niente. Ah già ho il preludio del godimento! Nel vederti meschino.

Hai rinchiuso la mia vita in una bolla che io con un dito farò esplodere e voi non reggerete all'impatto. Siete destinati alla eterna dimenticanza, pronti? Siete pronti alla morte secolare? Non mi lascerete mai nell'accidia. Me ne andrò.

Ah quanto vi pentirete! Ah quanto soffrirete! Se soffrirete perché la vostra anima è impura e nemmeno la sofferenza può toccarvi.

Siete insetti e morrete da insetti. Abbandonati da tutti, lo vedete come sono io adesso? Lo vedete? Bé ricordatelo, è la vostra fine. Andrete a morire in segreto, senza aver fatto niente alla storia, senza infamia né gloria ma soprattutto senza gioia.

Sì perché voi esseri claudicanti avete perso il senso vero della vita, il senso estetico ed estatico dell'arte. La gioia. La felicità nel creare nuova linfa. Non la conoscete asserviti come siete alla vostra vanagloria.

Noi gioiremo come folli, alle vostre spalle, vi distruggeremo, voi inutili.

Lui è la mia felicità, il suo sorriso a metà che non so scordare, ne son certo, tornerà, quando l'avrò raggiunto. Non potete impedirmi di farlo, di raggiungere il mio vero ed unico amore.

Come dici, son pazza, non esiste costui. I pazzi siete voi a non sognare, a fossilizzarvi in questa realtà che credete e chiamate reale, ma che è il frutto, soltanto, della vostra pazzia.

Sì la realtà è la mia e quella di lui. Realtà perché va oltre il reale e diviene dunque vero, assoluta verità. Tornerò da lui, non puoi e non potete farci niente.

Io so chi sono, so cosa voglio e so che fare della mia vita e non sarete certo voi due, miserrimi, ad ostacolarmi. Non mi ostacolerete perché se anche fossi pazza, bè se anche avessi perso il lume della ragione, bé, tanto meglio, vivrò nell'istinto ragionato con lui, vivremo di soli baci e di soli sogni e di pura gioia.

Vattene adesso, e lasciami da sola nella mia prigione d'orata che mi avete creato e che svanirà un giorno, l'ho detto.

Svanirà e voi non avrete più alcun potere su di me quando sarò accanto a lui, la nostra unione vi seppellirà, in essa vinceremo, in essa avremo il gaudio assoluto.

 

37

E in quel preciso momento mi accorsi non sarebbe durato in eterno, era già mattina e lei mi diceva di andar via ma sentivo non dimenticava che sulla sua pelle c 'era stata fino a pochi attimi prima la mia e insieme godevamo.

E la parola fuggì per un contrattempo e disse ti amo non dissolvendo, ti amo ma mi dici devo andare.

È giusto così, non me lo so spiegare, ma ci saremo senz'altro rivisti, fu questo il motivo per cui senza fiatare presi tutto e andai via. Sì via da quella inumidita stalla, lei disse non ti voltare, ci rincontreremo, ma adesso sai cosa fare, va e diffondi il mio impronunciabile nome, va per le strade a cantare, ma ti prego non ti voltare.

È così che me ne andai senza meta né più padroni.

Ma ritornerà perché me l'ha promesso e so che lei è il vero e con il vero si supera ogni ostacolo anche la terra brulla su cui andare a navigare colla vertigine del non so più cosa fare.

La incontrerò alla fine e sarà di nuovo un nuovo inizio.

I miei sogni, me lo sento, in quel momento si concretizzeranno senza più alcun danno temere. Lei non è l'arma del dominio che credeva l'Imperator, ma è di più, è segno divino, umana corrispondenza coll'anima tramite lo spirito che incarna.

E sono investito da questa idea, la rincontrerò. Vedo tutto come fosse ora, lei dinanzi a me. Ma perché mi ha chiesto di andare io lo so capire, per testimoniare ed è quello che farò, il vero annuncerò.

E lei tra gli umani rifiorirà come un fiore in aprile, quando il pesco esprime lo stesso concetto, gli alberi spogli risollevati dalle corolle e dai petali e dagli istrionici pollini.

Io provo un sentimento infinito per lei, la gente alla sua vista cambierà ne son certo, e non ci sarà più morte o guerra, non ci sarà altro che non sia vita di gioia, come quando noi audaci scherzavamo col nostro stesso corpo.

Si instaurò un placido e quieto tumulto interiore.

E lei senza più parlare già non c'era più, io cercavo una nuova rotta ma sentii lo scalpitio dei cavalli che alla realtà crudele ma falsa mi riportò.

Era la nuova guardia, quella del vescovato, austera mi invitò a seguirla.

Avevo osato troppo e non mi ero fermato come dai poteri superiori raccomandato.

L'alba ormai cessava dinanzi agli occhi, la luce mi investiva, era un sole tremendo che scintillava da quella armatura.

È l'ora terza in pieno giorno. Cosa succederà all'essenza con cui sono giaciuto, loro di lei approfitteranno. Della vita oltre la vita timor non avranno. La abbrustoliranno come si fa con la carne di bue, aiuto vi prego, gli dissi prendete me ma non lei che non centra.

Loro la vogliono per bene ma sommariamente esaminare per dedurne che è fonte del male. Misogini la vogliono di accuse tempestare, o dio mio sincero, accusare te stesso.

Allora io senz'altro qualcosa devo fare, in pasto a questi lupi, in balia di questi folli non la posso mica lasciare.

Ma luccicano le catene e le mie mani sono già legate.

 

38

Apparirò agli altri come una folle, una pazza nostalgica senza speranza.

Agli altri sembrerò destinata al manicomio come dicono loro.

Ma penso che qualunque legge fermarmi non potrà, la mia volontà la stanno martellando e violando nella speranza possa cedere ad un ricatto ma io non mi smuovo. No mai lo farò, chi ha visto il paradiso non può vivere in questo dorato inferno.

Cambierà tutto, me lo sento, tra pochi giorni sarà giunto il momento, il futuro è già ora, io sono pronta alla partenza, al folle viaggio per cercarlo.

Anche se il vento corrode il mio animo perché a me ostile coi loro poteri, il vasel navigante a lui mi ricongiungerà.

Io non mi fermo dinanzi a loro, tormentosi ed inquieti nel darmi i loro aiuti che in realtà sono loro e non miei desideri.

Apparirò agli altri così come sono, la folle strega che raggiungerà i suoi obbiettivi senza che nessuno per alcun motivo potrà mai ostacolarmi.

Cambierà tutto, ho detto, me lo sento, la verità dai suoi occhi in fermento coglierò, non finirò sul rogo di loro inquisitori balbettanti e insicuri, né tra le brame di un mondo indeciso.

Questo caldo vento mi rigenera ed è già l'annuncio del mondo che sarà.

Non finirò i miei giorni così, il mondo è nostro, sarà nostro e noi nel mondo per il mondo saremo.

Nulla finirà di ciò che abbiamo provato, tutto sarà migliore, tutto a fianco a lui sarà nuovo. Ogni giorno sarà l'alba del godimento e della gioia, ogni giorno un soffio di rosa, ogni sera una viola del pensiero, ogni notte un papavero dell'eterno ritorno.

Non mi resta che finir di preparare le mie cose e fuggire, tra poco mi scoprirò emissaria del vento, quello buono, e svanirò alla loro vista e finalmente il mio porto sicuro raggiungerò.

Nessuno oserà fermarmi, le hanno già tentato, ma non possono, non sanno e non vogliono più ormai.

Mi hanno lasciata sola e nell'indifferenza e sarà questa indifferenza la mia porta d'accesso verso di lui.

Entrerò nel domani, ed ogni attimo di vita sarà l'eterno, ogni nostra parola sarà per sempre.

Cosa aspetto, adesso il vento mi è favorevole e le vele sono gonfie, e la direzione guidata da mano divina è quella giusta.

Cosa aspetto, è ora di andare, cosa aspetto, tanto ormai non mi sanno più fermare, ecco già intravedo le dolcezze d'infinito, ecco il mare eccolo, lo intravedo sulla spiaggia di silicio che mi aspetta.

 

39

Fui condotto dinanzi all'ecclesiale consiglio di savi.

Voi avete sbagliato tutto, iniziai, che ne sapete, che volete saperne? Che credete di conoscere della dolcezza? Il mondo ne è carente e per questo soffre, il mondo ha bisogno della leziosità femminile, quella per cui si è disposti a lottare contro ogni terrena istituzione, quella candidezza per cui si rinuncia davvero ad ogni beneficio e ricchezza, quella che è vera forza perché non soggetta al dominio della spada.

Mi è chiaro perché ho fatto il viaggio, per rendervene testimonianza, ma vi conosco, già leggo nei vostri cuori la sordità alle mie parole.

Voi non sapreste mai accettare i suoi occhi ed il suo seno, il suo sguardo e il suo grido di godimento, voi stolti, non sapete riconoscere il divino in ciò.

Noi in un amplesso abbiamo girato il mondo ridendo di voi. Ridendo di voi abbiamo scoperto il valore del verbo che espressione dolce si fa quando è lieve brezza marina. Noi ridendo di voi e delle vostre calve teste da critici senza conoscere, davvero, senza aver mai gustato le delizie del soprannaturale. Noi ridendo di voi abbiamo riscoperto la coscienza d'assoluto, cosa che vi è estranea perché vittime del vostro stesso potere.

E che potete fare? Mandarmi all'inquisizione o giudicare voi stessi, e con quale mente, critici corrotti dalla lettera e cechi alla allegoria.

È questa dunque la vostra scelta, mandarmi in esilio che deve essere da me sigillato in quanto volontario, con l'obbligo di non parlarne, pena la forca?

Io accettai, accettai perché vedevo in loro la paura alle mie parole ed accettai perché sapevo che lì, nel luogo d'esilio, l'avrei trovata.

E lì tuttora la cerco da tempo immemore.

E tu, ragazza alemanna, che mi dici? Sai tu? Come dici? Non sai ma sei, sei tu che attendevo? Oh meraviglia!

Oh finalmente! Quanto tempo sarà passato su questa spiaggia del destino e finalmente eccoti spuntare, eccoti dolce ragazza. Non sei alemanna né romea ma sei tu, tu che passeggi ed hai appena approdato sei tu, sei tu la ragione del mio peregrinare ed eri tu stessa alla ricerca di me.

Eccomi sono tuo. Eccoti sei mia.

Loro hanno perso, sulle rovine di questo mondo dimenticato ne hanno perso la memoria.

Oh meraviglia! Fatti guardare. Nulla è cambiato mia docile e dolce e austera ragazza, nulla, siamo qui finalmente. Finalmente io e te.

E tutto, da ora, inizia, siamo pronti davvero, fremevamo, da ora inizia questa nuova era.

L'era del vero e del bello e tutto ciò che bello è vero in quanto tale.

Ti aspettavo, siedi qui dinanzi a me.

 

40

“Si è concretizzato il pensiero alla tua dolce vista, sono monolinguista. Avevo quasi per sempre dimenticato quando candido fosse solo il guardarti e percepibilmente lezioso il sentirti. Non ci saranno più attese ora che tu sei qui con me. Io ho sopravvissuto al sopruso inquisitorio di quei due e del mondo. Loro non hanno potuto fermarmi ed ora come per magia eccomi, son tua”

“Per questo fluido movimento di corpi in ascesa anche io son tuo. E tutti i libri al mondo sono impressi sul tuo volto quasi ad ogni male estraneo. E le tue labbra sono i pensili dai quali e per i quali pendo, faccio previsioni: io e te in eterno. Ah soffici labbra intense contro il mondo in declino! da quelle stesse labbra si esprime il verbo ed i soffici baci e dunque lo spirito etereo. Ah che bella immagine quella tua che si intravede e poi si avvicina ed ogni paura declina. Ed implode l'anima intraducibilmente mentre in questo tuo corpo mi sta abbracciando cado in estasi e tu fai altrettanto”

“In questo mondo lontano e sepolto di cui non si ha più memoria, splendori frementi e d'incanto. Per assurdità ho temuto nei giorni a questi avversi di non poterti più sfiorare”

“Mi sono innamorato di te in contemplazione credendoti straniera nell'intenzione, e l'anima e lo spirito ed il corpo in congiunzione sono astri estrosi in definizione. E dall'abisso a questa spiaggia siamo giunti e questo scritto mostra il nostro viaggio come ad una nota nel deserto da cui sgorgano per profezia mille oasi unite da centotré fiumi e sette laghi. E quest'opera che insieme abbiamo creato vivrà in eterno anche se il volgo potrà dimenticare ciò che abbiamo potuto fare resterà per sempre indelebile un segno nel cuore di ogni umano che non potrà mai perderne la memoria. E questo è il nostro compito di riportarci l'un l'altro oltre i confini del tempo. Seguendo una partitura che trasmuta il valore in bello ed estasiante domani del senso per cui mai ti ho eclissato mia luna se non per raccontarti o rincontrarti”

“Questo che dici mi risveglia dal sonno e dal tedio e il prurito del torpore mi invade e scompare. Rifiorisce la terra che era stata sepolta in questo tramonto ed io so che questa notte aprirà un'alba sfolgorante e per contatto divino vivremo.”

“Vivremo per sempre in bocca al godimento e al disincanto di ogni giorno, al pensiero nascosto reso oramai manifesto dalle nostre azioni che stanno trasformando il mondo in questo preciso istante.”

“In questo mondo lontano e sepolto mai più temerò di svegliarmi rinchiusa nelle cancella infernali di una realtà che chiamano reale dimentichi del senso ultimo”

“Ed io in conclusione non posso che ammirare il tuo volto che è tutto l'universo immutabile ed infinito ma delimitato da due punti che si intarsiano nel terzo per finire in un immenso limitato e definito solo dai nostri sguardi. Mio dio che occhi che hai. Il tuo volto è dunque sia felicità che noia che aggressività che dolcezza in un quadrivio di immane innocenza”

“Ed io resterò sempre con te”

“Ed io per sempre assieme a te ad ascoltare questa stupenda melodia di onde del mare e di furore lieve del vento”

“Viviamo e vivremo seguendo questo e solo questo”


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3 giugno 2015

Thirassia la cacciatrice



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7 maggio 2015

Selendichter

https://selendichter.wordpress.com/2015/05/07/selendichter/

 

 


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