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BLOG "http://dichter.ilcannocchiale.it/", AUTORE DEL BLOG DOTTOR GIOVANNI DI RUBBA. GLI SCRITTI, IN LIRICA ED IN PROSA, PRESENTI IN QUESTO BLOG SONO OPERA DELL'AUTORE DEL BLOG, DOTTOR GIOVANNI DI RUBBA, E DI SUA PROPRIETÀ.


 

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29 dicembre 2017

Il Sospiro del Vento

Prolegomeni


Penso a te, guardo indietro e la vita piange sé mentre luce bagliore si fa, dalle note stonate dei giorni andati e delle notte violente come l'anima inquieta che è in me. Un'ombra, la solita. Ed è così, dovrei raccontare tutto quello che ho già detto, dall'inizio. Ma la chiarezza è così oscura, selenica la realtà nel sussulto del vero che si schiude tra le mani protese al vento. E' sera, novembre, un novembre freddo. '98, '99, il varco è qui, ripullula il frangente. In realtà era il 7. Ma se scolora la vita frutto del senso, ed è così che vanno le cose, diciamocelo, se scolora, beh, una cosa l'ho capita. Forse solo questa. Il tempo non solo inganna ma rimescola le sue carte come vuole, la memoria è la mezza via tra ciò che ci parve di scorgere e ciò che è fantastico, quello che realmente, credo, scorgemmo. Tredici e otto. Perfezione mancata, come al solito, ma sta volta questi numeri assurdi significano ben poco se non sé stupendamente. Comunque iniziamo dall'inizio, so già che pensi mentre leggi dirò "o magari dalla fine", per chi legge e sa, cioè chi ne capisce poco. Va bè, iniziamo con calma e facendo le debite premesse, ovviamente, di modo che capirà anche chi non sa.
Dove sono? al solito posto, sincero, tra il monte e l'oblio, qui nella vallata serale sudando freddo per le tenebre. sono qui eppure non riesco a trovarmi, scavo a fondo, in me per trovare le giuste parole, nella perfetta inclinazione, ed è come quando, naufrago, confido nell'inaspettato, la giusta corrente che spinge verso la luce lontana. Balaustra di sentimenti, trepidazioni profondissime ed inconsistenti ad un tempo. L'approssimarsi della salvezza. Trovarsi nel ricordo per fuggire ad esso.
Sembra la stessa cosa, già detta, già assaporata, ma rendiamo consistente il vano. Malamente ovviamente, ma è un modo. E poi l'ho scritto appena ora, la luce è in fondo, ora lasciamoci cullare da una corrente che è stupendamente non avversa.
Le parole di un infelice? Ovvio, scontato. Di un infelice che cerca gli occhi, i tuoi, e nella ricerca dà un senso alla sua infelicità. E poi gli occhi brillano, la luce è lontana ma, ripeto, la corrente etc., il pezzo di legno regge, culliamoci un po'. Instancabili.
Quanti anni? Tanti, troppi. Un istante, un soffio. Un giubilo perduto, mai avuto. Bislacco modo d'essere. Buffo, lo dico sempre, la sorte non è ironica ma beffarda, questo sì. E profonda. Meravigliosa aleatorietà dell'essere. Noumeno? l'avvenire, ovvero il già stato, e l'ovvero ha la sua solita ambiguità. La lascio, sarà chiaro poi.
Ad ogni modo parlavo dei tuoi occhi. (Esiste un solo lettore, ma cambia aspetto ed è lettrice). I tuoi fantastici occhi amore mio! Che tripudio! che canto velato! Il canto, il solito, quel motivetto semplice semplice che ti resta dentro, che non canticchi ma che scuote autonomo tra le tue membrane celebrali, che ti raddolcisce il cuore. Si potesse scrivere a lettere la musica. In modo però chiaro, evidente, subitaneo. Non parlo di note ma di parole. Se sapessi leggere la melodia che mi è dentro, che ti è dentro. Musica! Salva da ogni paura, ogni lingua si scioglie, inizia la danza, lenta, lento, accompagnato da un sussurro, di quelli che ti facevano venire i brividi, anima mia.

Asserzioni reverse

È la prima nota
oppure
all’indomani tre,

la vita corre e noi pure
tornando indietro le vite seguiremo
(stessa vita, stessa lingua)
è la storia.

Ricorda quel viso che eri
e sentirai simpatie per noi
e se m’innamoro
-sì serena-
sarà per dialoghi tra di noi.

Salto quantico 0: la ragazza con la valigia

Eh l’esaustività! Che folle pretesa, folle eppur così seducente, e seducente come ogni forma di abissica follia, di profondo discernere ovverossia discendere, cauti e arditi. Selendichter ed il resto. Ed il resto muto. Ah la storia! Ah il tempo! Ahi l’amarezza sulfurea! Tempo che non esisti se non in dispersione baalica, tu demone gettato, demone della caduchezza, speculum della caducità, gettato qui nel nostro sensibile mondo pseudopercettivo. Ba’al fatto demonio. Ds>-0. Lineare per forma, circolare per sostanza, attimo sempre uguale e sempre attuale perduto nel divenire. Ellisoidà perduta. E reversibile può seguendo tracce che diramano vitrioliche al nulla essente in sé perduto ed in sé manifestatamente fluidificato. Fuoco inerme e pullulante. Sator arepo tenet opera rotas. E se vai così vai colì, anche all’inverso. Quando passeggevoli scorgevamo il naufragare tra terre di corallo e lapislazzuli, tra asprose velleità, tra fulgori ritmici il lento sussurrare felpato di Lilith. Colma di vendetta, erinnica, eumenidesca nel riposo. Otium momentaneo e lenta rota, cui subito si incanta il dominio, scettro perduto d’alambicco e trono focoso sul polso. E tornate, per tornati, Ds<-o. E poi silenti eliminare l’uguaglianza in congruenza, simbiotica, ad imitatio dei, e tutto è un solo istante ma dal conversum della moneta, caducità annullata, sartrianamente. DS=0. Eh l’esser per il nulla, che poi significa essere nel nulla, e poi si sa il vizio del pensiero è postumo, non del francese, il vizio è perversione e tutto è nulla e noi naviganti stolti su di un mare, come sul capo al naufrago l’onda l’avvolve e pesa. E poi non c’è neanche quel mare. Che è il nulla, ed il nulla è incapiente in sé d’entificazione e dunque d’essenza. Ma ti devi appigliare a qualcosa, imprimerti negli specchi per non arrampicarvisi. Bene, male, tutto, assenza. E dunque ne hai bisogno, dillo, ammettilo, ne hai bisogno di pensare al nulla. E lo perverti, lo pervertisci, lo esauteri dal suo esser nulla in sé, perché hai bisogno di concepirlo, se tutto ciò che è pensabile è esistibile, e dunque, passo ardito, esistente. Visibile. Oltre i quattro del fuoco, dell’aria, della terra, dell’acqua, sceso direttamente dall’etereo. Ed etereisticamente a ciò proteso. Ed allora lo definisci flutto pacifico, oceanico, dall’Antartide atlantica, nella zona oggidì sotto studio italofrancese. E dici, ne sei costretto, dai, in principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Era domenica credo, giorno del padrone, accettavo senza accorgermi un invito al dolore, suona la radio. Eh io la chiamo così. Siamo radio, cibernetiche. Sì sì, siamo, protesi oramai, lo siamo in prolungamento celebrare e celeberricamente etalagico. Utensili aggiungono vigore al nostro esserci, perché divengono parte del nostro essere. Come agenti patogeni, virus alieni, altri, creati in provette cablatiche che corrodono le sinapsi. E tu sei le tue sinapsi diviene già inattuale, ed attualissimo. Tu sei la protesi delle tue sinapsi. Impulsi elettromagnetici come cellule infettate. Banalità al dominio, dominio stolto, si intende. Elettrochimica spiritica. Morte dell’apparenza, sovversione della manifestazione.
Ed era domenica, penso, dunque plasmo. Ad immagine del divino dicevamo, che mi crea, ma parla tonante ed il logos diviene materia animata ed inanimata, ancora queste differenze, pazienza; che plasma poi ciò che è a sé somigliante e soffia, pneuma, dà vita, infonde. In fondo lo fa. Che scardinatura. Mamma mia! Appunti di viaggio. Come districarsi in questo labirintico corso dialettico che pone in essere assiomatiche et dogmatiche ineluttabili verità concrete. Concrete perché eteree. Epoca dello spirito, epoca dell’aquario, epoca del ritorno. 1936 apertura-2025 chiusura. Clauso il senso? Ripercorrere come da celle manicomialesche basagliche. Come quella mattina in cui mi son svegliato-e detto così sembra Bella ciao e forse lo è-.
Appare in tutta la sua fulgenza eterea la raga con la valigia. Raga jazzistico ritmato della ragazza d’alabastro dai riccioli cinabrici, dagli smeraldini ciondoletti, dorate piume e d’avorio i pendenti. E tanti metallici campanellini, e fasci di purpurea candida velatura sublime opposta al senso ed in sé pieno. Colma di grazia perversa, candida, dolciastra, leziosa. Bronzine le borchie corrose, aura magenta. Metilene e cobalto gli occhi. Violacee le gote. L’anello sinistro ad intarsio, persiano ab origo e dunque di quel colorito indico, indiano, semipenobrico. Ma pallido l’incarnato. E a destra due righe avviluppate all’anulare, forza Roma ed i suoi colori, forza Lazio e il suo turchino. Assenza! Tripudio austero dell’immenso! Scompare come nell’apparire, valido gelso di corolla audace, intimo senso subitaneo. Appare, riappare e scompare. Proprio in questo verso, in tale direzione, modulante del peso di sé, proprio in tale cronologica dissolvenza. Reca con sé quel taglio allo specchietto del frastuono che tacito è all’inizio, magia saporita del viso. È così, lei d’altronde è così. È lei chi è se non sé medesima assorbente d’assoluto. Si incanala, si incanala al dorso cromatico del tempo e rilucendo traluce nell’ultimo assiduo palpitio. L’assenzio rachelico, la assuefazione di sé, intima sostanza, forma ricucita dell’essenza e barlume percettivo. Assidua! Assidua ed immensa! Allucinazione eterea! Mandorlo dischiuso! Incanto prebabelico! È lei di cui dissi, e dico ancora, con le medesime parole e cambiando ritmo ed inclinatura all’inclito suo sguardo che fuggo. Fuggo come fuggisce fugace quella sua apparente essenza. Non lo sostengo, non lo reggo, ebbro di lei, dei suoi iridei assunti. Vortice proteso in sembianza di barlume. Lo ripeto in altra sostanza. È lei, è lei dunque. Pendolo che oscilla, repentino spasmo da cerbiatta, dominatrice in dissolvenza. E ciò che si ripete, attenta, ciò che si ripete, è lei, è lei, ciò che si ripete dà senso a quel volto antico ed attuale, modernismo delle spoglie vivificate ed intense. Come fluido lei diviene fluido e lo è sempre stato, come nebulosa, nubilosa, furetto fumante, nuvoletta aprica, d’aprile e d’ottobre, ultimo restio profumo di novembre. E lei fracassosa nel trapasso silenzioso tra questo mondo e un altro e quello appena appena appresso. È lei, è lei, è lei nelle infinite diramazioni negli intrecci e negli abbracci, tanto nel vento quanto nel pentimento, come nella colpa come nella sua assoluzione, nell’assolvenza, nella vanità, nella vacuità, nella nullità di cui dissi, quel nulla eterno che in lei si incarna dando consistenza al tralucente. Sublimando, sublime si avvicina. Ed è un sussurro la sua interezza, come ricordo che non ricordo, come pensiero lontano di ciò che non fu e per questo è sempre stato. Scende eterea. Scende retta, in diagonale, traversa al viadotto esistenziale, varco sommo. E sommamente lei. No, plauso mio. Lei eterna gloria di me, lei sola vivacità melanconica. Lei in sé, per sé e con sé.
E la valigia riporto e ditirambo. La valigia è il mistero azzurrognolo, che quasi è particolare dai cui sfuggire, da cui sfuggire per gaudio e non per paura, ma per timore di lei stessa che induce a contemplarla tralasciando il resto. La valigia un dono dimenticato. E dimentico del mondo per lei che è qui concreta e fuggevole, pragmatica nella sua inconsistenza, pragmatica nella sua velleità. Artificio vero e vera quiete dell’alma, ed alma stessa. Come corpo che nascendo in tensione ed in potenza è lì ad un attimo dal farsi e si disfa e disfacendosi si rende vivido, intatto. Nella mutevolezza si rende percettibile, si tocca, si palpa, si odora, si innalza, si gusta dolcissima labbra, labbra dolcissime. Violacee come le gote e come il profumo violetto della rimembranza che emana dai suoi polsi e dal collo. La valigia è già l’ieri, l’oggi è lei che ritorna nel domani, in quel domai ritmico che è il passato e l’adesso, l’oggi che percorriamo tra una pagina e un verso a ritroso per scoprire noi. Questa domenica mattina. Folle sbarco, mite approdo, porto sicuro, vela tesa, prua fulminea verso l’immenso. Cauta, cauti. Diretti oltre il monte, solcando l’illusionistica cascata d’orizzonte degli eventi, al di là dopotutto. Verso l’altrove e nell’altrove già da un po’.

Bellum: sotto i colpi delle saette oceaniche

2025. Credo sia questa la data. Ripartire, rifare, rimodulare. Se si cancella l’ardore esautora il furore. Da dietro le barricate son qui. Questo il punto, l’introito d’Universo. Bagliori funesti lontani giacciono, grandina respiro d’assenzio, acque velenate. Ondaccolare in suadenza. Sto rescrivendo (riscrivendo!?!) ciò che già scrissi. Ripensando. Questo capitolo, verso, versetto, scherzo. Scherzetto. Obnubila silente ancora. Fulminee secessioni malrimesse, saette cordiche sotto l’abissico cielo cariddico. E rimodulo, ci provo.
Bagliore, dunque! Bagliore! Illusorio, scrivo così e parlo colì. Rimbombo astrale. Scuote il sistema dalle fondamenta, fondamenta stolte del pensiero. Balaustre e bastoncelli d’incenso. Sotto travisamento altero. Scuote il cielo ancora nel turchineggiare attonito. Sono solo con tre foglie ed un cancellino. Dicendo ancora- tornanti infuocati-. Scuote l’abisso! Tramonti rubicondi!
Eccomi, è questo il punto. Sono, eh è già un’impresa, un proporsi in manifestazione. È l’apparenza [unica forma possibile d’esistenza, ovvero di epifania della stessa]. Etalagici voi invece, furbi che vi credete intelligenti mi vedete. E che vedete? La terra, bella, magnifica, magniloquente. Ma siete furbetti voi pseudointelligenti. Lo siete e dite: non è così e mai può essere cosà. E scavate romite talpe! Scavate per toglier le piume. Ed eccovi ora voi, che vedete. Acqua sporca di terriccio, acqua torbida. E dite il vostro eureka. Sententiate, profferite e dite (in quest’ordine o all’inverso), abbiamo capito. Furbi delle sottane asmodiche et asmodaiche. Stolti e ciechi nella vostra furbizia. Vedete il vello di metallo sotto tale torpore turpe? E se andate innanzi azzardate, immaginate e sortite ciò che non vedete, o che vedete per qualche spaccatura astrale, ogni tanto, di rado, a volte. Voialtri furbi più dei furbi deducete-e sempre dal sensibile- invischiati in questa epoca seicentesca della materia, protesi ma non ancora consci dell’Aquario. Dite. Sotto c’è l’ardore. C’è il fuoco! E in là più non andate. Stolti più degli stolti. Furbi di II livello, seconda generazione, 2.0, 4.0. non vi soffermate che sul voi stessi etalagici nel giudizio. Ecco il nucleo che credete di fuoco, voi che come spiriti immondi siete in quest’aere. Aeriformi dite: è foco! È divenire. Gnostici dei miei stivali, testimoni di Geova dello gnosticismo. Girovagate su voi stessi, tra Tartaglia ed Abracadabra –rimodulate entrambi cerchiando le lettere giuste ed ecco i primi numeri in sequela-. [Sator arepo tenet opera rotas]. Girovagate metà per metà verso la meta, o scorgete l’intero e una sua parte e di quella parte aurei il doppio ed il resto di esso mezzo. Ma non capite che del sensibile. Invettiva parlo di me, dell’universo e di ogni essere umano. Sono io stesso la vostra scusa, la mia scusa. In intermezzo. Ma scindendo in duplice forma l’immobile staticità. Ecco il nucleo! È etereo. Motore primo. È somma bellezza. maraviglia! Sonnecchiate razionali e non sognate l’infinito. Insensibili che studiano concupiscenti solo il sensibile ed ad esso si fermano. Tutto così claro a voi. Geoidesco, sferico, ellisodeico e fotografato e visto da un satellite –quale?-. clauso il senso ancora? Fondo opaco di bottiglia catarifrangente nel catartico eclissarvi in vitro. Neopositivismo filoprotestante, new age da burini cosmici. Attracco e fuga e attacco nel silenzioso sinedrio dei vostri solfeggi a fiato chiuso, flauti assordanti in Bastiglie masticate. Ridicoli e di nuovo, mi ripeto, ridicolità convessa. Vapore marmoreo. Nubiliscenza perduta e spersa.
Rimbomba ancora l’intorno della questione. Qui nella Terra di Saturno, nel Giardino del Mondo, vicino Città Nuova, sto meditando tra il fragore fulgido del frastuono. Eccoli! Avanzano! Sh!sh! Bastioni bellici! Non c’è pietà né dignità. Percorso distratto in rettipiano tetraetico. Crolla l’impero! Quest’ipotesi è astrusa sul tuo polso. Le vedremo tutte e quattro tra un po’, più in lì. Anzi cinque, tra calendario stropicciato. (Virtù diademica). Tra un po’ è già adesso, per il momento in parte e per l’intero il resto. Eccola! Bastioni bellici, incede con lealtà. Cambio repentino. Ma lieve ritorno. L’armata lontana si percepisce appena, no, non è ancora qua, ma il sapore dei rami è fruscio diverso, aspettiamo (aspetto!?!), aspettiamo immersi tra gli odori incantevoli et incontaminati. La Foresta Nera tromba di realtà mascherate. Nel mentre avanza, avanza e non si sente. Questa gioia ci raddolcisce. [E parlo al plurale sentendoti vicina amica, colmo chiasmo dopo il fulgore antecedente e prossimo, viso postumo], ci rinsavisce dal dolore, ci accomuna, ci sbandiera gaudio dagli occhi alteri. Assopiti, ondeggianti nello smeraldo. Le baionette sono un inciso. Ecco ancora. Un romore strano si avvicina, non è grido di guerra, non è urlo di vendetta, sembra quasi il prosieguo di tale armonia ancestrale. Ma gli zoccoli! Eccoli! Eccoli furenti i nimici. Alziamo l’asta. Si va, lance, spade sguainate. Si va. Shiva. Saettiamo, marciamo repentini, affrontiamo questo sibilo assordante, vacuo, all’istante. Voglio te, tra le mani. Mio plurale, raga dolcissima come liturgia dei sensi ed al di là di essi. In me stessa eterea sembianza. Unità e molteplicità ad un tempo. preludio di ogni verbo tonante e sublime nella grazia.
Io, solo, qui, tra la sabbia. Un dì batteva la speranza sui tuoi vetri di soffiata. Come sempre il sentore di averti amata, ma così, tra i capelli, tra i silenzi, mentre giri per intero il viso. Da sempre annebbiato finì l’incanto tra di noi? Vaghi vaghiamo, io tra frivoli pensieri. E tu sei tu. Sei la sola sconvolgente –e ti osservai nel giardino tra germogli di virtù-. Ossigeno sgorga e tu ne sei la fonte, tra queste nebulose venefiche della battaglia. Sì, ne sei la sorgente! e quel divario tra essa che è il nostro filo di appartenenza e così dal plurimo zampilliamo assieme. Alzo lo sguardo di là dalle barricate. Sei là, tra le nubi stesse, e arresa e fiera. Oh sì! Sei tra le nubi, mi chiami, mi sussurri colle penne tra gli anfratti cordici di me in attesa dell’assedio bellicoso. Ti imprimi nell’alma macchinosa, ti dilunghi estrosa. Oh la tua incantevole girata di volta, di archi, di riporti, ancora ossigeno mi sei. Voglio te, voglio te, voglio te. Qui ed ora. Tra le mie mani. Mia virtù diademica. Cosa vuoi mia luce e mio respiro? cosa vuoi sospiro intenso? cosa vuoi essenza luminosa? cosa ancora? Alberga in me il rimorso buio del tempo. Mi abita, lo indosso, chiara vita scorre nello sgorgo della barra oblatica. Vita e non violenza, scintilla lieve a cavallo di ippocampo. So che nell’aere vibra il tuo esercito imbattibile come tra gli abissi tremanti. Sembra giunta l’ora della verità. Ah il rossiccio ardore! ah il pallido incarnato! ah lo smeraldino furore! Sembra scisso in due essenze e tre sostanze il mio corpo. Improvvisa l’anima torna in lui. Torna. Salubre come te, che sei valore e sai volare nello scontro e mi cedi le ali intrepida. Le mani, le mie, che ti bramano schiuse! Hai boicottato i miei progetti terreni e sei ancora sospesa e faziosa, ma di te. Oh virtù diademica! oh bellezza angelica! oh firmamento marino! Arco da mille foglie e dodici varietà cromatiche. Statica mia! Il dormiveglia stride, unghia sul marmo in acustico bagliore elettrico. Vai, vai. Tu sai dove mirare in do minore. Sono tutto tuo. Vivido il violetto alfa et omega del circuito universale, intermezzo spettacolare, progresso generato dall’errore ribelle, uomo io e tale perché cado nel vizio, trappola tesa da cui mi innalzi. Uh magmatico limite! uh sinaptica percezione extrasensoriale! uh magnetica dialettica metallica!
Ancora ed ancora. Forever and ever. Scuotimenti sistemici, sistematiche docili e velleitarie. È un nuovo adesso e l’impero crolla. Crolla l’impero. No, non c’è barlume [ennesimo cambio repentino], non più. Siedo sulle scale, ti vedo muta carezzare il naufragio nei pensieri, dei miei pensieri, quelli nostri, dei pensieri. Scene oscene lì in su la nostra stella. Arde! Arde a tempo, arde fuori l’arioso e freme. A me, a me echi ancestrali, a me potenza indomita, a me. È una sera strana, aurorica, ne sorbisco i dissapori, le scarpette fulgide alla porta. Entri? Sì dai, entra pure. E cosa vuoi? Tu cosa vuoi? Tu che non piangi e respiri col dito. Tu che sei di lì, nell’altrove eppure qui, immanente nelle cose che profumano di te. Lontana ma ferma all’uscio, quasi timorosa e senz’altro –Dio come mi piace ripeterlo- ardita. Faccetta di neve in questa bufera cosmica e dialettica dell’oltraggio. E ti scordi arco femmineo, amazzone anarchica, ti scordi di nuovo. Ti vien da ridere alla follia, simultaneo il sopruso, lo sberleffo. E mi sbatti nelle segreta dell’animo senza esitazione, pietà, senza gravami alcuni, senza retori che esplodano in sermoni ed arringhe di ogni branca per me. E lei che ride a sua volta e crede che io, che noi, che voi, parliamo dell’autogemmazione squamosa. Eccoti qui, eccoti qua. Sei venuta dall’altrove e guardi, profilo assente, al di là. Ovviamente, altrove. Non ti degni di entrare, accenni già di dover andare via, di voler andare via, di fuggire tra altri beffardi segreti marmorei, come gli occhietti vivi e vividi che sfiorano i sensi e non riposano. Che tutto vedono ma che non scorgono il particolare, arghici ma per metà vivace in completezza. E i furbetti s’adoprano nelle loro belle generalizzazioni. Ma tu, tu, tu dimmi: la rosa non è meglio della distesa verdognola intorno che la contiene? L’intorno d’altronde ausilia soltanto la definizione di limite e pur tuttavia la stessa sussiste intrinseca solo nei petali. Sai? Booom! No, dov’è la luce? dove il sole? dove il cielo? Non c’è speranza ahimè, la scala crolla, è appena crollata disarmonica ed io con essa rovino. Futile oggettino antico nel postmoderno postatomico e postcibernetico scalzo. Nel ripensamento inutile. Noi, mai più noi. Anzi no, mai e basta. Mai ci fu passato, soltanto gemiti (le lacrime del cielo carmini versetti). Sento già e dunque comprendo che mai si perde ciò che non s’è avuto. Ma la libertà! Lei è in rivolta e non resiste alla rappresaglia del potere quieto e subdolo, cerca un appiglio ed io la seguo prolisso cercando appiglio. Stende le mani tese come le mie che te vogliono bramose. Stende le mani tese alla volta turchina macchiata, gelido metilene e cobalto pel fragore cromatico disturbante le intere sfumature del rosso. Tuttavia nuvole rade non ostacolano il gesto ribelle, il giavellotto o la torre della unica voce, la piattaforma della pace svilita dai nostri rimorsi dal sapore di sapienza e dal retrogusto di reciprocità e rispetto. Voce sussurrante e bellicosa che trafigge non il nemico ma il mio-nostro-stesso petto. Apparenza mia fulgida! Ohi! Ci sei o no? Prendiamoci per mano, varchiamo il confine. Anzi, con la gomma pane smacchiamolo e poi resettiamolo. Siamo qui per questo, tu già lo sai. Il tuono non spaventerà la moltitudine sola. Dai, vieni. Booom! No, non c’è pietà, in eterno esilio dalla verità (le camice sulla cruccia accanto alle scarpe). No, non c’è lealtà. Dove sono finite le armate invidiate et indistruttibili? A vele spiegate tutti scappati. No, no. No! Io non andrò via, resterò solo ed affonderò, e se affonderò sarà con te, alabastrina mia. Finisce il tempo, crolla l’impero, crolla l’impero. Crolla l’impero!
Scompari, riappari, scompari. Un giochetto. Che nervi! Dalla disapparenza svolazza un segno. Nel disapparire emerge un foglio, come un lamento di chi se ne va. Cade andando su [si inabissa quando s’alza]. Virtù diademica, ancora. Virtù arzigogolante. Lo leggo.
“Se scenderà
questo lamento tra le vie
con quel furore
che connota il mare
in tempesta,

se capirò
che tra le pagine
non hai lasciato il segno,

proteggerò il candore
della vita
stringendolo
semplicemente, lievemente
tra le mie mani.

La virtù nella sabbia,
tra pensieri nascosti,
senza tanto sperare
in quanto suadente
riposa in dolori
più agguerriti delle lance.

E poi,
fuggendo l’anima da quegli ostili spiriti,
mi chiede venia il cuore
ma stavolta senza stupirmi.

Intorno c’è tanto vigore
e quell’oscuro rifluire
di sangue nell’inchiostro

(protegge quella macchina
divina
il pathos della fortuna).

La virtù
senza rabbia
si è assopita di nuovo,
si è rinchiusa in stridenti
parole annebbiate
dai tormentosi bombardamenti.

Me ne andrò via
senza lasciare sparsi i fogli,
con quel sapore che distingue
il chiaro valore delle cose

e piangerà lo specchio
sentenziando un mio ritorno,
di canti irsuti
degli astri perduti.

La virtù
si domanda
se va bene così,
se ha lasciato lo spazio
al caldo invadente
ed al risollevato
refrigerio della mente.”

Mi ricordo. Mi ricordo. Parafrasando Pierpaolo la poesia è l’essenza del capitolo. O di più? La conservo stropicciato ed inumidito antico fattomi lei ed in lei. Scende il lamento. Virtù diademica, virtù diademica.

Salto quantico I: l’esperimento di MJ

1936. TS in scossa rivoltosa ha spianato il varco, per un attimo in controluce l’orizzonte degli eventi, immerso per scossa autocelica nell’LCTS, labirinto cosmico tele spaziale, telespaziale. Tutto in un istante è attuale, dietro il futuro ed innanzi il passato. L’ha fatto, l’ha fatto. Ma si è fermato stanco al bar a sorseggiare il solito tè sconvolto. Non era stata una buona giornata ma ottima. Noi lo sappiamo ed affidiamo a te, MJ il prosieguo, arma che distrugge et amaca assidua. Altro che arma, altro che scissioni. Ci state lavorando, scosse telluriche o lisergiche. Ciò che avviluppati assordanti stiamo per fare, oh MJ, è ciò che è impensabile! Oggi 9 dicembre. Sotto la svastica, sotto la svastica. Lavora littorio accademico dello studio. Assorda, assorda. Fluidificazione! Sintassi ostica del silenzio. Momenti, momenti. Il carico è pronto, scindiamo noi, annichilimento, annichilimento. È questa l’ora, sette e ventiquattro. Partiamo. Saltella opaca la tua scrittura, velocissima, supera la luce e si fa fattore. Asserzione destrimana. Aspetta. Luci ancora abbaglianti. Per non perdersi ne LCTS ricorda che pensiero vaga in. Ecco la congiunzione. Spalanchiamo e vaga colla mente soffermandoti su un punto. 12000 anni orsono. India. Amebe scarse, qui si fa la storia. Si cangia motore e maestrale detto a tratti. Soffermati su quel punto, medesimo giorno e medesimo mese. Purezza d’alleanza. Sublimazione.
Qui si fa la vita! Scostando l’assoluto e secernendolo in cellule scomposte. Neuroni. Ippocampo trainate vello roano ed amigdala vettore dirigente. Qui si fa! Canto armonioso propaga. Li vediamo, li vediamo. Uomini in cartapesta e cartongesso risaliti e rinsaviti. L’altare agli dei, che siamo noi. Inchinati e scimmieschi ma evoluti. Qui si fa la storia. Ciò che abbiamo aperto non si chiuderà. La soluzione nei radicali. Rieureka! Riscossa! Ecco come è diviso. E manco ci eri arrivato lettore, lettrice. Manco per divinità. Compressione del campo zero e Riemann. Ecco come accostare. È tutto esatto. Condotto fuori. L’India! Spostandosi si inchinano, diamogli il simbolo uncinato. Paradosso della conoscenza! Quello che stiamo facendo, quello che stiamo facendo. Era qui la chiave, nel flusso mnemonico. Nel flusso mnemonico. Il tempo è scandito dalle radici. Spazio reale e tempo unità immaginaria. Grande MJ! Ma è come perdersi, perdersi per pochi scansi sensibili. Approdiamo e la chiave è duplice. Il tempo scandito dalla sequenza numerica al quadrato. Questi sono i punti di accesso. Gli unici. E noi possiamo esserci in corpo, anima e spirito. In sangue ed ossa e dignità. Segale cornuta o pejote. Abbiamo avuto accesso e la numerazione è quella Gregoriana. Incredibile come la mente produca immago et suono! L’errore scostato e l’ora legale benjaminiana. Ogni cosa che sta facendo l’uomo l’ha già fatto, ovverossia la farà. Per ora l’India, ma continueremo. Si parte dall’1 che è se stesso. Ottimo. Ma hai fatto di più, sei andato in regressione prima dell’1 stesso. Come al solito, come sempre, MJ hai intuito una cosa prima di scoprirla. Incredibile! L’unità immaginaria! Irrazionale. Prima di capire come muoverci negli anni del Signore hai scoperto come muoverci in epoca anteriore. E da lì, poi, muoverci in questa. La mente umana è strana. Da perderci la testa se non lo si è già fatto. L’India non è il loco che cerchiamo, ma il primo esperimento è ok. Lei è un genio MJ.
Oggi, 9 dicembre 1936 il passato non è più lo stesso. Tutto qui comincia e tutto qui cambia. Silenzio e rullo di percussioni, assordato assordante assurgi. Ora il nostro futuro è il passato. Quello che ha dipinto in sala Hr non è rubato dal simbolo della vecchia destra. Ma è un simbolo indiano. I quattro elementi ed al centro l’etere. Oggi abbiamo cambiato ciò che era. Non si torna più indietro, non possiamo ritirarci. Si torna indietro, quindi. Buona la prima-anzi la seconda- accordo di quinta e verde. Brucia poi il silenzio.

Misterya Magna: la Creazione

Tutto ciò che è pensabile è esistibile, esistente in potenza per il tramite dell’atto. In principio era il Verbo, parola creatrice. E non esiste nella staticità divina creazione che non sia eterna ed eterna nell’attimo et priva di ogni demoniaca caducità. Thirassia la cacciatrice è il viaggio spasmodico ed in preda alla crisi, critica, poietica, poetica. Fattura et fattore. Et etiam fattura ad immago del fattore. Thirassia la Cacciatrice è Atlantide, il balzo sovrapposto tra pensiero presente ed epoca di contatto, Stupor Mundi, ed è così. Atlantide ed Antartide, zona franco-italica, mi ripeto. Etiopia. Dove? Terra di Prete Gianni tra India e Cina, e poi più in là nipponica premessa assurda. Samurai stoico et in vita suadente. Codice d’onore ed onore pratico. Poi più in lì scavando, a partire da qui, Giardino del Mondo vicino a Città Nuova, trovandosi nei lembi del pacifico mare magellanico, Mu. Ed onda convessa in striscia di foco, dorsale oceanica. E la Tule più a nord, lì, tra le nubilose ghiacciate e fumanti atrocità islandese. I Pitti incontrano gli indiani d’America, i Fenici diretti alle Canarie. Ma su questo torneremo, torneremo, amata lettrice, distratto lettore, magico ipnotico velame d’assenzio. Ci ritorneremo mentre il centurione cesareo brucia il museo. Alessandria. Per distrazione od ordine imposto. Ci ritorneremo. Premessa questa è come promessa, ma utile nel riguardo di ciò che sto per dire, fare. Tagliato il collo alla giumenta stanca. Vapori ancora tra Marsili e il pleonastico calcare, tra Vesuvio e i campi solfurei. Tra gabbro e basalto, e la metrica che è giambo, ci ritorneremo. Apriamo il preludio, monte d’universo.
E che atto, atto dettato da una volontà. Genesi, genesi. La premessa è per cercare l’edenico posto, il posizionato topos dell’assurdo imbavagliato dal silenzio ardente. Fuoco nel roveto legiferante. E come tutto nacque? Come cominciò quando lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Creatore e creatura. E cos’è l’uno e cosa è l’altra. L’altra mezzo tra detto e dicente. E siamo noi. E l’Uno trittico trino, per contemplarlo in trinità tre Persone ed una Sostanza. E noi ne deteniamo il riflesso. Noi che anima come Dio propendiamo e promaniamo con lo spirito nostro per il tramite del corpo. E questo potrebbe bastare. Ma basta? Questo è in altri essenti in egual misura, ed anche gli utensili, detti scarsamente, sono essenti, minerali. E dunque non basta a definire la creatura. I minerali, gli essenti vegetali et gli altri animati differenti da chi è a Dio simigliante. E che siamo noi. In doppio grado, uomo e poi in sommità donna. e donna tramite stesso ed apertura varco divino. Ma il sangue e le ossa e la pelle et i nervi, et la linfa nostra. È la unicità. È la unica vera unicità. Ma ogni altro, prima dell’unicità nostra, va descritto. Le onde elettromagnetiche, le onde elettrochimiche, lo spirito. E lo spirito ha tale duplice fattura, che dalla elettrochimica comunica in noi stessi risplendenti e che dall’elettromagnetismo illumina l’altro ed il creato. E tale conformazione è propria delle specie inerti ed erte, perché non v’è qui differenza, il loro spirito è colore, è sapore, è profumo, ciò che percepiamo. Et tale spirito è anche il loro, ma negli essenti clorofillici e negli animati a noi differenti come per noi c’è l’elettrochimica che elabora e l’elettromagnetismo che emana. Nei minerali è elettrochimica che sola emana e l’elaborazione del messaggio è in sé lucente carevole, e l’elettromagnetismo la accompagna, come bivio verso noi stessi, che siamo centro dopo Dio. Ma in tutti i descritti il messaggero è l’alma, come Padre persona divina, situata nel core per noi e per altri essenti animati, negli altri intrinseca sostanza, a ciascuno differente a seconda della conformazione e del diletto divino, e della sua fantasia. Il corpo è quello che rende visibile tale divino mistero dell’invisibile. Lo espone e lo dipana e lo intreccia et lo trama. Guscio del vettore spirito che è messaggio e che è elaborato dall’anima messaggera. Spirito traino vellutato ed alma nocchiero, et corpo ciò che serve et è concreto. E sembrerebbe ora che la nostra distinzione che è sangue e linfa ed ossa e nervi ed anche pelle sia simile anche ad alcuni essenti animati, ma differente ne è la funzione. In loro animati evoluti et anzi evolti, perché evoluzione implica mutamento, e mutamento e divenire sono baalici, come ormai detto, tutto in loro funziona ad imitatio homini. Ed hanno altresì tali stesse sostanze perché a noi servono per la gloria, e noi che nominiamo, e nominando abbiamo fatto, subito dopo la nostra creazione, che ha forma differente, come tra un po’ la pazienza del lettore e della lettrice e degli altri mille, e delle miriade che sono e non sono e quindi saranno osserverà leggendo.
In principio lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. E dunque cosa c’era prima e cosa dopo, che è la medesima quaestio. Abisso è vuoto et infinito e zero, mare d’atrocità perché la mente intuisce ma non concepisce l’inesistenza. Ma tutto ciò che è pensabile è esistibile e ciò che è intuibile è respiro d’assoluto e del vento, e quindi del volto. È qui la seconda chiave. Per chi ha orecchi. E gli abissi! Mari colmi di tristezza, la tristezza e il pianto che è sospiro di desio. Che è sommo amore. Osservare sé ed essere in sé sufficiente e per questo incompleto. Era l’abisso Pitagora e sovvertito perché vi era il vero e la realtà era terribile in quanto perfezione nell’incompleto e quindi nel dispari poiché se il pari completo è definito, l’incompleto no. Ed in ciò resta traccia, perché nulla esclude ciò che era, essendo ciò in sé stessa. L’abisso la realtà, Dio la verità. L’abisso era il pensiero triste del divino, l’aracnide ostile che non doveva essere ma che essendo sarebbe resta in traccia. E l’altro pensiero era il bello, il buono, kalos kai agathos. Per questo il suo spirito aleggiava sulle acque. Come su ruscello senza abisso, ma l’abisso era il pianto. E allora il verbo arresta. Necessità. Necessità. Amore. Libertà. In giusto ordine. Perché l’Artista sommo crea, crea cioè pone in essere. E qui vi è l’atto creativo divino dettato da una volontà libera che è l’amore. E sia la luce! e con essa le promanazioni di Dio, ovverosia gli angeli. Messaggeri, taumaturgi, misericordiosi, combattenti. Promanazioni delle qualità di Dio, cori sonanti e musicati, canti di giubilo. E c’era la Luna che sono gli angeli strictu sensu, riflesse immagini nell’acqua cristallina ove aleggiava, che sono coloro a noi più vicini perché voti incompiuti, inadempienti, luna venere strabica e nella strabicità ha perfezione. E poi Mercurio ed i combattenti Arcangeli, per fama e gloria, bagliori e fragori che cantano e luccicano, Hermes che è Gabriele, medico Raffaele, generale Michele. Poi Venere che volteggia e canta e sono Principati, sommo gaudio d’immenso. Poi il sapiente Sole, e sono Potestà, spiriti di Saggezza, cantanti e danzanti in triplice corona. E poi Virtù, bellicose, che sono Marte e che sono eroi, danzanti in una croce luminose, le Gemme altere e pure, come essenza di minerali, nelle varie gradazioni. Poi i puri, catari, Dominazioni, in Giove, e dalla purezza la possenza della mistica, che danza e canta colla scrittura, aperta a chiare lettere ed è la parola più sincera, impressa lettera a forma d’aquila. Perché dalla scrittura e con essa combattono per la verità. E ciò che è scritto rimane ed è la Giustizia. Il pianeta possente è possenza d’estasi e l’unica divina Verità che vince la Legge di sabbia e di cristallo. Ancora l’accesso più alto, e che è Saturno-e qui è l’origo del Giardino-, gli spiriti contemplativi che sono Troni. I fattori del mondo, le parti migliori che ungono l’alma e nell’alma si innalzano. E v’è corrispondenza tra Giove e Saturno, tra questi, doppio volto della ascesi, contemplativo ed attivo, e l’azione vivente delle Dominazioni discende dalla purificazione dei Troni. Poi le luci accese in un cielo fulgente che sono i Cherubini, spiriti del trionfo, quelle luci corazzate e limpide, ove corazza è ciò che mostra la potenza infinita di Dio e la sua eterna gloria che mai tramonta. Stelle Fisse! Nulla muta e nulla diviene, eternità della parola. Ed ecco la musica divina, somma genitrice dell’essenza, nove cerchi concentrici che rotano attorno un punto, mobilità statica e non dinamica, flusso etereo ed intramontabile. Quello che la bocca tace è splendore del canto, i Serafini. La luce si fa musica in ondeggiamento dialettico e tripudio intenso, e tutto qui si raccoglie. E poi l’Empireo, la Rosa Mistica, il clamore che diviene grazia e femminea grazia, ciò che oramai non può descriversi, né dipingersi, né musicare. Ed ecco che qui ritorna il concreto. Ecco Dio, che è materia e che è energetico vigore genealogico et energetico flusso creativo. Ed ecco che è la luce, così descritta, quella luce che promana angelica ed è Spirito Santo, doppio vettore, di qualità di Dio e di contatto et etiam voce sua e sussurro del vento, alito ancestrale, pneuma, sollievo sospirante. Ed ecco il cielo che è luce, e che separa dall’incubo degli abissi. Per poi far emergere ciò che ogni altra cosa contiene e che è la terra, ed ogni suo abitante, con le caratteristiche perfette nell’imperfezione, e contenitori del tutto anch’essi, scintille del divino ma serventi. Ecco che Dio che è anche corpo crea il suo corpo di belve, clorofille e terre emerse ed è in esse perché in ognuna sia custodito l’infinito. Ed ecco infine l’uomo, che ha le medesime qualità del divino, a sé somigliante. E plasmato in creazione, non creato per mezzo del tuono candido delle parole come tutto il resto. Plasmato a sua immago e superiore anche agli angeli tutti, lux dei. Con un corpo proprio, con proprio spirito, e con propria anima e tutte derivante dal creatore. L’uomo che Dio ha modellato con le sue mani è suo respiro. E poi la donna ribelle e poi l’altra del suo fianco e la tensione d’assoluto. Lei che in duplice natura è angelo che tutto abbraccia e che a Lui conduce l’uomo. E l’uomo nomoteta come Dio delle creature e delle terre e finanche degli stessi abissi dà con voce e canto suo valore al corpo di Dio creato, nominando dà valore a minerali ed essenti immobili e mobili, nominando dà valore a quei frammenti dell’infinità del divino. La voce di Dio è il canto che crea, la voce umana quella che dà valore e che tutto canta stupendo e che tutto custodisce di ciò che è fatto ed a cui il divino stesso accompagna sulla via per mezzo degli angeli, per guida dello spirito illuminando l’alma umana che risplende e risplendendo illumina a sua volta nella custodia e nel concedere per grazia valore. E se gli spiriti angelici hanno libertà tal libertà è dell’uomo e della donna stessa ma maggiore per loro stessa fattura. E la libertà è ciò che conduce l’uomo a scegliere quale donna seguitare, e se dare o togliere valore alle cose ed agli essenti e quindi a sé medesimo. Se di sé aumentare valore o toglierlo, agli altri togliendolo, se distruggere il giardino scegliendo l’abisso e perdendosi in esso o se rimanere illuminato dal divino spirito ed esso seguire liberamente. Ed anche gli angeli ribelli, un terzo d’essi, scelsero di guardare verso l’altra sponda, ribelli al fattore e precipitati da Esso e dai fedeli nell’incubo suo, nella sua tristezza. E in tale tartarica tristezza incatenati. E dall’abisso a richiamare l’uomo ad essere lontano dalla luce. e dall’abisso ancora a convincerlo che lui è ombra perché la sua ombra vede ma può essere luce, e con tale finzione l’Avversario e i suoi distolgono dalla luce l’uomo, e gli tolgono valore. Invidiosi dell’uomo e della donna conducendoli in perdizione, con l’illusione, in tutte le sue forme. Perché illusoria è ogni essenza di quel terzo malvagio, dal divenire et tempo, alla caducità, alla malattia nelle sue diverse specie ed alla violenza bruta e d’ingegno. Mentre l’uomo fatto è per seguir la donna e tendere a Dio, e la donna per contenerlo e vivere in Dio. L’uomo e la donna sono le virtù di Dio da Dio promanate e tutte in essi contenute, quelle virtù descritte, proprie della luce, degli angeli, e dagli angeli donate all’uomo per il tramite dello spirito.
E l’uomo e la donna danno valore o liberamente possono toglierlo attirati dall’illusione, e l’uomo e la donna custodiscono o possono distruggere attirati dall’illusione ancora, e l’uomo e la donna posso seguitare il vero e veder il reale in sé e non nella sua illusorietà. In duplice via, l’una verso il creatore l’altra verso il creato, ed ambedue per gloria del divino. Timor di Dio per il divino e Pietà per simili creature, e quindi Scienza delle stesse e propria Fortezza, e quindi Consiglio per i simili illuminati nell’Intelletto dalla terza Donna, Regina di Sapienza, e che conduce l’uomo stesso alla Sapienza. e ciò per la gloria di Dio. Ed anche il diletto pel creato e delle creature e dei simili, tutto è ad essi uguale e tutto tendente in spasmodico Amore, o in meditato stupore. Ed Amore agape che tramite l’eros brama ciò che manca, e seguitando la lingua prescelta e che è la Nostra, quella di chi scrive, della Terra di Saturno, lingua primigenia della italica stirpe. E per dialettica etimologica di genere che sintesi etimologica genera, ogni nome maschile è ciò che cerca ed ogni femminile ciò che è cercato per il raggiungimento d’Equilibrio che è razionale et maschile ed ha per faccia irrazionale e pura l’artistica Armonia femminea. Come ad esempio, et sommo esempio, Amore maschile cerca Bellezza femminile, e via per ogni cosa chi cerca è uomo e chi è cercato donna e tramite la ricerca incontrare Dio, ed ad esso tendere. Tutto per ogni parola, la Scienza lo Scienziato, e l’Arte l’Artista, e via di seguito. E tutto ciò saliscendo la Misteriosa scala del femmineo. Amore, mosso da Desiderio e Sentimento, salisce i gradini, Ricerca, Follia, Verità, Matematica, Scienza, Sofia, Libertà, Perversione, Responsabilità, Timidezza, Poesia, Giustizia, Intelligenza, Apparenza, Felicità, Morte, Bellezza. E al culmine la vetta: Armonia finale.

Dopo i fatti: salto quantico -1

“Scenderemo nel gorgo, muti”. 2005, ad un anno dai fatti noti. Muta, 2004 e lo sbalzo quantico. Scomparsi in regressione. Si indaga. Scoprire qualcosa per puro caso e per disagio esistenziale, mistero del dire in proporzione austera. Scoprire per caso, è ciò che rompe la causalità nel processo intuitivo, l’uso fatto da Philadelphia ‘43 all’MK 70 e poi al girigiogo estremo del 80-90, e poi a seguitare col 2000 da novembre a marzo del successivo anno da JT. Li analizzeremo ma bisogna partire dal negativo speculare. Diremo quasi sia avvenuto prima del 1936. Gran trambusto nella perdita definitiva della linearità giudaico-cristiana che era tomisticamente un orientamento per descrivere il reale, viziato, viziato dalla caducità. Ma essa comunque andava descritta, per farsene, come dire, una idea. Ma i tempi sono maturi. Le date confuse. Verrà poi il 2013. Ma dopo, cioè anzi la venuta dell’oblio ditirambico. Per dipanare il dedalico suono voi seguite la numerazione. Cerchiamo di dare ordine, intuitivo ovviamente. L’intuizione è ciò che precede la verifica e poi tutto si immerge nel calderone deduttivo. Ma andiamo per gradi, ripeto. 13 ottobre.
Le indagini affidate a MS, passato più di un anno e nulla di fatto. Il silenzio domina per evitare interferenze e c’è quel mistero del ’98 della comparsa dal nulla e della subitanea disapparizione, persi nei meandri dopo essere sedati. Quasi sembra si tenti, nonostante il silenzio e la discrezione, di deviare, distogliere, affidare ad altri. Ed MS lo sa ed oggi non cerca direttamente loro seguendo piste che gli sono congeniali, linee investigative tradizionali. Sa che c’è del mistero. Scavando nella vita. Nulla di concreto i due. Poca roba. Ripercorrendo a ritroso non c’è storia eufemica. Nulla di nulla. La cartella, la cartella del ’98. Sa che lì è la chiave. Lo percepisce come incauto elemento essenziale. Ma parliamoci in maniera chiara, limpida, dolce e cristallina. Il caso non è più suo. Solo primo intervento. Nel giro di un mese gli è stato tolto. Da chi? E soprattutto, perché? Agisce in proprio, quasi ossessionato. Una cartella con due righe ricuperata in gennaio, a seguire due fogli stracciati. Purtuttavia l’ossessione continua, continua perché nel suo ufficio è pervenuta quella misteriosa ed a tratti infantile poesia dal sapore di filastrocca e cantilena. Mitomane? O è lì la chiave. 18 di luglio. Busta gialla. Ad MS.
“La chiave è il motociclista.
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Colto sul fatto
da solo fritto.

Colto sul fatto il nostro amico
cadde pensando a ciò che dico
e se sul fatto non c'era niente
comunque lui avrebbe taciuto.

Era un ragazzo timido commissario,
lo giuro.

La polizia chiuse i battenti
ma scovò nell'aria altri incidenti

ergo riprese i battenti,
scavò nell'aia e trovò i suoi denti.

Il commissario più adirato di prima
prese i ragazzi per uno spalla,
tra un caffè e una sigaretta
passò nottate senza vendetta.

La povera Lucy fu poi interrogata,
fu poi chiamata
in quella stanza tanto,

troppo buia.

“Cara
cos'è successo? cos'è stato?
sono tanto adirato”.

Erano intanto le quattro di notte
e il commissario con disincanto
scriveva tanto e leggeva poco
non c'era nulla nella sua casacca nera
tanto la verità la sapeva già dalla scorsa sera.

La povera Lucy, la cara amica
era stata chiusa in cantina,
torturata il giorno appresso
e il commissario giocò il suo asso:

fatta la sera, fatta la notte
venne l'alba un'altra volta
e il commissario restò a guardare
cosa c'era nello scaffale.”
Banale e quasi deandreiana, deandreiesca, c’è assonanza con Bocca di Rosa. La stanza del monolocale di MS è tappezzata di ritagli di giornale e fa bella mostra questa cantilena. Ci deve essere qualcosa che sfugge. Scindere elementi, cogliere eguaglianze, secernere congruenze. Lucy? Motociclista? Cantina? Ed analizzare la cantilena. Ogni parola deve avere un senso. È come fosse un messaggio cifrato, ne è sicuro. Lo compara con la canzone. Ne studia i personaggi, le situazioni. Scaffale? Cantina? Cellardoor! Tolkien. Scaffale-fascicolo. Fascicolo manchevole, cioè cosa manca nel fascicolo, la parte stracciata della cartella. Motociclista? Andantino e distrazione, fumo negli occhi, estraneo, chi si occupa del caso togliendoglielo ed occultando. Commissario, è lui, MS. Lucy-Notte-Sera-Alba. Lucy-Marinella-Muta quindi. “Ragazzo Timido”-compagno di Muta scomparso. Riprendiamo Sera-Notte-Alba, connessione con le stelle e col fiume. Dal fiume alla stella. Piegatura dell’estrella. Adirato, per il mistero? Incidenti nell’Aria- il volo nel fiume? L’Aia il Giardino-quale?- Denti-Tasti del Piano. Tortura-Disagio Esistenziale, ovvero paturnia del sé. L’Asso- il Gioco. Prese i Ragazzi per Una Spalla-una sola? Quindi Spalla sta per colui che è accanto, nel significato teatrale. Opera, messa in scena. Chiuse e Riaprì i Battenti-quindi indagine in proprio. Ma c’è qualcosa che manca! Ma c’è qualcosa che manca? Lucy-Muta, colei che dà la Luce-la luce plasmata dal fango. La Creazione, creazione che si sposa con messa in scena. Quattro di Notte-ora della scomparsa. Sommatoria delle due e delle tre di notte meno uno, che è il fattore manchevole. L’alba viene nuovamente. Quindi si scopre il mistero. Sera-Notte-Alba, Alba che nuovamente viene, cioè che è già venuta e che dunque è il punto di inizio. Manca l’Aurora. Dall’alba si comincia, ma la verità si sa già nella Sera. Cosa avvenne la Sera. Cosa c’entra l’Aurora. Aurora prima luce del mattino. Venere. Aura anche? Amico-Ragazzo Timido. Mmh. Che Comunque Avrebbe Taciuto. Avrebbe Taciuto, cioè sarebbe congiunto con Muta. Interrogare la luce per trovare il fango, cioè Muta, fare domande a Lucy. Scriveva Tanto Leggeva Poco-i fogli stracciati e le deposizioni. Colto sul Fatto-Fritto-Aurora (che manca). Tempo!!! Fatta la Sera, Fatta la Notte Venne L’Alba un’Altra Volta. Si inizia all’Alba e si finisce all’Alba e manca l’Aurora. L’Aura, Eos, Eos+Selene, e la composizione, rime baciate. Ryma, la ragazza suicida. Kymery l’Aurora, Chimera a cavallo, la Chimera è il sogno, l’utopia ma anche l’essere mitologico, testa di leone, corpo di capra, coda di drago e vomitante fiamme. L’Aurora è la fiamma, ovverossia la luce. Due suicidi. E due scomparse. E siamo alle quattro di notte, di nuovo. Il tempo, il tempo. ma rimescolato a caso. Chimera, cioè capra, e cioè luce, legata a Lucy, e abitante la Licia, terra di luce. Di nuovo luce. la verità la sa –la so- dalla sera ma all’alba che nuovamente viene resta –resto- a guardare nello scaffale ciò che manca e lo trova –trovo-, pur se manca. I fogli stracciati. Ed uno i Denti nell’Aia, ovverossia le stelle nel giardino. Ancora l’Aurora e Venere. Sa –so- la verità prima di saperla. Il Tempo invertito. E manca ancora qualcosa. Cellardoor, l’ingresso magnifico-più bella parola della lingua inglese- l’ingresso negli inferi, Virgilio e la Chimera, Vitriol, Capra, et in arcadia ego! L’ingresso agli inferi! Ma Kymery chi era. Come persona dico. Tossica. La droga, Colto sul Fatto-da Solo Fritto. Il cervello fritto, fatto, che vuol dire anche drogato. Fatta la Sera-Fatta la notte. Ovverossia drogata sino all’alba. E nello scaffale cosa manca? Ecco Tempo-Droga-Luce-Fango. Ed il Fiume. E le parole in Rima. Manca la deposizione. Motociclista. Come trovare il motociclista, che è la chiave. E c’entra con la droga, col tempo o con entrambi? Giocare l’Asso, il suo –mio- Asso. Messa in scena, una messa in scena. Un gioco. Giocare l’asso, avere l’asso nella manica. Giocare il suo –mio- asso. Cioè barare. Barare per trovare il motociclista. Lui –Io- la Verità la so Già Dalla Sera. Non c’è Nulla nella Casacca Nera. L’asso nella manica manca. Quindi barare per svelare la messa in scena. E qual è la messa in scena? Ciò che si nasconde. Che non c’è. Un Re Senza Corona e Senza Scorta. Manca il riferimento, eccolo, manca il riferimento tra cantilena e canzone, quindi è questo. Il Re, la carta. Il Re è l’asso nella manica. Senza corona e senza scorta. Ecco, ecco. Collegamento con Muta. Presenza. Quando? La luce, l’alba, il millennio. 2000. 2000 è il Re che fa la comparsa, se sera è ’98 e notte ’99. Il Re-motociclista che era già-già sapeva la sera cioè il ’98- fa comparsa all’alba del millennio -2000-. Alba che torna di nuovo, circolo ritornante. Il motociclista fa la sua comparsa nel 2000 con Muta. Ecco dove cercare!

Conformazione

Tremo innanzi alla ricchezza,
ho terrore del potere

mi sento un umile artigiano
delle parole,
un bambino che stride e piange
lacrime d’assenzio
nel suo silenzio smorto


De substantia corpore, anima et spiritu: immago dei, visibilia et invisibilia

Se nel vuoto del mio silenzio sospira una viola in tumulto è l’universo. Candida speme! Nell’introito che dialettico si impone quando in principio era, ed è tuttora, il Logos, il Verbo detto e creativo, e noi dicenti a sua immago. Scossa ancestrale fu l’uomo nella sua essenza che è substantia, nella sua forma corporale, nella sua emanazione in dire e fare, poeta e artista. Cenere è ciò che ritorna, ingraziato dal femmineo ed è sommo amore quel che resta ed è ombra ciò che vivifica la luce e nell’occultamento la esalta. Ombra fallace ed illusoria se la si seguisce come reale, parte del mistero se la si vede come dono. Immenso dono di Dio. Gli angeli non hanno forma ma sostanza e quindi non hanno ombra. E l’ombra è ciò che il nostro corpo imprime nel ricordarci che non siamo solo luce, non semplici emanazioni ma completi in riscossa. L’ombra ci rimanda alla nostra completezza, è una parte che ci ricorda d’esser corporali e ricordando ci fa risplendenti e risplendenti illuminanti. Ma se come ciechi, stolti, guardiamo ad essa e la ergiamo ad una realtà possibile, dimentichi diveniamo di tutto il resto che non è corpo. E così del corpo facciamo idolo, e tutto il restante è miscuglio organico, miscuglio meschino che ingloba in sé alma e spirito. Il corpo ci ricorda che conserviamo in noi l’essenza, una, l’immortalità. Ma se noi stolti ancora studiamo l’orma e dall’orma ergiamo templi al corpo e svuotiamo la scienza dicendola empirica et positivista e svuotiamo la teologia filosofica dicendola filoprotestante et illuminista diamo luce al corpo nostro e non al resto. Il corpo, il corpo! E se l’ombra è un rimando all’etereo eterno Massimo Fattore ed alla nostra stessa essenza, da ciò svuotata di noi non resta che il segno impresso. Come fugacità l’ombra scompare e disappare per fattura della luce, di tal guisa l’orma è divorata dall’acqua e se ne cancella il ricordo. Più alta orma stampar? L’orma è il nostro peso e se il peso è corporale di noi non rimarrà che la mediocre esaltazione di sé, l’etalagia del corpo. Se invece come per l’ombra riempiamo d’alma il corpo, l’orma nostra è quella spirituale, e spirito resta perché da spirito ben più alto è mosso, quello spirito dolce colomba d’umiltà e promanazione di sapienza e carità che irradiando l’anima ci rende fulgidi e radiosi a nostra volta.
E dal corpo si cominciò. Sommo Artista Creatore Facente prese il fango per modellar l’umana stirpe, Egli essendo sommo in umiltà la sua creatura volle fosse umilmente somma, dono lezioso, amorevole et accorato. Modellare il corpo ad immago del corpo suo, et del mondo et dell’universo intero. E il mondo è terra e terra è fango quando inumidita dall’acque, e così in prima mistura già fece preparandosi all’opra e l’acqua e terra et epidermide dunque la seconda et acqua abisso tenue, perché nell’homo restasse l’orma delle sue lacrime che, ad acqua così ad essa intrisa, nel profondo come linfa e come sangue che tutto move e scuote, restasse nella sua creatura la stessa Sua nostalgia d’assoluto, lo stesso baratro d’abisso, impresso nel sangue. E terra, l’epidermide, vello dorato per il suo lavoro, per il fatto in potenza. La terra che madre è profonda e che donna è profonda e che come l’uomo ricopre col mantello la ragazza per difenderla alla stessa maniera e nella stessa inclinazione coprì dal freddo con pelame rado e biondiccio, e come donna in sé coperta il fattore fece intarsio a tale pelle umana abbellendola in magnificenza. E fu madore per secernere l’umido in eccesso e così le due sfere oculari da cui sgorga rimpianto e rimorso, e tristezza per l’abisso. E sangue è abisso perché, come per orma ed ombra, l’uomo libero scegliesse di suo la sua strada e la sua felicità, l’uomo libero scegliesse amore per esser tutto libero. Ma se la scelta fu diversa, maledetto il fango tornò alla polvere e fu cenere, ed in ciò tornò per spegnere superbia. E per spegnere superbia, di cui terribile è superbia violenta anche detta sanguigna, imparasse il dolore e la fatica. Ma quel sangue d’abisso, che resta oggi e resterà sin la parusia, fu in seguito lavato dal Fattore stesso che si fece, mistero d’amore grandioso, fattura. E sangue del Fattor-fattura ogni colpa lavò tranne la scelta ed insegnò dolore e redenzione, ed insegnò amore edenico per creatura e creato e quindi per Dio, et acqua del Battista e sangue del Cristo tutto lavarono quando disceso negli inferi all’homo insegnò d’essere ancor più a Dio vicino. Ma l’immensità d’amore dell’Amante che si fece amato a che l’amato l’amasse e amasse ciò da cui egli proviene fu a tal punto grande che in sé definizione d’amore non mutò, perché in amor non v’è comando ma erotica pulsione, libera scelta. E quelle tracce d’abisso lavate furon restando la possibilità all’uomo di scegliere ancora l’Avversario ed il suo terzo, come avvinti dall’ombra et illusi. Ma in quel sangue et in quel corpo immolato grande via fu indicata ed immenso mutamento a che se Dio prima parlava faccia a faccia per tramite degli angeli suoi, quel tempo parlò in sé e per sé di sé, e tragos fu lui stesso. Mirate la cacciata edenica come l’amante deluso pel tradimento dell’amato. Deluso e subito riappreso che comunica per profeti e per re, e per i primi spesso inascoltato, che grande scossa d’acqua diede dalla terra di Saturno, che irato d’amore pel tradimento scegliesse homo per homo et donna per donna una guida, ora profeta ora re che a sé l’umana stirpe riportasse, a sé, alla terra et all’universo tutto. E fe’ castighi anche di foco. E le guide mai ascoltate anche se in trono, e la Giustizia della sua bocca ignorata. E allora guida più grande mandò, che non è angelo né altra schiera, che non è homo sovrano et legislatore et giudice per compier sua azione, che non è homo profeta per parlar direttamente, ma egli stesso si fece homo. L’amore per l’amato è farsi egli stesso amato, e qui è la sua libertà. Oh maraviglia! Quale essente animato, clorofillico o minerale o istrumento tanto fu amato da sposarsi in sé. Quale fu tanto amato da essere raggiunto non più a parole né a fatti ma in sua stessa specie! Come chi ama e abbraccia la sua ragazza e nell’abbraccio è lei, o chi la sogna, o chi divide nello stesso piatto dolci e vivande, quale essere fu tanto amato da assaggiar l’ambrosia e bere il nettare nello stesso piatto dell’Uno eterno!
Fatto che fu l’impasto occorreva il sostegno, e le travi di Agarttha furon prese et le rocce possenti della terra emersa a che fossero tessuto connettivo di quel fango e lo reggessero nel peregrinar, e dure fossero le ginocchia a che inchinato e genuflesso desse lode e lodando con preghiera e canto, e preghiera e canto ben più gradito dell’angelico perché fatto su dura pietra impressa di cui le luci di Dio da sole non son sprovviste. L’ ossa umane sono l’ascesi dell’uomo, il contempalar il divino. Chini a gran voce e suono. E retti in piedi con le azioni che in libertà posson essere simili a quelle del Creatore. Ed in principio l’homo a sé bastevole perché anche donna fatta di tal guisa e che è Lilith, ma donna ingannevole e senza merito e senza colpa, avvinghiata dall’Avversario voleva esser Dio ed esser homo et anche angelo, e punita non esser né l’un, nell’altro, né promanazione. Ed avvinta dall’avversario e respinta dal creatore, da ambedue ripudiata ed ancor oggi a vagar perché in Superbia volendo tutto perse la progenie, che ora insidia come dragone con la Vergine. E quindi dopo i fatti l’Infinito amore diede compagna dall’osso stesso, perché sia solida essenza, roccia che a Dio conduce l’homo, dal fianco perché come costola protegge il cor che è foco e dunque, come detto, accanto all’homo lo guida verso Amor mai spento, solidissimo ponte; salda in fede contro le serpi, colma di grazia, ad imitatio dell’umana madre di Dio. Ovverossia Sapienza e Regina e Amore, donna aggraziata che non si farà avvinghiare né sedurre dall’Avversario ma lo pone sotto i suoi piè e perciò stesso scelta come madre del Creator-fattura e Madre potente, ed Avvocata della progenie umana perché umana, e dispensatrice di Saggezza. E dopo l’ossa fece un cuore prendendo foco dalla terra, e quel foco fu donato ed è motor d’amore che sussulta e regola l’eterno e che legifera come roveto, sempre mosso da amor che guida il giusto. Ah l’Avversario, che angelo senza foco né potestà d’imperio trasse in inganno l’uomo col nettare del fico, col pomo di discordia e disse, doppio nell’intenzione, tu donna e tu uomo mangiate il frutto in conoscenza, ed inventò Prometeo e disse che lui era tale, che rubato aveva il foco per l’homo e per la donna. Ma quel foco del pomo era già della fattura splendida e lui in invidia lo disse perché quel foco uman bramava. E diede seducendo pomo di conoscenza per condurre l’uomo all’idolo dell’ombra e non più il palpitare cordico scandì l’eterno ma la caduchezza spoglia del divenire, la caducità del mondo, il divenire che ci ingrigisce e ci distrugge. E logora il corpo! Quel corpo che però come immolato il sangue da Fattor-fattura diviene eterno e in ciò resta, nel mistero dell’union col sangue stesso e per l’eterna vita ci custodisce. Poi i nervi e tutte le diramazioni che sono contenenti dell’ispirito nostro e che ne son sorgente e moto, elettrochimica che modulando tutto dirige. E dal vento che dirada il foco li prese Iddio, perché non son liquame ma vapore diramato e sorgente ed in elettromagnetismo consenton comunicazione. Per bocca presa da costiere e tutta di stelle bianche trapunta, stelle bianche denti e infinite di sabbia sgorgano da lingua battente percussione, da corda vocale tesa come lira, e da soffio lieve il fiato e magica orchestra è la parola umana nomoteta, valente, valorosa e dispensatrice di grazia, di suono e canto e di preghiera che è somma delle prime, quando accordata, se non in dissonanza avversaria che produce maldicenza ed ingordigia. A guisa delle mani che come quelle del creatore plasmano e creano opere in magnificenza e strumenti et utensili. E le mani prese dalle selve, dalle savane e dai boschi, dalle giungle e dalle foreste e dalle belve ivi abitanti, a che dipingessero mistero, a che raccogliessero frutti e cibarie preparassero, a che lavorassero, a che scrivessero lodi infinite al creato ed al creatore. E gli occhi umidità, luce degli angeli emissari di gioia e di lacrime nostalgiche dal firmamento. E le orecchie che ascoltando imparassero, come guardando e come toccando e dicendo, ma più in profondo perché in alma umana risuonasse la voce divina. Ed esse infatti presi dagli echi tra le rocce, e nell’ascolto rendono roccia l’uomo. Il pneuma infine, soffio vitale che dà forma alla scultura, preso dall’empireo e dall’etere dunque a che lo spirito promanasse, dai sensi descritti e dalle parti corporali e a questi trascendesse, come sospiro che trascende ogni essenza corporale. E qui è l’anima, nell’etereismo dell’homo, il dolce ricettore, nell’organo che ascolta gli odori e che respira e che tutto del corpo santifica e quindi santificando nel corpo gli elementi e della terra e del creato, e quindi del creatore. E tale etere è completo, e tale è l’alma, sorgente d’infinito che se nell’homo e nella donna è in ogni frammento, frammentata è nelle belve e clorofille. E l’alma è vera e potenza ad un tempo, così che investe lo spirito e lo esalta e lo pone in atto a che attraverso il retante sia manifesto, nel respiro dà refrigerio ai nervi, assioni e sinapsi, d’ossigeno ricolma il sangue e infiamma il core.

18 novembre 79

Due giorni nelle caverne! A fiotti e stracci accampati trentotto tra uomini e donne, queste dodici e in più i bambini, pochi e non contati. Alcuni morti pel freddo, gli uomini. Quel giorno si diressero non verso la spiaggia ma per i cunicoli che avrebbero dovuto condurre alle tenebre, al di sotto di ciò che è o che agli uomini è velato, ove Orfeo non riuscì a salvar la sua Euridice ed ove Persefone ha in quei giorni freddi appena varcato il guado d’Acheronte. E la flora non è mai come in questi giorni di fuori. Castigo divino del caro e lieto monte gentile. Quel cunicolo aperto nella villa del primo Imperatore, quel mistero che tanta ala diede a Virgilio e tanta fama, e che lo stesso trovò cercando altro e fece edificare. Alla ricerca del pozzo della Sibilla che egli situò ove i flutti-ah ricordo di fiamme del 13 e dei terremoti, della sabbia, dei pulviscoli, di ciò che rode e distrugge, e poi il frastuono al di fuori, e chissà il resto, chissà se è finita, da ieri alcun romore, ma esisterà ancora il mondo?- dicevo, dove i flutti bagnano il Flegreo e dove Averno è collocato tra gli uccelli malvagi e il mefitico Stige. E quel Virgilio seppe che ingresso altro era e più glorioso, da foce del Sebeto che irradia con scolo grazioso il Castro di Lucullo che sin quasi al Flegreo stesso si estende ed ove conservate sono le opere scampante all’incendio falso di Alessandria et altre ancora, raccolte dal centurione cesareo prima che i sudditi di Cleopatra vi irruessero per salvar a loro volta gli altri, riuscendoci. Quel centurione assoldato e ritrovato in terra egizia senz’armatura e come profugo, coperto di stracci verdi e decorazioni inusuali, inattuali gli scippi e delle stelle che chiamava gradi ed armato di bastoni tonanti, che a raffica o in singolo frastuono rombavano alla guisa del gentile monte. Assoldato e promosso da Cesare in persona a ricuperar i volumi e rotoli e poi a bruciare le stanze vote del Museo. Certo non riuscì a trafugar tutto, ma quello che gli serviva. Ma quando un dì disapparve così come era sorto, dal deserto, lasciò tra le dune il semovente che egli con guizzo di mano movea senza alcun traino di belva o umano. E di lì i volumi furon trasferiti al Castro e conservati assieme a mappe strane del centurione e a trascrizioni incomprensibili e barbariche in caratteri latini. E tanto ivi lesse il poeta accolto da Mecenate che soggiornò in Città Nuova con fama di mago e nei territori agricoli vagava come un matto per ritrovar quel varco che credeva accanto alla villa ottavia e che l’imperatore tanto finanziò e tanto dispese di propria tasca e fantasia e desio a che fosse trovata la vera origo, che scrisse in terra troiana ove decise di dipartire senza trovare e prima di salpare dalle terre brindisine morì ripensando e morendo chiese di esser sepolto nel Giardino del Mondo dopo averne dato istruzione ma frainteso fu ubicato in loco altro. Costui nel cercar l’origo della gente di Roma aveva trovato ben altro, l’origo dell’homo in quel Giardino, di cui le indicazioni sono sperse ma che in tre fiumi si dipana in uno sorgendo zampillante. E subito morente disse dell’errore, e di modificar il testo che narrava le gesta del figlio d’Anchise e d’Afrodite, e disperato per fatica volle bruciare ma fu frenato e all’imperator ciò restò, più il mistero. Ma quelle genti nelle grotte sapevano del mago folle ed autorevole per conto degli avi e s’addentrarono a cento spanne dalla sorgente sebetica nella villa imperiale e lì trovaron rifugio dai lapilli.
Ed il 18 più in dentro giunsero temendo, sempre per racconto degli avi, di giungere all’Averno e allo Stige nubiloso, o peggio in bocca ad Ade direttamente, ma temendo nasceva la speranza elisa di quel giardino dimenticato e fu la luce che più li smosse verso oriente e poi a sud e di nuovo ad oriente, ai bordi della cascata. E lì videro come pioggia riflessa al sole la cascata d’Eolo e la luce tenue più dispersa ma più lucida ed un’uscita de’ tre fiumi incrociati in uno et il giardino che sembrava immenso e che era intatto al fracasso e che era il mondo nuovo e che fece ben presto dimenticar la ruina, l’ala palustre, l’acquitrino. Come in bolle sorgiva era la cascata e come tra l’oppio i sensi loro più scoscesi nel salire e salendo maggiormente ancora inebriati. Se quello era mondo il monte gentile aveva donato, per grazia del Padre divino, loro novo loco, se ancora viventi eran -come sentivan percependo sé, la pelle propria e l’altrui, ed asciugando lacrime di gioia- e non nei campi Elisi.
Quel campo era ai più ignoti e palustre detto così come ubicato nelle cartine ma la paludosa sfoglia che l’avvolgeva e che i legionari sapevan accanto a campi abbandonati ed altri con poca cultura, serbava un loco estasiante e corazzato da cherubini in sembianze d’uomo e luccicanti e gloriosi, e vino a flutti, e tenerezza e gaudio, e perduta Arcadia come si dirà un giorno e ricercata poi dal Petrarca e da Dante posta a vetta di monte purgante, ed a ragione. E come Thirassia cacciatrice mostrò al viaggiatore stanco secoli appresso la via che nel racconto è descritta ed in visione nel quinto passo che riporto,
“uno specchio fluente d'acqua, sgorgava triplice da una comune sorgente e finiva su un corso maggiore di tre affluenti che erano il core e ragione che pacata e quasi lacustre ondeggiava a mo' di docile ma possente chiarore solare in sé riflesso. Il sole coi sue raggi, tutto nell'immagine di quell'acqua sembrava dominabile, la paura smorzava ed era freno alle passioni, ma un freno che non si percepiva, che esulava pensieri folli senza che me ne accorgessi, li rimuoveva e sembrava quasi non ci fossero. Più imponente l'istinto, travolgeva ogni cosa, contornato di dieci costellazioni e una stella maestra che lasciava incompleto il pensiero. Ma il godimento era immanente. Si assaporava l'impeto e la paura assumeva una forma manifesta. L'abisso. L'insondabile. Gusto gotico e tetro, acque fosche, nubilose, sembrava fossi di nuovo smarrito. Finché non sopraggiunse la graziosa sintesi, il terzo corso, pacato e ardente ad un tempo, dal riflesso selenico, in penombra da un colle scendeva lieto. Cos'era? Un che di strano e piacevole, una scintilla sapiente e sensibile. Indefinibile, inenarrabile. Piansi immaginando le sue lacrime. Liberazione fluida, singhiozzo tra giulivo e triste. Luccichio improvviso. Come una bestiola che trascinava la terra sotto i suoi piedi e rifletteva l'Uno e il molteplice. Silenzio rotto da tale scuotimento interiore, frastuono non udibile, interno. Caddi quasi morto e dovetti porre le mani alle tempie per far cessare questo suono che pareva diabolico. Clessidra contenente liquido. Lì dinanzi a me lo sgomitolare da matti, lo sgusciare del tempo. E lei si manifestò per la prima volta così, ne ero certo, ne sono certo. Lei era il tempo. Rinchiusa in quel contenitore opaco di vetro era prigioniera, e rendeva noi servi. Una prigioniera che sottometteva. Fino a quando non si ruppe il cristallo contenente. E sprigionò potenza somma. Tutti i giorni, i mesi, gli anni e le stagioni mi investirono. Era quello il terzo corso d'acqua. Il tempo, così chiamato, così definibile se lo abbiamo a portata di mano, rinchiuso in un involucro, di modo che ci sia parvenza di dominio. Ma a tenerlo in ostaggio, in realtà, è lui che ci domina. E lei dunque doveva essere liberata, e lo fu. La mia mente atemporale anzi oltre il tempo, era tempo e allo stesso momento lo trascendeva. Moneta a doppia faccia. Voce bassa. Sembrava dirmi alza gli occhi e guarda, assapora questo suono che diviene quasi un respiro. Io subito volsi gli occhi ed ebbi una sensazione inaudita, vidi il tutto e il nulla senza essere visto da alcuno e senza vedere alcuna cosa. Scorsi la dimensione di un punto, l'immagine dell'aria, la misura di una linea infinita. Dialogavano gli eraclitei opposti. Non era l'uno mutamento dell'altro, era l'uno l'altro se presente, e l'altro l'uno se questo assente, ma l'assenza richiede astrazione o per lo meno intuizione di una eventuale presenza, e la presenza lascia immaginare l'importanza di sé ponendo la mente ad una eventuale perdita di essa e quindi ad una assenza. E se non esistesse assenza? Sarebbe solo una manifestazione questa della presenza? Una presenza che non ha il mezzo adatto a manifestarsi potrebbe divenire assenza. E quindi il bene è in ogni dove, ma si presenta solo se ha un mezzo per manifestarsi, altrimenti è assente e dunque è male. Sottile si spezzò il cristallo dunque. Ed io chi ero? Nella manifestazione contemplativa era davvero frutto di illuminazione divina ciò che pensavo, o che provenienza aveva? Un pensiero strisciante si insinuò. Se fosse tutto opera del maligno? La mia missione, tutto, ogni cosa che da quando ero partito vedevo. Il senno era andato perso? Era nelle mani negli inferi? L'eresia. Ma no, non poteva essere, avevo dinanzi a me un'inaudita bellezza e non può la bellezza distogliere dalla verità. L'apparenza candida è frutto del pensiero immacolato. Nel mio vaneggio stavo avvicinandomi, dovevo accantonare le ultime remore e avvicinarmi. Ma come contenere l'acqua? Scompare tra le mani, ciclica va via ma tornerà. Così la sua immagine scomparve. Così la sua immagine, ne ero certo, si sarebbe presto manifestata di nuovo.”
Lì era l’origo dell’umana specie, l’inaccessibile Giardino del Mondo. E così, quasi come avvinti dalla felicità ma trattenuti dal riverenziale timore vollero accedere ma erano frenati come ad insudiciar di fango quella terra che poi del fango di lì attorno lor stessi erano fatti, ma non sapevano o sapendolo lo avevano dimenticato. E il piede primo di SAF volle varcare, e il fece e fu quel giorno che loco aperto fu et accessibile. E i quattro corazzati che eran due ma umano senso inganna fecer uscir trentadue più i bambini e la cascata si dischiuse da spada angelica custodita e mai, si disse, fu più aperta, se non di rado in percezione, come successe al viandante di Federico imperatore per mano di Thirassia -ed abbiam riportato il passo- e come accadde talora altre volte ancora, in limite d’assoluto a qualcuno, et come accadde a Muta ed al suo compagno nel 2004 in confusione e in altri casi ed in altri lochi contemplanti di Selendichter e come accade in dormiveglia intuendo l’infinito, o in improvviso innamoramento tutti scossi e statici. La cascata fu richiusa e roccia divenne ed imprigionato tempo e terra di Saturno. Cristallo restava ed è memoria, lucentezza ed è fantasia.

Il motociclista braccato: Summa Malorum ovvero narrazione salto quantico radical2 et in progressio numeris

2013. In viuzze frastagliate e scarne della zona pomilia MS non sì dà pace eppure è da tempo vicino all’obiettivo, scovare il nemico, il motociclista. Sa il punto esatto: “al di là dei due ponti e dietro l’architrave del sonno di un domani che non fu”. Questo il biglietto del 4 settembre 2010. Tassello dopo tassello ricostruisce, ripensa e rimodula, come lo scrivente nel narrarvi questi fatti, qui ancora da dietro le barricate, per narrarvi il simbolo che udite e che vedete e che in clamore cercate ed è questo nella mente sua, mia, nostra, lettori e lettrici. Cos’è la vita se non la lotta contro il male, quale altro scopo l’uomo ha. Respinge il male ma ne resta avvinghiato perché affascinato da quella sua ombra che rende il corpo un idolo. E non va al di là, non squarcia il velo. Il fenomeno innalza ed il noumeno elude o lo pone in sfera diversissima ed eventuale, non dimostrabile e quindi non conoscibile. Non ne scorge l’utilità del secondo e si perde nelle brame del primo, ignora che l’uno è manifestazione dell’altro e che l’altro è respiro del vento, ed il primo tepore mattutino. Quel dì fu tutto in cristallo et luminescenza-e le ricorrenti parti di noi medesimi-. E bracca il male per noi MS ed abbiate orecchi, ogni personaggio ed ogni contemplatio di Selendichter e degli otto e di Mabus e dei quattordici, come di Muta e di Thirassia, come dell’Anno Scolastico, è nostra battaglia e nostra fascinazione. Ed è ricerca della Verità. Come gli Unicum di Tacita Amata o Berecyntia, o Alma Incantatrice. E così gli inediti tutti Percependo l’Ardente Spirito Incendiario, d’Amore Servitude è Libertà, Tra Vero et Irreale Sciocco e Naturale, ed Arsi Vivi et ogni forma, ed anche il Romanzo A. che ebbe inizio e mai fine, e poi fu silenzio. Questa fine, e la luce entrò tiepida, questo inizio. Ed anche i medesimi di questo, scrivendo e tacendo ad un punto per tentare spiegazioni, ogni cosa ed ogni parola, assieme a trame e personaggi et intrecci et contemplazioni che dicevo sono frammento dell’umano, un frammento imperfetto e costantemente in bilico. Ma in noi è vera perfezione, Venere strabica, in noi è frammento d’assoluto ma ferini cadiamo, cadiamo e fraintendiamo, cercando la luce ed adorando l’ombra ci dimentichiamo, dimentichiamo noi stessi ed il Sommo Fattore e volgiamo lo sguardo di là, per poi rivoltarlo in questo balenare di lettere e parole e fraseggi e rime. E le altre poesie e scritti che taccio e sono sparsi. Ma tutto è invocazione del divino e qui è il vero, tutto è lotta contro quel terzo che è ribelle e glorioso, che è superbo e lussurioso ed avido e meschino, e preda del vizio e dello scempio e della violenza bruta e dell’inganno fatto con l’ingegno. Quel terzo vanaglorioso su tutto e di tutto bramoso lo conserviamo ed è nostro abisso, ed il nostro abisso è la malinconia di Dio, come dicemmo. Et i due terzi sono in noi completezza perché dipana il vero nell’intero e lo spirito aleggia sulle acque e dunque in superfice perché l’abisso, sin dall’inizio, ci è indicato come rimpianto e la vera apparenza è l’acqua bassa. Le nostre illusorie gioie, la nostra Etalage, sono lacrime di pentimento e pentimento che promana dalla nostra incapienza, dal nostro poco sapere perché poco si ama. Ed i due terzi sono il nostro infinito, il nostro assoluto ed il nostro intero. E se quel terzo non possiamo eliminarlo da noi che resti come resta nel Fattore, malinconia d’abisso. E non prevalga la parte minore prima che si spalanchi la maggiore aurea che è luminescenza e materia e che anzi contenga nell’intero come percorso l’ascesi ed il lasciare alle spalle non è, perché manchevole è il lineare ma saper scegliere l’intero è nostra grazia e nostra libertà. Se libertà prevale è tutta d’amore, se la usiamo per volgiarci indietro è arbitrio e dissolutezza. Lo spirito aleggia e noi consci che vetrinetta lacrimosa è l’abisso, colmi di gioia seguitiamo questo spirito che ricolma d’energia lucente e musicata l’alma nostra e ci ingrazia e ci adorna per la gloria del divino. Seguitiamolo e lasciamoci trasportar su navicella pel mare perché è sereno e calmo nella mitezza nostra e nell’umiltà, radice di ogni sapienza, e nella carità, radice d’ogni azione e nella fede che si palesa evidente e sgorga mentre noi guardiamo specchi ed ombre e ci scorgiamo capovolti o incatenati a caverne, prigionieri di noi stessi. E nostra fede è questa, che l’intero è Dio che vuolci partecipi di Sé medesimo. Ah fede grandiosa! Guidati dalla speme che è prima ancora che tutto dissipasse e disincagliasse come Pandora, Antartide, e Atlantide e Terre leggendarie sprofondate per quel tale Avversario e quel terzo seguitante. Ma in noi è speme che resta, e dalle rovine, come dodicimila anni orsono quando cataclismico Marsili il tutto dissipò. E tutto in caduchezza, e tutto arso o annegato. Ma non la speme da cui risorge fiore al tramonto pel mattino che verrà. Noi cadiamo nel terzo e tutto perdiamo come terre sprofondate perché manchevoli non vediamo l’intero ed i due terzi seppur di gioia ci colmano ci sono insufficienti e per cercar l’intero e completarci volciamci ancora indietro e seguitiamo il terzo, che non è se non illusorio. E tutto perdiamo! E tutto perdiamo. Ma la speme ci fa ricostruire ciò che perdemmo. Capiremo un giorno tutto ciò che siamo, intero noi e l’universo, il cosmo, il mondo, creature e minerali et istrumenti et elementi compositivi, et forma et substantia. Scorgendo la fattenza femminea e seguitando essa, sommo ponte che abbraccia l’anima a che saremo un giorno abbracciati all’eterno e tutti eterni, saremo singoli e molteplici, statici e dinamici, e quel terzo che ci fa apparir caduci e stanchi, malati, irruenti, meschini non prevarrà ma sarà assorbito nell’intero e tutto sarà a noi evidente e riprendendo il discorso chiaro e noi completi per intero e non atterzati e prossimi allo zero e sempre in ruina poi verso il negativo. E come noi composti del tutto siamo singoli e nell’altro siamo noi fratelli e sorelle e nel creato custodi in Dio siamo tutto assoluto e tutti assieme. Se vogliamo, se vorremo.
MS è lì al di là dei due ponti e prossimo ad assopirsi, cadere in lisergia per sostenere le fondamenta in penombra, e scorgere la figura del motociclista Avversario che insegue dal 2004 e dal ’98, quando in finale simile De Sanctis e la sua A spiraron ma il primo rimase folle e la seconda come Muta ed il compagno disapparì nel silenzio viva l’una, gli altri due nel semplice altrove silenzioso dell’anno secondo eguale al primo. Et etiam nel ’99 quando inseguendo la greca donzella RS e Pallade e contenente e contenitore e contenuto il giovinetto disparve in altro loco, tabula rasa ricettiva ed opere in chiaro scuro, e discorso a ciò proteso, e lettere a RM, e poi ritorno estivo ed infine novembrino stupore e scoperta.
E assopendosi ecco la moto, ecco l’Avversario. E subito ecco il viaggio astrale in riflesso di tempesta stellare
“NR YH 'BTRŠŠ W
GRŠ H 'A B ŠRDN Š
LM H 'A ŠL M SB'A
M LKT NRN L BN NGR LPHSY.

Alito inesperto
sul ripiano al furor del vento.

Urla arcaiche balestrali,
muschio, inebriamento astrale,
viaggio selenico e segugio
intarsiato nel metallo
a forma aguzza, dente felino.

È sulla spiaggia l'attesa.

PDN L'ŠMNMLQR
L'DN L'Š R ' ZP'L'Š
MN'B BN'BD MNB
N'BDTWYN BN HY
D RY BN BDGD
BN D'MLK BN H'B KŠ M'QL DBR Y.

Progresso progressive,
clastico calcareo anacronistico
nel proiettare immagini violette.

Paradigmatico l'incrocio
complesso ed epocale come adesso,

epica scissione psichica
della realtà sensibile
da quella intellegibile,
uniformità teorica
e superamento del quantico
e del relativo
nel flusso energetico imposizionato
ed ultratopico
presso l'orizzonte degli eventi
inaspettati,
violate leggi paradossali,

occhio di Ra,
ricordo, negativo parallelo,
animosa penetrazione divina
nella cordiale visita elettrica
della memoria,
inspiegabile è dir poco,
piuttosto inquantificabile
ma intuibile con successo scarso,

causalità invertita
l'accidente,
l'effetto genera la causa
ed il futuro modella il passato
refrattario e con geroglifico
sistema iconoclastico e binario,

intelletto artificiale.

Fuochi accesi ed intrapresi
rodono il fegato accostati
ad appostamenti di relitti sprofondati,
lo spirito aleggiava sulle acque,
le nozze bigotte proposte
e rimarcate deludenti
pretese violate,
la conoscenza civile
ostracismo dell'ardire,
domina da anni
la lotta darwiniana
senza genetica e malthiana,
non è follia
è semplicemente sbagliata.

Il bicchiere si ricompone dai cocci.
Resta tutto normale.

Viviamo dal principio
il circuito serpentino illuminato
avulso a senso spaziale,

parascrittura inusuale
del logos stanziale,
Dioniso umano morto e risorto,
mito caananeo.

Rifiuto usurpazione.

Ellittica trasmissione.

Velivoli d'oro,
argento dei bastoni,
navetta in terracotta.

Brucia Tiro,
fiamme e mare eroico,
le arpe e la musica contemporanea
ha da sé, base di vermi,
base di vermi,
ha attratto a sé, base di vermi.

Non voltarti.

Sgancia intatto una miscela il Fato,
dacci forma, urla isteriche,
ossessioni, precisioni,
il risultato mina basi, basi di vermi,

cambieranno tempi e leggi.

Scelta Pallade alla luce del mattino,
scelta furba tra le greggi,
oggetto del declino, frastuono,
armamentario scarno,
mistico volteggiamento, pendente,
non si muove, non si muove,
spazio diagonale,
la via più lunga per l'oriente,
la via più breve cerca il vero,
scinde il quark pusillanime,

tra i Gesuiti il fisico,
MJ

lingotti,
liste destre, sinistre,
guarda in alto la virilità,
robotica, cibernetica, androide,
tridimensionale,
ologrammatica imperfetta,
l'ecosistema non si conserva,

termodinamica sbiadita
e tramontana,
quantico aperto,
andaluso passo,

stanza.

Urla da circa
trecento milioni di anni,

spara.

In periferia i barcollamenti,
gli indumenti, stilisti attacchini,
stiliti spazzini, latte, piante,
l'arte, non si finisce,
surrealismo, cerca un blocco,

serpens caput, ophiuchus,
sirpium serpin, canfora,

truce struscio vorticoso.

Ecco ipnotiche soluzioni
per sopire dall'esterno
un vuoto interiore,
maggiore il magone invernale,
tremo alle ginocchia
ai passi felpati cari, unanimi,
incolore, inodore, psichedelici,
stimolanti maggiori,

macchie lasciate a caso sul pentagramma,
base, falsetto, reverse,
sintetizzatore proteico sonoro.

Venere nel nautico imbroglio
trasmutato Baal in Crono,

il signore dei signori
reso accadico tempo trascorso
non a caso e sferico
da quattro punti concisi dialettici
ed intensi.

Sogno, sogno.

Ricerca amore,
ricerca del vero amore interiore,
ricerca in contemplazione,
canto dinanzi al volto divino
ed unico e trino, mistero egizio,
rito ittita, dominazione assira,

Tiro brucia ancora,
le arpe, le arpe, perdute,
perduti gli accordi coordinati,
ritmici, abbellimenti,
legali legati in rappresentanza.

Dall'età non c'è più crudeltà
nella pietà,

ecco il punto,
ancora tu.

Tre fiumi incrociati
nel giardino perduto.

Eccoci di ritorno
a lampioni spenti in periferie
inviolate da atteggiamenti
impulsivi e distratti
dal via vai dei gatti.

L'occhio di Ra,
l'occhio di Ra.”
Nello spasimo ondulante come le parole si manifesta il senso ultimo del ricordo, accordo proteso e l’Avversario parla. MS ascolta estatico ed in paranoia delirante, l’uno stato sovrasta e avvolge l’altro in una miscela destrimane incupita. Il tempo è fermo per un attimo ma la sua tempità, cedevolezza, è rimasuglio intero e che tale sembra nella scorrevolezza del terzo. Inizia il motociclista, “dal 1943 Philadelphia. L’attracco fugace in terra d’avorio ed oro bianco, lapislazzuli, ametista ed opale, congiunti in scala, indomati e sinergiche intromissioni del fato che nella sua staticità convessa si mostra arioso concavo per ciò che vuole essere ma non è e non essendo slitta la parola al delirio. Philadelphia da dodicimila anni, Giardino del Mondo corrotto et ultimo cristallo opaco e fluorescente preservato dai corazzati quattro in forma duale. Tutta l’Europa e parte di Gea. Demoni d’aria e d’acqua e del sottosuolo, spiriti maligni aleggiavano come ora e fu una catacombe per chi di sé non sopporta. Noi scimmie in spirito per invidia abbiamo reso voi scimmie lavoranti, ma eretti ed abili dopo i fatti del Giardino, di varia genere et l’ultima estinta in tal trambusto perché rozza e a voi simile ma astrusa e tozza e rubiconda imperfetta. Et è abelico rimasuglio poi in sapienza consistenza della pastorizia sull’agrestre in Arcadia saturnina, che fuggito fu e morto, et altri figli accoppiati con ispiriti et immensi colossi rettili, ma in sembianza ed in forma avvelenata d’assenzio perché il corporal mutamento fu tutto loro e per nostro e mio comando in quanto noi bramiamo corpo. Tutto a significatezza della varietà che cessò quando dal mar calabro si dipanaron saette e maremoti. E pastorizia sapienziale rimase nella stirpe noetica pleistocenica e tarda, perché la somma libertà dopo maledizione pel Pomo rese l’homo storpio ed in dinamica evoluzione e la donna che talora imperava sacerdotessa et talaltra amazzone ed in taluni insediamenti in matriarcato a sigillo della terra. Tutto cessato col rombo del colosso e salvato il bene e di cessante e minor potere con l’Arca e ricominciò quella che voi sapete e nomate storia. Ed ancor prima, Sessanta milioni circa, in Messico, MK casco allucinoso. Voragine e di demoni conserva l’orma quei giganti e da essi proveniente, ma nella loro caducità et anzi la loro caducità sbocciarono i primi fiori, speme motrice, cretaceo. Da loro discendente in forma rettiliana. E da loro e dai volatili serpe piumata, Quetzalcoatl. Ed in terra beneventana in loco astruso ove formò comunità Plotino e la nomò Platonopoli e dove insidia millenaria è di Serapin ovvero Sirpium Serpin, che strisciante è rettilineo et mago et infesta come nel Sabato dei Saba di lì un po’ prossimi nati a perversione del lucente Sebeto turchino e celestiale. Tutto ciò è delirio non corpo proteso bestiale ma il corpo rettile/uccello è illusorio come quello insettivoro: solo spiriti ribelli. Nulla più. Nel vostro delirio! Nel vostro delirio. Voi esseri umani date corpo al terzo, date corpo vostro intero o con atto o pensiero o parola. Voi date corpo a tante gerarchie illusorie. Noi terzo siamo nulla, siamo abisso e voi ci date corpo e forza e ci fate alieni, astronauti antichi. Ci fate idola. Ma noi siamo angeli ribelli e gelosi di voi uomini e di più delle donne, di ogni candidezza, del vostro corpo e bramiamo il vostro corpo. E la donna che è il vostro ponte saldo verso il divino quanto adoriamo, quanto adoro farla strumento et utensile per la perversione del sé e per la vostra. E voi stessi uomini utensili vi fate nelle nostre mani, nelle mani del terzo. E distruggete e vi dividete e tutta la nostra invidia la riversate voi sul prossimo, tutta la nostra bramosia la riversate voi sul prossimo. Siete nostro utensile perché liberi cadete nell’arbitrio e nell’illusoria nostra essenza. Tutto ciò che è pensabile è esistibile. Nomoteti, potete trasformare il pensiero in azione e cadete in nostra balia, folli. Fate la nostra volontà e non di chi vi ama. Credete al pensiero e lo dissociate dal cuore e da tutto il resto. Vi credete scissi e vi sentite incompleti e nell’incompletezza venite a questo terzo e lì noi vi dividiamo, noi siamo coloro che dividono, io sono colui che divide. E voi vi vedete frammenti del nulla quando siete d’assoluto et d’infinito frammenti. E noi vi dividiamo, dividiamo le vostre membra e voi agite con i nervi distruggendo con frode, agite col cuore e siete in balia delle passioni e del concupiscibile, agite con le ossa ed edificate altari e fortezze al terzo che è nulla. Agite con la pelle e con le mani e col sangue siete violenti, come con la pelle fragili. Con le mani e costruite oscenità et armi atroci. Noi vi dividiamo e dividendovi siete in lotta tra voi. E dividendovi siete in lotta con la terra che parimenti violate e con l’universo che credete vostro e vostramente lo distruggete e lo fate pulviscolo. E con gli occhi non vedete e con le orecchie non udite. Noi vi dividiamo perché bramiamo il vostro corpo e voi lo donate. Voi ci date vita. Noi siamo nulla. Voi ticchettate il tempo ed invecchiate, voi scegliete Barabba. Voi crocifiggete. Voi ammazzate, voi tradite. Noi lo facciamo col vostro corpo e voi acconsentite. La vostra libertà è arbitrio. Tutta la storia è nulla. Noi siamo nulla e voi ci adorate. E nomoteti stolti, dunque, date nomi al nostro terzo, nomi taciuti agli angeli, arcangeli, principati, potestà, virtù, dominazioni, troni, cherubini, serafini, promanazione lucente del divino, tranne dei tre che simbolo son di ognuno, Gabriele messaggero, Michele generale e Raffaele medico. I due terzi promananti il divino hanno nome segreto e sono gerarchia tutta uguale e differente, cori angelici da diversi gradi in ascensione e diversi ruoli ma uniti alla moltitudo ad un tempo in Candida Rosa. Et etiam il Custode vostro che vi sussurra Santo Spirito ha nome segreto perché tutti sono adoranti il divino. Ed attraverso Esso promanano le somme virtù del Creatore che Egli stesso ha inciso in voi. E ci siete voi medesimi che furono et essendo siete e sarete, i Dottori, Santi, Beati, Venerabili ed ogni anima gradita a Dio che è in ispirito cogli angeli, che un giorno si congiungerà col corpo e sarà l’eterno in ogni loco e ciò che vedete attraverso specchio vedrete faccia a faccia -e quel tempo della parusia è già venuto e già è nella mente del divino, ma voi corrotti e caduchi siete nelle nostre brame- caduta ogni nostra intenzione e vizio da noi promananti. E voi invece date nomi a noi e sovvertite trinitate dolcissima e gaudiosa con trinità perversa di Satana corpo e Lucifero spirito et Diavolo anima-che tanto brama divisione-. E nomoteti non ci date solo il vostro corpo ma i vostri ambienti e togliete valore a creato e creature consentendoci infestazioni, e come godo e godiamo quando togliete valore perché ci fate violare il corpo incorruttibile del divino che non è in verità corrotto ma in vostra realtà et in vostra illusoria percezione. Et l’Anticristo che è idea duplice filoprotestante, empirica, illuminista, positivista, massonica, capitalista, liberista, comunista, dittatoriale di destra estrema e materiale o d’estremismo fanatico. Due bestie dal mare e dalla terra e falso profeta duplice azione che è lo scisma da cui promanò il seicento-e il viaggio codesto fece e facemmo negli anni ottanta- inizio di materialismo, di cui tentammo prima, nel ’78, di facere la medesima mutazione con cataro detto nel duecento ed altra eresiarca ondulazione, ma vennero i due ordini al bilancio et ivi scordammo ornamento. E prima con Simon mago, poi manichei, poi scisma in oriente e poi cogli ismaeliti e il lor profeta nuovo di Persia e l’altro anzi l’agnello mitriaco e taurino, somma sovversione ideologica. E non sol, date nomi a noi e gradi perché noi gloria bramiamo, e date gerarchia perché noi maledicenti et in piramidale assetto siamo, corrompendo natura vostra e vostra eguaglianza. Ed ogni nome nostro è perdizione e malanno, Baal è il tempo disgregante, Asmodeo è la lussuria che corrompe, per dirne due dei settantadue possenti, e a questi due date ancora più potere perché cercate materiale immortalità e loro disgregano il dono divino, la trinitate perversa Dio, Baal la Patria et il Creato e le Creature, Asmodeo la Famiglia e voi stessi. E cadete in malattia per quel restante terzo che malattie produce e che è legione di cui si servono i settantadue, trinitate imperatore e re, principi e presidenti, duchi e marchesi, conti. Ognuno ha al suo servizio demoni minori che si insidiano e procurano ogni malanno e disgregazione, a seconda di ciò che vi insidia e della specie cui date valore-ovvero disvalore-dei 72 gerarchi. E la vostra Eva non è ponte verso Dio quando seguisce Lilith che è dispersione e non la Celeste Madre e quando grazia cede per successo da voi corrotta e non rispettata, cade in tentazione e voi cadete con essa. Folli, distruggete ancora e siate divisi, il domani non sarà”. Il domani non fu, sussurra risvegliandosi MS, oggi è domani. Non prevarrete! E le tue stesse parole mendaci delirio nell’ascesi hanno detto il vero. Non prevarrete incatenati nel buio mortale abisso dell’oscuro Tartaro, MS passò dunque dal delirio all’illuminazione e quasi anacoreta parlava per bocca del bene. Non prevarrete per il sangue dell’agnello, per patriarchi e profeti, per Dottori, Santi, Beati e Venerabili, per la Madre Celeste nostra difensrice, per gli impronunciabili da umano verbo et per somma umiltà Angeli, Arcangeli, Principati, Potestà, Virtù, Dominazioni, Troni, Cherubini, Serafini, per gli altri Custodi nostri, per il Santo Spirito che guida l’uomo e la donna ed ogni cosa. Per tutti costoro che ci riempiscono di messaggi et insegnamenti et opere virtuose. Per la Divina Misericordia. Per nostra libertà e tutti stupendamente liberi sceglieremo l’amore e non l’arbitrio.

Monarca d’Occidente

“Dove sei,
anima mia dolce
ed elettiva,
tu che crei virtù
dai vaneggiamenti miei decadenti?

Dov'è il tuo stile
oscuro e fascinoso
da brivido
ed ora da dimenticare
tra le tenebre del mondo
nostro senza noi
e senza ciò che
rendeva fantastico
il discorso
articolato
tra pallidi amori perduti?

La luce nei tuoi occhi
chiara in risvolto tracotante
tutta da veste arricciata
e stupita,
abbrividita
dalle parole di fuoco
scese sul tuo corpo,
l’unico importante,
dimentico di ogni realtà
e verità trascendente,
solo ardente.

Mi manca il tuo dondolio,
il cocktail senza ghiaccio in estate.

Mentre fumo la penna sguscia
e l'immagine si forma intatta
sulla tua pelle,
sei la mia poesia e le stelle,
nell'ombra respiro
e l'aria trasuda di te,
della tua follia,
del tuo sguardo acceso,
del nichilismo.

Pomigliano nell'aurora,
occhi che non so
decifrare piccola e suadente,
gotico albore,
dopotutto resto a guardare
i tuoi cirri alla prima luce del mattino
tanto impressi
nella mia memoria,
le tue mani,
le tue mani aggrondanti la luna
nel tempo dall’umidio folle
di mille prati agghindati dal vento
del tuo nome superbo

il mio volto ancora ad accarezzare
tra la penombra
impresso vivido nella mente
come se non ci fosse altro
da ammirare
come se disimparassi in un tempo
ogni vagheggio
concreto
nel tuo etereo essere
concreta
con la noia a due palmi
e i dolci fiori
della stagione
delle tue parole,

principessa
vocetta inespressa
inaudita
e risonante melodie
parlate in sussurro
al risveglio del mio sogno
desto,

non ci dormo tenerella
tutta stupenda!”
2025 circa, scopro nella tasca ancora questo, mia scrittura, romanzo secondo et sintesi. È l’idea della memoria scarna, di un tempo che è non fu mai più. La guerra logora la memoria, questa guerra soprattutto, ed abdicando stropiccio il senso e non lo scovo. Ma è la mia scrittura. E la memoria barcolla ancora e si fa poetica nel bivio dell’incontro, terra pomilia, quando mi hai scritto una poesia tu stessa, ma breve et in un lampo hai poi però cancellato tutto, non volevi sprecare per me l’inchiostro, ma cancellando, oh ne valeva la pena!?! hai lasciando sul foglio un groviglio nero di sogni inestricabili e più inchiostro di quanto speravi. Groviglio oscuro che non narra né canta di noi, due specchi riflessi, dal nulla si diffuse il silenzio e noi ci guardammo incantati, et il mondo era ai nostri piedi, tuttavia senza movere dito abbiamo proseguito per sentieri diversi il nostro cammino. E tu mi scrivesti la poesia, che hai poi cancellato.
Mabus nacque dopo gli otto e prima di essi con le sue quattordici trame e le tre scorte sintetiche e tanti frammenti. Nacque e nascendo realizzò la sua completezza di noi tre che siete voi tre più io che sono somma e parte e si disvelò il senso e tutto fu chiaro, e nello svelarsi il senso si esaurì restando barlume di mistero. E il Giovialista di sangue italico, saturnino e affine ai germani per forma estrasse la spada contro Babilonia e il suo sovrano, e il mistero trino autentico prevalse come era giusto e come era vero e come era sempre e si chiuse il portale. Ed è oggi. Spersa memoria, silenzio. Non dipano alcunché e nulla trovo. Come se fosse frastuono e apatia e dialettica tacitezza. La donna con la valigia. Ultimo ricordo. Dovrei chiudere in cristallo e lucentezza e ritrovarlo e scorgerne l’esatta ubicazione che già so e che è questa ove sono assiso in contemplazione e ho fatto accampamento, e l’alma mia è accampata e scossa. E nel silenzio mutano le vesti ed è 996. Giovanni manda la missiva dalla terra paludosa ove si annida il Giardino alla foce in Città Nuova. Sergio e Bacco umiliati in martirio lasciano traccia ultima di altro mistero luculliano et ad esso antecedente e alessandrino ed atlantideo. La giusta connessione, la giusta connessione. Le illazioni di Selendichter ed il resto appresso sparso ed ogni lettera sono viaggio e ricerca dissi, scrissi. E l’ama umana purificata è oblio della cascata lete e poi bevendo dirama in flutti eunoè riversando nel cocito Averno lo stigico acquitrino di contorno. Ed è somma ricordanza e riaperto il velo pel portale chiuso. Ed i tre fiumi rivedo lucenti che convergono in altro grandioso. E più non sento la ferita che dipana dal mio corpo. Selendichter! Mi lascio andare, qui ed ora, qui è ora, da dietro le barricate non descrivo ciò che canta il mio ultimo sospiro. Ti vedo in controluce che scompari tra le nubi e prendendo le mie mani tremanti appari luna candidissima e tutto è melodia d’immenso.



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21 giugno 2016

Fuga

           

Prendiamoci per mano
e chiudendo gli occhi navighiamo
traversando correnti di mari lontani,
ed anche se più tardi del previsto
al fine giungeremo sulle rive
calde del nostro mondo.

Poi, senza remissioni,
ascolterò parlare per davvero
il tuo candido cuore
che, anche se in silenzio,
mi saprà dire cose
che tu non hai mai detto.

E sarai già brilla,
le tue parole fuoco e argento,
sole e vento
dalle corde vocali.

E sarai ancora più bella,
il tuo vestito dalle bordature viola,
non ti sentirai sola.

Dalla sera alla mattina
non avremo più paura
ed il nostro spirito più vero
darà corpo al pensiero
che, brulicando tra le rovine,
sarà più libero di quanto credi,
urleremo sino a tardi.

E poi verrà la notte
e tu sfinita cadrai sul guanciale
con una forza animale.
Ed io cogliendo l'attimo
carezzerò la pelle,
soffici saranno le stelle
che dai tuoi fuochi accesi
cadranno più cortesi
sul mio braccialetto.

Illumineremo il cielo
con un arcobaleno di diamanti
dagli zigomi striscianti
che toglieranno il vero,
il buono e il giusto
dalla nostra mente,
zigomi di serpente.

E, come dei bohemiens,
non ci cureremo del passato
o del futuro,
vivremo coscienti
solo di essere noi stessi.

Ma non sarà poi il giorno a svegliarci
col suo soffice e sottile filtro di luce,
sarà un repentino mutamento
della temperatura del nostro corpo.
Saremo ancora mano nella mano
e i baci, baci, baci
investiranno il corpo
come sopra come sotto.
Però la nostra forza tremante
cadrà sconfitta a terra.

Il circolo ondulatorio della testa
intorno ad un oggetto fisso,
che poi è lo stesso,
ci renderà più lenti
nei movimenti.
Il flusso di ricordi
sarà annebbiato da dimenticanze
a vivide alternanze.
Le nostre ali spezzate
saranno rinnegate
dagli altri
ma risorgeranno dal nulla.

E la fonte blu cobalto
stenderà sul tuo smalto
uno strano desiderio.

1 marzo 2016

Titoli di linea

           

“La luce entra tiepida”

 

Ai bordi di quel fiore

dalla vetrina guardo

in basso

non ci sei più,

 

qui di fianco a me

il  tuo corpo respira piano

e le foglie ingiallite

e la lettera dischiusa

 e lei di cui mi hai detto

ed io che mai l’ho letta;

 

ed è buio più di prima

dopo questi anni,

vedevo te

rifratta e lontana

nube presente

massimamente tu

che non c’eri,

 

l’alterigia noncurante nostra

illuminava la materia

nella nostra ultima uscita di scena.

 

Quindi ti ricordi

e c’eri e un senso

l’aveva

l’umidità rosea delle gote

alla deriva

sulla spiaggia

tra i gorgheggi nostri d’assoluto

ottobrini,

 

due mani intrecciate

ed ora il freddo

della pioggia,

solo il vento in su la soglia,

 

il sogno che sfumò

un tempo

ora è in frantumi

 

e non ci sei.

 

Dov’è il candore

delle sere estive,

dove l’immenso,

la stagione scolorita,

dove la voglia,

la rimostranza,

l’intima lotta,

l’ultima,

e la bellezza

dell’amore

nell’amore

e per amore.

 

Soffia furente

l’anima spenta

e il desiderio

è un incontro mascherato.

 

È già finita

 

mentre cercavo te.

 

Quei giorni a quell’incrocio

volavamo come anime pure

come sofferenti

anime ribelli,

 

quel giorno ti ricordi

il nostro accordo,

ora o mai più,

uniti io e te,

 

tu cercavi me.

 

Quel giorno lo ricordi

o è solo spento a fianco a me

nel tuo volto smorto,

 

l’incoscienza porto

e la riprova odorosa.

 

La nostra dualità

via di qui.

 

Ti sei incendiata come

si fa

quando

le anime volano

in silenzio

e non chiedono

più

verità.

 

“Un lamento lieve si percepisce attorno ai due. Poi è silenzio.”

19 febbraio 2016

E tu

           

E

tu

sull'approssimarsi

dell'onomastica aurora,

della topomastica tua indecisa ora,

mi guardavi senza saper più

dell'onirica mia dignità

nel livido stile tra vita e realtà,

fumante e controverso il decorso

della sicula spiaggia

che pone al folle sbarco

dei giovani e forti

tre spietate verità nascoste,

senza dirlo arriva il momento

del tuo manto che incute al vento

la sua traccia di sincerità,

mentre tu continui ancora a guardare.

Conoscevi

in fondo

più di quanto credevi,

sapevi eclissare le parole

con due algebriche intenzioni,

seduta in sul crinale del muretto,

scorgi una disfida a Caporetto

e segni col dito un'austera parola

che come sabbia mentre ascolti

ti divora,

 

io chi sono e tu chi sei?

 

Beh è vero,

io ci avrei pensato come feci

divorando la realtà caprina

e illogica del tuo profilo,

avendo spasmi folli in digestione,

occultavi segnali e mi stringevi

strizzando l'occhio,

era il traguardo ma più sconvolto.

Intanto tu a sorseggiar passaggi

con schiuma marine e tennens ad oltranza,

con l'oltraggio mai commesso

che senza il tuo impronunciabile suono

era il volto della nuova stagione.

 

Io non scordo chi ha avuto

un meandro di posto ardente.

 

Beh è vero, io avrei vissuto

per qualche giorno senza alcuna

coscienza di me stesso

se solo tu, oddio così!,

se avessi soffermato il tuo repentino sguardo.

Cosa farei nel presente

con il passato stracolmo d'incenso

e il futuro degli estivi baci d'inverno,

mi avresti ispirata te

del quale nome poco fa parlai,

ti avrei baciata dunque e lo sai.

Hai forse

freddo

se senti la pressione calare,

avremmo entrambi avuto paura,

avremmo entrambi posto sorriso

di sfida

in essere estatico e prolisso,

avendo paura che faccia giorno

occultami nella tua borsetta

sporgendo la mano intrisa di remore,

stritola foglie e scrivimi di parole,

con sguardo inclinato e basso sul diario,

con sguardo perso nel volume del senso,

è luglio e il sole non tramonta mai.

Ti prego,

 

non chiedermi come mi chiamo.

 

Beh è vero, io un pensierino

tra il colle divino l'avrei fatto,

ti avrei posta come regina

sulla sommità più alta

della mia stessa spina

che mi buca le vene.

 

Sai per caso che ora è?

Guarda un po', penso a te

stasera,

e ho bisogno del tuo volto,

dei tuoi polsi, delle tue gambe,

di odorare la tua essenza

per nutrirmi di vita intrepida

e traballante,

puoi pure lasciarmi il tuo numero

inciso sullo specchio col rossetto,

puoi pure, fallo con ritegno ribelle,

fallo pure prima che sorga il sole.

E non mi credi se ti dico che mi sono

innamorato,

non mi credi se ti dico che il flusso

di queste lettere è per te,

non mi credi se ti dico sul serio,

sono io, sono sincero.

E se anche mi stai pensando

cercami

tra i sogni tuoi mai dimenticati,

tra le frasi perse in un libro,

tra la metrica e il suono ghiacciato

di partiture fitte come il passato.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. E tu tu onomastica aurora nomoteta onomastica aurora respiro dell’auroa respiro d’assoluto caporetto giovani e forti mille sapri spigolatrice di sapri carpi indecisa indecisa ora tempo fluttuate passato ricolmo d’incenso partiture partiture fitte partiture passate partiture fisse partiture fitte come il passato partiture fitte passato topomastica topomastica ora topomastica ora indecisa onirica onirico dignità onirica dignità aleatoria stile livido faceto stile livido allegoria pulsante allegoria pulsante tra vita e realtà vita realtà sospensione sospensione congiunta parco discorso fumante discorso notti bianche vecchie storie fumanti assiduo trastullo dialettico trastullo dialettico refrigerio refrigerio della mente fumante decorso fumante controversia fumante controverso discorso dialettica effimera spiaggia d’autunno mare d’inverno sicula spiaggia in sulla riva del mare folle sbarco folle volo sbarco cruciale manto vello vello impresso alma alma serafica schiuma postillosa postillosa prolissa achille piè veloce nel coraggio di achille le rotelle sezione aurea ulissico traccia di sincerità eclissare parole parole eclissate trobar clus algebrica algebrica paonazza algebriche intenzioni ondulazioni sublimi sublimazione crinale seduta sul crinale seduta in sul crinale parola austera ragazza altera io chi sono e tu chi sei realtà caprina illogicità del profilo illogico profilo smosso profilo smosso sfracco stracco sfiancato spasmi folli ipotesi astruse ipotesi astruse sul tuo polso schiuma marina spuma marina tennens ad oltranza suono impronunciabile volto nuova stagione frammenti di futuro volto di una nuova stagione meandro posto ardente meandro nel posto ardente arsura dialettica repentino sguardo fiero suguardo apoteosi del senso apoteosi assurdità ridicolità passato stracolmo d’incenso baci estivi estivi baci d’inverno umido della parete essere essente essenza essentia estasi estatica etica etilica estaticità prolissa essere estatico prolisso occultami nella borsetta mascara dolce leziosia dissolta leziosia leziosia dell’anima stritola fogli stritolati fogli maciullati fogli scrivi parole stritola fogli e scrivi parole indelebile gesso acrilico volume del senso libro della formazione sguardo perso sguardo perso nel volume del senso colle divino divinità paonazza spina mia stessa spina spina che buca le vene tuo volto tuo polso tue gambe vita intrepida nutrimento dell’anima vita traballante vita intrepida traballante numero inciso sullo specchio col rossetto numero scritto col rossetto numero specchio rossetto ritegno ribelle fluso mnemonico flusso coscienziale flusso di coscienza scribazione sogni dimenticati cercami tra i sogni dimenticati cercami tra i sogni mai dimenticati sogni mai dimenticati coscienziale transustanziazione amorosa frasi perse di un libro libro frasi perse cercami tra le frasi perse di un libro cercami tra la metrica cercami tra il suono cercami tra partiture cercami tra partiture fitte come il passato cercami cercami tra il suono ghiacciato suono ghiacciato cercami tra il suono ghiacciato di partiture fitte come il passato metrica sovversione esistenziale

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9 febbraio 2016

Hydra mentale

           

Passeggiando come traversando

decenni diroccati dell'età

dai sapori frantumati,

era il mattino pronto ad arrivare

mentre scendevo dalle scale,

ancora buio sopra la testa

occhi al vento con tellurico temporale

scalfito e tragico che si approssima

al rigurgito etilico della mattina,

stesa la fessura delle ante

e delle crepe come fosse vetrina,

guardando le mie unghie tinte di nero,

il resto del passato come schierato

dalle truppe, dalla paura trattenni il fiato,

si aprì il portone e fu un notturno fragore.

 

Guardai Milano e corso Garibaldi,

scintillando in file entusiastico,

iniziando a volteggiare

come un airone

che per non pensarci posa lo sguardo

altrove,

ti rividi dopo anni

un po' per caso,

un po' per violento nubifragio

decorato dalle remissioni

del Virus scandito

e nel lisergico chiarore claudicante

zoppicai dalla cornice

al pianto inabissato,

mi stesi a terra continuando

a fare scorgere immagini

imperfette

che dalla finitezza riversavano

sbocchi

verso affluenti inclinati

scorrendo in ruscello riservato,

come è stato ciò che è stato,

allora non ricordai chi ero

e nel silenzio rubacchiai un saluto

come oltraggio al destino.

 

Presi un foglio umido

e con l'inchiostro abbozzai il ricordo

oramai troppo lontano

di un uomo senza più gloria né rispetto,

di un uomo nella sua anima persa,

di un ragazzo quando il cellulare

era solo paura della prigione,

quando l'età era dell'innocenza

e il futuro come ora già vissuto,

poi con la tennens cercai di dimenticare

per poter tenere bene a mente

ciò che son stato

quando non ero,

ciò che sarò prima dell'ascesa

e della caduta,

prima del tempo di qualche venuta,

così resi tutto in mille pezzi,

il foglietto navigava

nella pozzanghera appena formata,

la pioggia nolana si dissipava.

 

Erano quattro quei cavalieri di parole,

di romanzi hardcore ricamati,

guardai la musica ed ascoltai

il sussurro dei miei libri

che si districava nella corrente

per elettrificare un quoziente

approssimato dal rifiuto

dell'assurdo risultato.

 

Risi di gusto davanti a te invecchiata.

 

Puntando tutto sulla conclusione

persi e ancora, ancora ridevo,

delle altrui imperfezioni,

delle loro decisioni,

di me sollevato come rondine

che assurgo l'ultimo sospiro

alla ragazza che mi ha dimenticato

per un'indifferente conoscenza,

per un ardito silenzio,

comunque non la biasimai

e in solitudine me ne andai.

 

Bucai quella voglia taciturna,

ascoltai ancora l'immagine

in sordina ma che non era

mica smarrita,

 

la via di ieri era in salita,

la rimonta in differita,

la spiaggia arrivò in ritardo

quando c'era già lo spasmo

dal cruente cuore d'arpilla,

arpia di giorni indispettiti,

mai così non mi ero indispettito,

la rabbia impotente conduce

alla follia se non sei auriga

del tuo stesso sentire

ontologico nel patrimonio

intellegibile e istintuale,

un rimbombo assurdo mentale,

un ridicolo pentimento, ok,

d'accordo, ora ti sento.

 

Guardai tutto come da un televisore,

la risata intensificata

e il foglio perso

fecero scrivere i tomi della mia vita

nell'animo di sconosciute

usate a mo' di inganno celebrale,

sull'asfalto restò il resto,

conciso coll'indelebile gesso

dell'indice accusatore della convenzione.

 

Schizai deciso come un sopruso

e resi il giusto a chi è dovuto,

me ne andai con il vento alle spalle,

i tuoi capelli agitati,

il pendolino e il numero di prestigio alle carte.


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5 febbraio 2016

Schiarisce il buio

           

Schiarisce il buio,

tempesta di diamanti

il sogno sordo

della mia memoria

e il vento del silenzio;

 

così,

per ricordo lucente,

e così,

per principio assente,

rivedo lontano il sussulto

mancato

ed il sussurro sciupato

per entrare nel vivo

 

ecco che amplifica il suono,

esplode

a notte inoltrata

la bolla del senso

e rivedo

il tuo volto

temeraria

principessa

divina del mio

melodico accenno stonato.

 

Prorompe,

prorompe

lo squillo

assordante,

preludio

dell’adagio flebile

sentimento

 

e saliamo le scale del tempo

come naufraghi eroici

dai mille diademi

maledetti

 

e sei splendida

come sposa del biblico cantico

e torre di gaudio maestosa

ed avorio dei denti lucenti

e progenie del fato dilettissima

ed occhio d’incanto

ed ammaliatrice come maga

tramuti i miei sensi in bestiole dolci

come lira pizzica il tuo spirito

l’anima mia perduta in te,

come riflesso di luna posata

su specchi infiniti 

il sognato tuo abbraccio,

come amarena ed assenzio le tue labbra

desiderate

eppure che so tanto leziose,

fatte d’ambrosia, mirtilli e nettare

dea perfettissima.

 

Ti penso.

 

Ora silente

è tutto,

solo

l’ombra tua

ciò che ho,

tiepido ardore

e lo sbocciare di un sorriso

appena appena accennato

mentre scrivo e la penna

ed il fumo

e tu qui assente ancora

riappari furente

posata lieve sul manto sidereo,

mia amata di sempre

 

ed io che ti do,

parole su parole

ed assiomi

scardinati

e poi me,

e ancora tu,

motivo

e luce

del mio suono

e vestigio d’incenso

il tuo vello,

altera

ti vedo

ancora lo dico,

terribilmente

assente

ma fugace immago d’assoluto,

senso ultimo dell’esistenza

 

ed ancora sovrana,

capretta cortese

dei respiri arcadici

e dei vivaci accenni

di stemperamenti

in ortensie

ed in viole

e in zagare

ed in gelsi

ed acacie

e nel resto sovrana

coi simboli sottesi

al tuo mutamento

 

statico e perfetto,

 

riluce

e traluce

la storia,

sapessi quanto mi prendi

te e come sei

tutta stupenda!

 

Vaneggio

che non fu

ma desio speranzoso,

sboccia

come verdura anzi tempo

respiro d’inverno

pensarti onda sottile

nei sobborghi del mio esistere,

rosmarino,

senso di tutto e tutto ad un tempo,

essenza dell’oggi

e muto il verbo

cresce d’intensità

sogno desto

e maledetta

nella tua perfezione,

 

dimmi ancora qualcosa,

 

tripudio

di suoni

è il tuo nome.

 

Sogno te,

penso a te,

vedo te,

chiedo di te.

 

Anche se ai margini

dello stordimento

pregresso

il tuo volto mi è tutto,

il tuo corpo il velluto,

il tuo manto,

il tuo cenno,

il periodo sospeso,

 

l’ode all’altrove.

 

E splendi ancora

fulgida essenza cromatica,

 

biancheggia

candida

la mia eterna

maledizione

nel pensarti

così

 

sincera

 

mia principessa

 

risveglio in notturno fragore

e sei ancora il mio trastullo

dell’intelletto

il fiore più candido

del giardino del mio cuore

ciò che non osi

nel canone inverso,

 

quel comporre sordo,

quel chiarore

musicale

ultima

 

tempesta

della ultima mia volontà.

 

E tanto m’è caro,

tanto,

la ripetizione

del tuo splendore

in canticchiare balbettante.

 

Come latte amarena

boschiva.


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17 gennaio 2016

Sgocciola il ricordo del futuro

           

Sgocciola il ricordo,

pianto

è l’illusione

di un giro contorto

perso tra visioni,

versioni,

incursioni,

andaluse stanze,

piazze

in giro tramortite.

 

Così

misi la fine

la mia

quando

sognavi ancora e poi

credevi

all’ultima intrapresa

resa

come

inizio e dignità.

 

Ancora e ancora,

solo l’aurora,

resta il tempo

maledetto

del ricordo

 

ieri vedo

ciò che dico

 

e raccontai

tra l’intervallo

primo e questo.

 

Così,

sarà così

che tu

struggente,

la stessa,

la vita

di quando

a un palmo

ero distante

e tu così vicina.

 

E canto

e cantai solo di te.

 

Tormenti

intesi,

sussurri

gli anni passati

ormai finiti.

 

Eccoti

qua,

 

cambiata e sempre tu,

ragazza che raccoglie in sé

l’armonia tutta,

l’umanità intera

ed ogni altra non è

che parte di te.

 

Eccoti di nuovo

nella mia memoria

stesa su panchina,

mi ricordo!,

dicendo sai,

discorso

prezioso,

tu ricordi il nostro tempo

al confine

dell’universo

intero;

 

esso era

ed è ancora

nei tuoi occhi

che sai

 

e sai il tuo nome

e dire

sì, è questo,

scoperto il suono

sull’atlante

ma dopo

il gusto

 

io scriverei la stessa cosa.

 

Il segno del ricordo.

 

E tu continui

Bea con la lettera d’inizio,

ossia lì alla fine della musa

di bellezza,

che ti rimanda

al boschivo

cirro tra porpora e arenaria

e all’occhio lucente

metilene e cobalto,

ma sfumato e profondo.

 

S’arena dunque l’alma mia

come lucente al trotto

del giro commosso

e ridicolo

 

e s’arena ancora alla tua vista

splendente

che sembri trafitta e risorta,

che sembri andata

ma col vigore di allora,

 

che ti amo ancora in diecimila

intensità diverse

ed amo il tuo corpo

soggetto a mutamento

e più muta più l’amo

più penso

ad allora,

 

l’estate e quanti anni!

 

Quando cominciò

come valanga ora immerso

nel fango,

in sedimenti irrecuperati

e irrecuperabili

o tu mia luce,

 

quanto di te ricordo

e prima ancora dell’immagine

la voce

e prima ancora il suono

e il sibilo anzi ancora

 

quanto m’è dolce.

 

Quanto mi è dolce il tuo volto

che si scrolla

e tutto nuovamente smuove

e non solo in me

ma traballa in mille serie multiformi

tutto ciò che è attorno.

 

E dal corpo all’alma tua,

quella ancora più viva

quella tua maestosa alma

alla tua statura parva

che ingrandisce l’orma

di te

in un tripudio

dell’immenso

 

e l’alma, l’alma

è l’alma

 

sei tu splendida!

 

La tua alma dormiente

che subito si sveglia,

la tua alma che ti è e ti rende

e tu divieni

dunque

immortale alle genti

 

e l’essenza

traspare

e languisce,

la vista inebria

e la mia parola si arresta

 

tu verità dalle tante ragioni

e dal cuore di tenebra,

incanto del domani

il nostro passato.

 

E ti rivedo

e ti sogno

riletta ovunque

e ovunque

una persa

ricuperata

e intensa.

 

E lo spirto

più ancora

è il tuo verbo

di cui ho detto,

e che lascio al silenzio

nella preziosità della tua assenza,

a me forse più prezioso

 

ma adornato

ed agghindato

se mai risentissi

o concessomi farlo

divina che ometto la i

mettendola in eccesso

come alle terme

perché la mia è incompletezza

e la tua perfezione.

 

Ah sapessi che fai,

sapessi parlare

o scrivere

o dire

o segnare nell’aere

o nel segno tuo stesso

di ieri il completamento

 

quanto lontana mi è la vita,

quanto le cose,

quanto gli affetti,

quanto l’amore,

 

ma ragazza di un tempo,

indelebile mia compagna assente

di questi ultimi miei anni,

sapessi vivere

vivrei di te.


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7 gennaio 2016

Seduta ai bordi del domani

           

Seduta ai bordi del domani

sorseggi l’ultima

verità

antica

e sola nella notte

nuda

che

respira come chi

rispecchia stelle e

ha perso il sonno e i sogni

nel via vai

di pagine

ingiallite

 

sei lo specchio del futuro

e il volto

che

non cerca

assetato

e vive come l’ombra del passato

 

pioggia

sullo sfondo.

 

E appari lucida

le spalle alla rinfusa

coperta dagli assensi

come avverbi

datati

e tanto magici inviolati

 

così respiri

la speranza del perché.

Poi chiedi

l’ultima gasata

del sogno senza sostanza

né apparenza

ma vivido

come linea melodica

ascendente

e soffio di questa vita

 

consistenza nella inconsistenza.

 

Sei tu alma mia

sei tu il confine

tra bolle di vetro

e consonanti

stili e rese

paradossi

e viole

di cui sai.

 

2 gennaio 2016

Il respiro del tuo viso

           

Il respiro

del tuo viso

l’ultimo orizzonte

dalla sabbia scosso

nel silenzio

che alberga muto

in me,

oramai non c’è

che l’illusione,

quella croce

rosea

del cuor

deluso

dal peregrinare

stanco

tra note d’assenzio

come tra me e te.

 

Silenzio.

 

Ed il respiro aumenta,

tenebra sull’asfalto

è il mio sogno

che scarno

svilisce in sé

solo per

contemplare

l’immagine riflessa

di te immobile

alla parete

deserta

e tantrica

inversa

muro d’oblio

 

e sei tu già qui

attesa amica,

sai ciò che non dici

perché nel vuoto

dell’esistenza l’ultima trama

è la mia.

 

E tu sorridi

terribile

la mia delusione

nel vedere

l’ombra tua

che si allontana

e tenebra ancora

è ora in me.

 

Quando allegra dici

senza parole o pronuncia

che

sono al di là

della comprensione

e per ciò stesso

steso,

chiaro, evidente

al di là

del piacere

è la mia apparenza

come ostacolo

inutile,

inciampo,

voce sorda

e naufrago

 

al tuo sorriso,

inutile

sono frastuono

fastidioso

 

ma tu sei lì

anche senza me

docetica

come mandorla

dischiusa

 

sei perfetta.

31 ottobre 2015

Berecyntia

           

Memorie oscure (dialogo notturno)

" nobiltà nata nel fango

alto disonore!"

 

 intrepido pullulare ardente di

 passione, gaudio genealogico ed

 intenso, scosceso sentiero di

verità celate, disonore

intatto,

nobiltà spezzata, fare altero

 evidente ed indissolubile.

 

" Angelo di bontà conosci l'odio,

i dubbi terrori di quelle orride

nottate che comprimono il cuore

come carta spiegazzata?"

 

conosco il lento venir meno dei demoni incantati che gioiranno fragili

all'ascesa dell'oscurità celtica,

che aspettano impazienti che un veltro

li trapassi

e li scrolli docili verso l'infinito.

rev:

"Oh notte senza stelle, oscura notte "

tiepida risplendi luna pallida mentre contemplo la tua immagine riflessa sulle acque

"La notte irresistibile, la nera umida notte, la funesta notte di brividi percorsa, ormai  consolida il suo dominio"

e le celtiche genti indomite danzano sotto il lampadario minuzioso e fioco di speranze mentre si eclissa l'ultimo barlume e l'occidente cede il passo alla potenza oscura

 

 

 

Immago a tarda sera

 

Sguardo inclinato verso il sole

proteso all'imbrunire il tuo ardore

che già sul mio corpo

è notturno tepore

indiano.

 

Dolci sono i tuoi occhi al far della sera

incanto gelido il tuo leggero abbraccio

sogno: vederti tutta splendida

l'entusiasmo dà forma a questa immago eterna.

 

O pensiero che falco su cime s'innalza,

a due passi dal docile viso scomposto

in eterno pensando al dolce sguardo maledetto,

 

superando i confini del tempo alla fine sentirai

il dolce suono, vento tra capelli.

 

 

 

Intorpidito da te

 

intorpidito da te

e dallo sguardo silente

di ricordi sbiaditi

e tesi al vento

 

è un attimo

e compare multiforme

la tua figura

in un sussulto intrepido

vorace e dolente

 

sono solo parole

che si arrestano dinanzi

al tuo incauto gesto

folgorante

 

e resta il tuo docile volto

indissolubile

 

 

Gelido cobalto

 

gelido cobalto

dipinto di assenzio

in gaudiose vittorie

etiliche

incantate dal supremo colore

intorpidito dal pallido

incarnato che cede alla sera

i misteri,

al chiaro contatto

di un raggio di luna.

 

 

Apparenza terribile e lucente

 

 

apparirà

sintetica,

intraprendente lemma silente,

 

apparirà

un tepore nel cielo

senza preavviso,

dico sul serio

 

stringendo nei pugni

il tuo velo sospeso

di inquietudine

 

cambierà tutto

come solo

un arido sentiero

ha

breccia nella voce

 

dimessa, un po' cupa,

nostalgica;

 

intorpidito ogni furore

sono strade,

intenta al suicidio

di catrame

che sfiora ad ogni ora

il tuo buon umore,

 

e senti dolente

il mutamento

della pioggia.

 

 

 

Ricordo fulmineo

 

 

dagli occhi incauti

mal dimessi

al silenzio

loquace come fluido

diluito

e tenebroso

di pensieri impuri

che m'invadono

e che si inchinano

al tuo apparire

furiosa

in estasi per un ricordo.

 

 

Fede notturna

 

 

Il capiente cofanetto

di gioie perdute

sperso tra rime

che solfeggi sussurrati si fanno

sbiaditi tra le dita.

 

Pensieri stanotte

di fughe astrali,

storie da seppellire nell'oblio babelico

mentre si impone pallido e scarno il tuo volto

spinto dal silenzio dell'ultima nota addormentata

sui tuoi seni disillusi aneliti di vento.

 

Ritorni assopita

mi guardi stupita,

il domani dell'oggi è figlio del mio desio

e il cuore indelebile su carta tracciato.

 

 

Sonnambula silvana

 

 

L'inverno sboccia dai rami,

scende rugiada nottambula

ad occhi sciupati

svogliata sorprendi,

è già ora.

 

La storia, la nostra,

non la racconto io,

soltanto tiepidamente la sfioro

per non svegliarti,

 

ma riapri gli occhi a fessura

sei tenere tra le mie mani

dolce bocciolo silvano.

 

Gaudio improvviso è madore

sul tuo corpo sigillato,

effluvio e vento tra fronde inerpicate

di capelli furenti.

 

Ecco,

si cristallizza il momento,

tu voltata verso il mare d'inverno,

la veste di lino traspare

inaudita precipiti tra braccia indolenti.

 

 

 

 

Fuga

 

 

Prendiamoci per mano
e chiudendo gli occhi navighiamo
traversando correnti di mari lontani,
ed anche se più tardi del previsto
al fine giungeremo sulle rive
calde del nostro mondo.

Poi, senza remissioni,
ascolterò parlare per davvero
il tuo candido cuore
che, anche se in silenzio,
mi saprà dire cose
che tu non hai mai detto.

E sarai già brilla,
le tue parole fuoco e argento,
sole e vento
dalle corde vocali.

E sarai ancora più bella,
il tuo vestito dalle bordature viola,
non ti sentirai sola.

Dalla sera alla mattina
non avremo più paura
ed il nostro spirito più vero
darà corpo al pensiero
che, brulicando tra le rovine,
sarà più libero di quanto credi,
urleremo sino a tardi.

E poi verrà la notte
e tu sfinita cadrai sul guanciale
con una forza animale.
Ed io cogliendo l'attimo
carezzerò la pelle,
soffici saranno le stelle
che dai tuoi fuochi accesi
cadranno più cortesi
sul mio braccialetto.

Illumineremo il cielo
con un arcobaleno di diamanti
dagli zigomi striscianti
che toglieranno il vero,
il buono e il giusto
dalla nostra mente,
zigomi di serpente.

E, come dei bohemiens,
non ci cureremo del passato
né tantomeno del futuro,
vivremo coscienti
solo di essere noi stessi.

Ma non sarà poi il giorno a svegliarci
col suo soffice e sottile filtro di luce,
sarà un repentino mutamento
della temperatura del nostro corpo.
Saremo ancora mano nella mano
e i baci, baci, baci
investiranno il corpo
come sopra come sotto.
Però la nostra forza tremante
cadrà sconfitta a terra.

Il circolo ondulatorio della testa
intorno ad un oggetto fisso,
che poi è lo stesso,
ci renderà più lenti
nei movimenti.
Il flusso di ricordi
sarà annebbiato da dimenticanze
a vivide alternanze.
Le nostre ali spezzate
saranno rinnegate
dagli altri
ma risorgeranno dal nulla.

E la fonte blu cobalto
stenderà sul tuo smalto
uno strano desiderio.

 

 

Berecynthia

 

Nube d'assenzio discende lieta sulle tue forme perfette, un nuovo giorno avanza e si dipinge lo spettro della vita tra storie colme di verità, anzi la venuta di mille colori esplosi tra i rami spogli, un desiderio, rompe ogni attesa e si impreziosisce la tua fragilità, un simpatico refolo ti schiarisce la voce e la realtà bianca e pura è il tuo potere, il solito crescendo tra le foglie è l'apparenza dei tuoi capelli di rame, dei tuoi sogni innocenti e dei tuoi cenni perversi di generalessa alla mensa del sapere con l'elmo e il candore di parole ferme e frementi mentre scorre il tempo e resti la ragazza di sempre, la dominatrice di ogni sussulto e di ogni canto.
In cima al monte bendata sei il refrigerio dei miei pensieri, la fonte dei miei desideri, passano i mutamenti, ritornano all'origine anche quelli, ai ricordi dai forma e vita, unito al cielo il tuo fiato gelato, congiunzione dello spirito tra labbro e fronte, segnali occulti tra i righi, spazi che colmano le indecisioni, chiavi svogliate e da te sincronizzate, mantieni il tono di voce e impassibile ti addentri tra i tuoi trastulli artistici, creature immortali alla tua sinistra, stendardi e simboli a destra, mille diademi e l'assoluto poggiati sul capo, sospeso il giglio e l'acacia tra i denti, il leggio lì innanzi emana leccornie d'incenso, è tutto pronto, ogni cosa al suo posto, inizia il folle e ardito sbarco.
L'attimo di silenzio è riprodotto dal verbo muto, l'aura alle tue spalle si infiamma, si inerpica il violaceo riflesso, tutto è stato detto, togli il velo del giulivo e del tragico incanto e si arresta il flusso, si intorpidiscono i sensi, voci lontane sono un unico coro e la linea delle cinque sostanze un'unica barriera di forza, l'uno invisibile diviene percepibile.

 

 

...ed ora, reduci da quest'ennesima

crociata

siamo striscianti ma con gli occhi al cielo...


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23 ottobre 2015

Notte ai Decumani

           

Notte ai Decumani

la consorte del principe di Venosa

coperta solo di lenzuola

maledice i madrigali verseggiando,

barlume corneo nei suoi occhi.

 

Sansevero miscelava arsenico

e belladonna sulla tela

poi come un caimano piangeva,

da cura sforbiciata per il plasma.

 

Vorrei bruciare l’odore

dei pallini d’incenso in combustione

privi di allori e seducenti,

il venditore di giornali sembra

aggiudicatario battitore,

 

picciola non dimenticare

di trasmutare la morale.

 

Croce diplomatico mancato

estetizzava estasiato in biblioteca,

l’arte è una parte,

direi però la fondamentale,

la molla della storia

e del circolo perverso della gloria.

 

Patteggiamo col divo Nerone!

 

E l’era dei fumetti

letti in piazza

tra il gomito e la tazza

di solfuro intarsiata

stracolma di folla indispettita,

cicche fumate a metà.

 

Varia l’effige!

 

Bruno studiacchiava

nel chiostro e si distraeva,

poi buttava all’aria le icone

dei fratelli

e le sostituiva con scritti

babilonesi o neoplatonici.

 

Virago celtica!

 

Ed affinché

non dimenticassimo le beffe

con le cornamuse contuse

facemmo il verso al gesso

del docente inconcludente.

 

E spaziamo con la danza!

 

Vai là,

ondeggia a sinistra o di là,

vai già

più lenta della musica,

ritmata la tua scorza di limone,

candito

inflitto a pizzico di dito.

 

La violenza fu sconfitta

con un bacio in palafitta

dell’invasrice indoeuropea

ancella di Brighid,

 

era un’epoca remota

ma l’edenica scena

non fu mai più riproposta,

 

sono fiori colti nel deserto

e tradotti in sanscrito.

 

Voilà,

non manca fumo pel digiuno,

 

voilà,

c’è cenere e amore se ti volti di là,

 

il capo piumato è scolorito

allora rinunciamo all’allettante invito.

 

Nella notte si cacciava

per maledizione

non ci si nutriva più

solo di frumento e bacche,

la simpatica ragazza

faceva l’occhiolino

ed incrociava le braccia.

 

Sai già,

conosci il nome del silenzio,

vuoi avere le cartine al tornasole,

le patrie senza limiti e frontiere.

 

Le musiche non cambiano

da popolo a popolo

c’è comparabilità nell’identità

perché l’essere diverso

si identifica solo con l’incontro

e col confronto

ed acquista così unicità.

 

Mi conceda infine l’ultimo passo di danza.


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15 ottobre 2015

Porgimi gli affanni in assonanza

           

Cos’è?

Non credo il cambio

stravolgente della pioggia

dagli occhi,

così per scadimento atroce,

per sopito dilemma dalle mani,

dai canti antichi disincantati,

neanche è un rimorso,

come sogno,

come rostro al centro,

al vertice qualunque

oppur in aree protette

per gioco perverso.

Sono forse le smagliature

del frastuono

che già vanno sicure

in conclusione

mentre tu diffidente

cambi accordo,

dal rock al folk

poi al rock,

ma dimmi,

tu dove sei? Tu che sei prona

sul letto ad incantare

ammiccante,

do7 sol.

In fondo la decisione

è stata presa,

sentenza inflessibile,

nessun gravame possibile,

tra noi solo silenzi,

incompatibili,

diversi,

magiche manie involontarie,

sì,

magari anche il cofanetto

e le tue gioie stampate

tra labbra violacee,

tra il mascara dark,

tra i nuovi indumenti. Avvinghiata

tra collane e piume,

sincretia,

sì,

dai,

lo ridico,

metti la gonna zingaresca,

metti i braccialetti

turchini, quelli alabastrini,

quelli iridei,

poi infine quelli con le borchie,

e sì.

Sarà quel tuo mah

a intrigarti vanitosa,

o anzi quel sospiro

di velluto,

quel baratto arabesco,

quell’intarsio da mercatino,

e poi,

e poi un paio di vinili,

o diamine l’artista,

proprio non ricordo il nome,

credo robetta spagnola

o francese,

panteista quindi o

dada,

sintetizziamo, dai,

anarcodecadente,

vana suadente,

scanzonatamente,

poi batte il piano lontano e forte,

t’aggio voluto bene, assai

(quell’assai lo dici tre volte).

Ci vediamo ancora?

Certo, ci vedremo

nel momento in cui avrai

finito i tuoi giorni

(dio che bastarda),

quando l’anima

si ricongiunge al corpo

(ma non è già congiunta,

mah,

e questa volta mah lo dico io),

quando magari

non sei più tu nemmeno

(io credevo che alla fine lo trovassi

me stesso

non lo perdessi,

continuo con i mah,

no dai,

faccio uno smile da sms),

quando percepirai l’assunto

e lo comprenderai in contemplazione.

Con fumetti

persi tra i denti

che non mostri,

nel momento che sostieni

il campanile trecentesco

ricco di scritte,

ah gli artisti di strada,

ci pensano già loro,

tengo nel palmo il tutto,

porgo il patrimonio decumano,

parlo invano.

O infine canticchiando

di nuovo, nell’istante

in cui ti scuoti,

fulgente neopalestrina

riproponi i tuoi contrappunti

gotici.

Scenderà la foschia

in pieno luglio partenopeo

per serviti

un paesaggio condito

e tundreggiante

sottomesso ai tuoi voleri,

poi un ululare scandinavo

sarà indipendente

dal suono germanico o vittoriano,

sarà quasi similfinnico.

Nell’ipotesi cambiassi idea,

sai dove trovarmi,

porgimi gli affanni in assonanza.

8 ottobre 2015

Succubi alla profezia

           

Succubi alla profezia

si partiva,

centomila armate schierate,

marce e petti impostati,

rami d'ulivo

e palme tra le mani,

 

all'improvviso il cataclisma planetario,

l'infinità dei mondi

ridotta a circolo delimitato

dall'invettiva,

dall'inventiva femminea.

 

Nel tempio di Delfi

la comunità di Filadelfia lesse,

i copti intralciati dalla Maddalena,

intimamente riapparve Atlantide,

con nocumento,

gli dei torneranno,

sono tornati

o stanno avanzando.

 

Nella Città Eterna

fu un lampo a scatenar la foga,

in un solo istante

fu riacceso il fuoco di Vesta,

 

due metallare in un angolino

a fumare,

tre scuotimenti emo

a tagliuzzare i resti artificiali

del domani,

a riaccordarli,

a incollarli ad uso collage dadaista,

 

sembra che sia sublimato

il punto alternativo di vista.

 

Nella volta celeste

diversi segni luminosi ingannevoli,

nella stratosfera i caccia americani

si accostano e implodono

ad uso cheeseburger,

bevanda e patatine

ovviamente comprese.

 

Infine lungo il corso

si sviluppa l'apocalisse,

tra le caldarroste

e gli artisti di strada,

 

spiazza l'iceberg inflitto

a colpo d'ascia

della scienza spiritica

congiunta in sezione aurea

alla naturale.

4 ottobre 2015

Sonata

 

Due bestiole si presentano,

che graziose, che portamento,

che quiete sentir il fermento muto,

l'incanto, il canto tuo, è così sublime

(e sei col libro chiuso).

Sembra quasi la musica

non si percepisca,

solo un lontano bagliore tonale,

è un'arpa rinascimentale,

un inciso spirituale.

Il risveglio fischiettante dei folletti,

con gli intenti furbetti,

dolce fiaba emo,

tra Selene fremo,

Eos avanza, che temperanza,

la giostra gira cara ragazza

nel carillon protetta,

cardigan, 

sia benedetta la tua faccetta.

In punta di piedi

tra viali scoscesi

saliamo i gradini,

sfidiamo gli altarini vicini

vicini, scansiamo il nemico

e facciam l'occhiolino

e tu danzi avvinghiata

a te stessa sotto le stelle,

dio mio che splendore!

L'acconciatura francese

ti sfiora la palpebra distratta,

allora oscilli trottolina vorticosa

e scomposta,

dionisiacamente risorta.

Ciclo naturale

e metempsicosi corporale,

batto i tre quarti,

figura perfetta e stellata

da musichetta pitagorica,

le etalage di turno

congiunte in Saturno

hanno la luna storta

e contorta.

Il meridiano divide il limone

in atteggiamento sospetto,

in dolce compagnia sul letto

aspro e strisciante,

la corda pizzica ancora

come formaggio l'asola.

E c'è una festa in piazza,

si sente dalla terrazza,

più altera va la ragazza.

La spola fan tre o quattro

appostati sotto il palco autunnale,

il vento soffia,

l'amplificatore, la spina, le cuffie,

il motore.

E poi gli stralci,

sonetti o minuetti,

il maestro si sbatacchia,

poi vede la ragazza,

non è distrazione

ma entrar nel vivo della questione.

La musica infatti avanza,

avvitamenti,

piroette maledette,

odore di fumo, sbuffa la pipa

all'inverso.

Siamo ancora all'inizio,

ne passeranno di ponti

sott'acqua, archi romani sprofondati

e corrosi dal flusso,

il maestro spettinato

indossa il cirro stonato,

copricapo lodato, disimparato,

frastornato e sciupato.

Vai in re minore,

te lo aspetti,

non sei dodecafonico,

allora l'orchestra sbadiglia,

pastarella e amarena stanca,

vorrebbe inchinarsi per sopirsi,

il pubblico bivacca,

divora le note indigeste,

scucite e scandite

dal ticchettio di novena ripiena.

Eccolo,

entra in scena,

proprio mancava, l'assicurato

impresario che lancia in aria

i tre danari, mette da parte

e investe i talenti

ad uso contadinello ottuso

ed imbevuto di pesticida laureato,

di sandalo arricchito e deluso.

La ragazza sonata si ribella

alla disfatta, gambe all'aria,

è tutta fatta,

affonderà col transatlantico,

vicino mio dio,

l'incubo mio,

tra le fauci del coccodrillo

riversa sincera la chimera

e le partiture, tutte le arsure

e le violette infine.

Mi alzo dal letto al frastuono,

il pragmatismo ha svilito il suono

docile e contemplativo,

l'anima e lo spirito si ribellano

ad un corpo che non vuole piegarsi

ad essere semplice contenitore

e strumento dell'una e dell'altro.

E scorgo lontano,

la vista aguzzo,

dicevo scorgo un lamento

materializzato di un mondo eclissato,

un mondo lontano e ovattato.

Poi uno scalpitio,

il mendicante ritratto,

armato di bastone,

nell'incedere distrae.

Folle, folle,

folle il venditore,

freme, freme,

freme la bancarella,

fruga, fruga,

fruga sotto il suo velo.

Il nostro cuore è l'ultimo rumore,

il vento ancora più forte respira affannato,

mi hai già dimenticato? Ma dai,

eri colà poco fa.

Che cosa diresti al mio posto,

fischietti e mi ignori,

padrona dell'oblio notturno.

Cambio di scena repentino,

la ragazza mi riabbraccia,

cade in trance,

cade in estasi mistica,

in un attimo è trafitta dal dardo d'amore,

il fanciullino alato ha di nuovo vinto

e perverso è il seguito...

Va tra le note di nuovo,

godi la musical vitalità,

vai spogliati,

leva le lineette nere,

bianco il foglio dipingiamo

ed annotiamo.

Che carina la mantellina

incrinata sul ruscello,

mi guardi fissa e risplendi,

mi copri il labbro e la tua bocca sfiora

la mia fronte, la mente in refrigerio.


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26 settembre 2015

Emisfero di passioni è la ragazza mia

           

Emisfero di passioni è la ragazza mia

ed ogni quesito d'universo spento

ripudia dolor nell'estroso passo,

talora guarda al dipinto plurale

dell'erba e del soffice manto

austero nel canto cadenzato

e raddrizza l'inverso fragoroso

della vista quando, miserrimi,

celebrammo la ventura dell'oscuro.

Talora lei simpatica,

quando le fisso le mani

abbassa il viso

ed è come voragine il

mio core,

come tempesta il mio sentire,

tutto trasmuta in trascendente

e non v'è figlio di Cristo

che non senta il pullular

di una scolastica passione,

il vincolo sovruman

della femminea intenzione.

Allor si chiede all'ombra

ristorato

un corpo innamorato e tutto

perso

se da un solo cenno

si può carpire il color

dell'immenso,

le fugaci vie mancine,

i dardi e le stelle

che in gomitoli di costellazione

fanno l'eco

al grappolo vistoso della sua

silente immaginazione,

del suo sorriso.

Sembra che la temperanza

vinca la empedoclea

confusione,

la scissione dell'armonia

tutta in faville

quando per la tensione

si respira guerra

che dir 'sì santa

è offesa all'anima

creatrice.

E lei, perciò,

è l'unica salvezza,

o genti mortal

gettate al vento il mantello,

ficcate nella rimembrosa roccia

l'acuminato stendardo,

lanciate l'elmo,

che 'sì tosta virtù

mai per disdegno

ha carpito il senso mio.

Come il pittor

talvolta naufrago

rimugina sull'algoritmo

fitto

del Fato

per trovar la giusta quadratura

al cerchio,

tal io son rimembrano e contemplando

la sua gioia diurna

e furente nella notte

quando l'occhio dilata il suo vettore

e tenue come foco rissoso

sfavilla il suo pudore,

splendore!

Non negate spiriti

a cotal figliuola

che tanto ha sofferto

e tanto amato

la grazia dell'immenso.

E tieni conto

o Misericordioso Lume

che pur se lei ha negato

il tuo dominio

l'occhio ruggente e celeste

suo

a te ha condotto

me e gli altri innamorati

profughi nel vuoto

infinito dell'immenso.

Non sperderti dunque,

o mia canzone,

ma per li cortili e i vicoli,

le reti ingorde

e le prolisse rive

spargi il suo nome

e per desio

cedile il posto

nel più melodioso cerchio.


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16 settembre 2015

Tacita amata

           

Tacita amata

splendente tra faville ebenacee

dei miei fiati spenti,

che bestiola dolce

sei a me lontana

e sognata,

frutto dei ricordi

che non furon mai

tra la tua pelle soffice

e di dolce ammanto

immago superba

del tuo corpo che luccica tenue

e degli occhi

che per l’incanto

e il sortire

del Fato

all’alma mia reimpairano

fulminee saette;

 

cade di mano

il verace appoggio

e vacilla lo spirito

innanzi la tua essenza.

 

Sei così,

spettacolo del firmamento

allo sguardo deciso

che talor ravviva

e talor

con stessa mano,

ferrea moneta,

dal ristoro e per esso

ambito

muore di  grazia.

 

E ti penso,

tutta ardita,

quando come fluido

canto

fugge tra carri

di mimetiche fughe

e sintesi astruse

ed è la balza sonora

del rimando vocale

che più agguerrita mi assale

 

e ti penso

carina,

 

tutta diletta tra oscuri silenzi

e indifferente riguardo

di chi pensa quando

c’è e dimentica in assenza,

 

ed il mio volto il tuo

invece

contempla estasiato in tua apparenza

ricorda indomito quando apparente

è solo effige lontana

ma vividamente impressa.

 

Tra balze scoscese

e madrigali spogli

 

il tuo manto è stupendo

come se fosse di trapunta il firmamento

e se fosse di gioia il sonno

e ragione

ed ogni umana azione

anzi la mia,

 

verde tra viole sperdute

di giardini e di canti

a sponda di fiume

del canto disilluso

ed inutile

dell’amor che brama bellezza

impressa in un istante

manifesto ed essente

sul tuo corpo lucente.

 

Piange ancora il mio spirito

al desio impossibile

di te riflessa,

 

ed alla sonata fatta di riso

e di silenzio,

 

perso,

perso

e ti penso.

 

Sei bella d’incanto

nella tua colloquiale

quotidianità

della voce mancante

il respiro,

 

alati furori

di ogni canzon riflesso

e dell’orionica cassiopea danzante

al trottare del sole aprico

nella notte che scolora

su mesta tua arsura.

 

Ed io solingo

e muto,

ti penso,

ti penso.

 

Quando la notte ancor più calda

non schiarisce il tedio

nemmanco ad una frescura

ricercata,

quale viandante sperso nel deserto

alla tua vista,

oasi dilettosa e ambita,

e più si disseta

e più traccia leggi

fulminee

e labili, flebili,

sfuggenti

tra le dita

tenui

dirette alla bocca

che mai si disseta

mancando i tuoi baci

al giovial ristoro

ed è Acheronte

il corso

e non lezioso Eufrate

né altro corso magico edenico;

 

ed anche come il naufrago

in naufragio atroce

di mar gran oceano

non atlantico

e dal nome infame

ed ossimorico

come tempestoso al grido

di marosi

ed acque mai chete

s’avvolge, avviluppa, e in groppa

alla corrente

sommerso è da tal mole

di salmastra acqua

che lacustre le pare

più che grandiosa

ma che grandiosamente

lo sovrasta

e s’immerge

ed è continuamente

alla deriva andando

e sempre più ne è immerso

più risale

e più tortura

immane riceve

che al portator umano

del lume divino,

tal son anch’io

al tuo pensiero

tutto di te immerso

e tutto di te senza

porto sicuro alcuno,

 

e tu tanto possente

che mi avvolgi a tua volta

e mi avviluppi

e mi sommergi

ma è ricordo e rimembranza

e a ciò perciò più doloroso

che l’averti

quotidiana accanto,

 

o come il pensier

l’insonne notte

invade

me dunque!

 

E ti penso,

ti penso.

 

Ti penso anche alla luce dell’aurora

con castelli rabbiosi

e rabbiose prove,

 

anche al mattino,

mattutino,

laudi

e vespri

ed ogni sonno

vetusto

sei tu

ed ogni amata antica

da te occultata,

 

capretta boschiva,

docile furente

mia perduta

anche al desio.

 

E disio mai spento

sempre tormenta.

 

E ti penso,

ti penso.

 

A me non concederà

forse

né Fato né a suo comand le Parche

il cuore tuo

se pur il mio

è tutto già tuo,

 

e la soavità del mio pensiero

per quanto tendente

ad un nulla che in sé dilegua

ogni speme

ed ogni

misericordia

e tenue

ma terribile

nell’abisso mi trasporta

nel tartaro mi alloca

io il tuo volto sogno

e ti penso,

io il tuo volto

pongo al centro

d’universo,

come empedocleo romore

tutto scuote

il mio dorso

ed il brivido è tempesta

e mesta sei tu,

 

essenza stupenda

e irraggiungibile

ed impossibile.

 

E tutto turbato resto,

dolce,

dolcezza

ti penso,

 

volgesse

magari il mio misero esistere

a te,

arcana astrale arcadica.

 

Sarà concessa, per virtù

di cavaliere eroico

di lotta persa

e combattuta a corpo

e a sangue tra marette

contro il fuggir delle moderne

e terribili social saette,

o per la mia musica

stolta e stonata

o per la lira, l’arpa,

la solitudo,

la voce mia rotta

(la tua che tanto è bella

e tanto resta impressa

nella mente come suono che risona

e tutto

l’universo sprona

e dirige,

anima potentissima

che il cor trafigge)

o per silenzi

-sua altissima regale apparenza?

 

Pensami

io ti penso,

ti penso.

 

Un giorno, se concessomi rivederti

anche solo

per saperti

sempre mai più caduca

nel mio mondo corporal

realtà reale

che caduco si allarma

e scorre

in riservato

ruscello

ove ti sogno,

in chiara fonte

dissetarmi

e in porto sicuro rifugiarmi

e in rottura d’equilibrio universale

ricompormi,

 

solo la tua vista

somma mia dolce

somma mia dolce,

 

ti penso,

ti penso.

 

In disparte ti penso

e sai che non ti scordo

e se non sai

tel dico

perché l’ultimo mio lamento

sia di gioia,

e seppur tutto scosso,

assetato,

sperso,

possan le tue braccia

stringere al cuore

l’ultimo inutile e silente

fante sperso

di questo folle amore.


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8 settembre 2015

Alma incantatrice

           

Il mio cuore innanzi geme,

sorge una stella nel tramonto.

 

Alma serafica

sorgente

pura del mio spirito,

dentro me sospiri

e candidamente scosti l’aria,

che movimento puro,

che disincanto sospeso,

che pensiero disilluso

amor mio,

la vita non ci dona

la candida rosa,

la scorgiamo solo da lontano

come emblema

del nostro cuore.

 

Il sapore del vento.

 

E ticchettio mio dove sei?

Amore livido e seducente,

dove sei mia attrice,

lunare effige plastica,

ciondolo siriano al collo,

mio speciale barlume lieve,

tu dispetto buffo,

paonazza e bronzina gioia,

goccia vespertina,

acrilico scardinato

ma possentemente intriso,

musica dolce nelle vene,

sole notturno e gelido,

melodia stampata indelebile

sul vetro.

 

Sorge una stella nel tramonto,

ti amo credo

e te lo dico senza perifrasi,

tanto è come staccare un fiore

ed annusarlo, lo sai che preferisco

contemplarlo e immaginarne l’odore,

ma stasera sento un tepore

che dai polsi mi invade la schiena,

scende a perpendicolo

e mi scuote il capo,

ti prego, vieni qui con me,

sogniamo insieme nella radura,

so che ci sei,

so che verrai,

se sei mancata a tante albe

non potrai dimenticarti di me

proprio ora che riscende la notte,

sì so che verrai,

sarai qui appoggiata

alla mia nuca,

noi di spalle

gli un gl’altri

a guardare il cielo

e poi chiudendo gli occhi

a raccogliere l’attimo profondamente,

trattenerlo e non perderlo più,

per sempre insieme.

Per sempre!

 

Sorge una stella nell’aurora,

senza di te la rimiro e penso,

dove sei ora ormai non lo so,

né che fai,

tempio d’Egitto

e principessa della progenie

arcadica saggia e caprina!

 

Sorge una stella a metà notte,

vago in speranze lontane

con te distante, mi volto e piango,

tu non ci sei,

sono assordato da questo silenzio!

 

Sorge una stella non so dove

ed alzo le mani,

saluto e scanso le foglie caduche ,

ti attendo e mi asciugo gli occhi.

 

Tu intanto presente e apparente,

guerriera prima,

amazzone,

eco lontano

rimbomba tra le stalagmiti,

odore di fumo e tamerici.

 

Nostra dama sull’orchestra,

oscura e funesta

l’attesa

dei tuoi occhi,

solo per rimirarli,

pragmatizzare nella realtà fuggevole ed avversa

il mio eterno sogno tutto nuovo

e dipinto.

 

La gabbia dei sinceri addii

che tristi rotano lì intorno,

la fiamma dei cabalistici ulivi.

Follia e Dionisio,

vivi nelle vene

e nella scure,

amore bazzicante.

 

Sento la forza arcana,

la potenza ancestrale,

la violetta scismatica ragazza.

E poi l’incanto dei pensieri,

scuri dal sapore lieve.

 

Vocetta,

dici a tua volta,

il maestrale nostrano

non è la furia scandinava

dei tuoi servili temporali,

succubi domani deleteri.

 

Sei stupenda

scandita dalle percussioni,

sbellicata dagli archi

e dai mesti sultani

che si inchinano

e che fremono al tuo giacere

assisa in firmamento.

 

Io sono qua,

l’alba dell’età,

l’anima del sagrato,

l’ombra del segreto.

E non ho le seducenti mani

a tempo sul ripiano,

sgomito nell’altopiano,

banalizzo i sentori

dell’incauto oltraggio.

 

Sei di sbieco senza fiato,

sei svilita e xilofonata,

spiega e metti in piega,

subisci pure gli odori.

 

Sento un po’ la pioggia

e non ho quel gomito carnale,

quell’archibugio astrale,

quel rimpianto sconfitto,

quel petto trafitto.

 

Lezioso piatto imbandito

non è eclissi il sole nero,

l’atomo ultimo del vero.

 

Ti ricordi ancora,

ho lacrime d’assenzio,

germoglia lo smeraldo,

travalico i monti,

ti guardo negli occhi,

la mia testa sul tuo pallido petto,

rosa ebenacea sul mento

e cuore in fermento.

 

Oh godo alla vista della luna,

oh godi al verbo incarnato,

trasfigurata effige catara,

provenzale sonata,

tubinghese teologia,

atavica pazzia,

orda indoeuropea stanziale,

vitello d’oro,

taurino messaggio,

belante miraggio,

allucinato istante bendato.

tu,

specchio,

valvola trascendente,

tasto d’avorio,

scala in si minore,

giro ossessivo,

armonica compulsione strumentale

e la testa sotto il cuscino.

 

Tu,

tu già lo sai,

sulla sponda del molo

sfoglierai la luna,

oh frastuono di miele,

oh onda spumeggiante

e lastrico di schiena bianca,

tondo violetto,

clavicembalo alato.

 

Starei con te

guancia a guancia a fissare

impietriti il mistero,

e arriva il do,

ho voglia delle tue labbra,

mentre sussurri

nel mio rimpianto onirico.

Oh, i tuoi capelli sul mio petto!

 

E non hai l’ortica istigatrice

sul ventre, continui.

 

Sarà il nostro segreto

l’aurora,

vaneggi mentre protendi

il tuo dito serrante

sulle mie labbra.

 

L’albero esplode,

è ciò che mi preme

divorare la sapienza del bene

e del male,

 

la contemplo

e non oso per pudore

e folle bramo ancora

 vigore nei giardini,

sono tuoi gli altarini

miei e tu altera

sogno mio

sogno mio

impossibile

e tu tanto vera,

tanto carina,

tanto profonda,

tanto carnale,

tanto a portata di mano,

tanto dolce,

tanto splendida,

stella del tramonto,

luce dell’aurora,

sussurro dell’eterno.

 

Ascendo tra le foglie,

sono superba,

strafai.

 

Astri estrosi

incrociano i nostri sguardi

mentre li orchestriamo,

accordiamo le falle,

nessuno può fermare

il nostro palpito furioso,

mai,

la tua veste candida

verde sotto assedio

giglio,

mistero di vetro è questo,

cristalli condensati nel tempo

e rimessi al vento,

rimessi al senso,

assi e travi urbane

a sostegno dei giorni,

paonazza sei, ragazza,

affronta i ridenti,

angosciosi fermenti,

lividi inospitali

sul polso violato,

docile riporto,

matematico sfregio naturale,

vasta alleanza sui binari

dalla fiamma antica.

 

Bacchetti la corda

con forza tra le nubi,

vai mia piccina instancabile,

continua a suonare,

le carte le puoi giocare tranquilla,

sono paziente,

squarcia il velo orientale

dell’illusione,

e sorgi luna

in luogo del sole,

ridona la potenza

alle selve,

riaddenta la mela,

volgi lo sguardo alla luce,

alla ortensia

alla viola

ricordo,

un lieve sentore

sobbalzerà in te,

serva e padrona d’assoluto,

maestra e scolaretta,

demone angelico.

 

Astri estrosi

ruotano intorno

mentre scriviamo,

il piano stonato,

la vita nostra sintomatica

svilisce il potere superbo,

sorge per sempre

il bagliore pallido,

nell’abbraccio possente

fondiamo e creiamo

staticamente la sostanza.

 

E di notte lontana tu,

tutto finisce,

tutto inizia.

 

Avessi fiato parlerei di te,

avessi voce, abilità, scrittura,

parlerei di te,

avessi senno

scriverei di te,

l’intelletto mio sulla luna

e rabbia cieca

nell’impotenza

della realtà avversa.

 

Magari in barca

parlerei

solfeggiando il golfo

costeggiato ed ingolfato

veicolo stellare,

la sabbia che sporcò la stiva,

vestigio umano

del ricordo,

padroneggi con rispetto

il mio timone alla deriva

naufrago,

nocetta buffa,

vocetta candida e serpentina

cassi le mie casse

con rinvio, formale l’errore

illogico il dolore,

manifesto marxista infondato.

 

Accendi la siga e tiri sorridendo,

il tuo fumo appanna i miei

occhi portali,

in sogno portuali

appigli sepolti

e sepolcri, spogli nichilisti

da canarini che tu sai,

sbottoni la camicia in trance,

meditazione ondulata,

e già!

 

Dagli un nome a ogni creatura,

va be’ questo proprio no,

il suono fonetico deriva

dall’onomatopea,

fumetto primordiale e astrale,

studi la parola e allora

perché babeli ancora?

 

Il gruppo clanico

cambia forma

non sostanza né apparenza,

vedi l’allitterazione

tra suono naturale

e pronuncia umana vocale,

costante consonante,

impronunciabile e sonante,

il nome di dio lo puoi intuire,

e la disfatta mia evidente.

 

Un altro paio di tiri

perché me ne lascerai due,

già lo so,

mi offendo così però,

contrasti la trinità,

la verità non è duale

o manichea,

ma unica

perché il dispari alla lunga

fa unità,

l’infinito è un otto capovolto

(direi tosto disteso e sognante),

pari ma impari

dunque impuro,

cadi in contraddizione,

accendiamo un bel falò

e ammettiamo l’inesistenza

del pari allora.

Piangi ma che fai?,

ti disperi,

in realtà mi accorgo

fingi e poni il piede sinistro

in avanti

il destro ben saldo

e dai fiato al fumo:

esiste tutto quanto,

il pari in realtà

è disparico in disparte

quindi dispari se si completa,

dunque il pari è parte

del dispari risultante

e di conseguenza l’infinito

finito incompleto.

Ohibò!

Quotidiana,

essere divino e tanto quotidiano

e familiare,

seppur lontano,

 

lontano

evanescente  dolore spento

rosa dischiusa in silenzio,

dolce effusione

mentre fissi la tela.

 

Vorrei scrivere effluvi,

vorrei partecipare al simposio

tracimando lo spirito.

 

Sognami.

Sognami.

 

Sognami.

 

Quel canto elevato mi scuote.

 

Granelli tanti

quanto i giorni in giovinezza.

 

I segni del tempo

sul volto cedono

alla potenza del bello.

 

Le palpebre sbattono al vento,

portoni di cortine incartocciate,

sbadate e sincere

mentre studio i tuoi sguardi

di sbieco,

tu assisa sul bordo

della fonte centrale.

 

Ragazza guardami ancora,

sono nel punto genealogico

delle realtà oniriche,

ditirambica, filippica,

estrosa e sofista.

 

Tu, prediletta dai numi,

il mio fiato è per te,

io frollerei solo

per un tuo fugace accenno,

uniti, indelebili,

te lo ridico, sei la voce

che da corpo ai miei pensieri,

la tua essenza mi guida

solingo con verga e lanterna,

ed io non posso tradirti

o abbandonarti, non voglio.

 

Sussurri come brezza d’inverno,

la tua voce non copre il gemito,

ecco il mio cuore!

La mia anima!

Il mio spirito!

Il mio corpo!

 

Materializzati allora

dolce eterea,

la tua voce intensifica il suono,

diviene strumento essa stessa,

e allora destreggi purità e sorridi.

 

L’incubo mio si raddolcisce

in un istante,

l’eremo tra la vivida

vegetazione,

l’ermo domani.

 

Imbellito il vascello

dei pensieri,

l’ultimo eco è risuonato,

dardi di fuoco in campi di spine,

non diamo spazio abbastanza

all’incanto del dominio

senza armi e armature,

con egide dagli occhi gorgonici,

nemici atterriti,

la spada del verbo,

la ruota dentata

con te minacciata.

 

Vai senza aspirare,

fuma tossendo,

precludi un assedio,

tranquilla, l’aurora è vicina,

già vedo venere e luce

dell’angelo ribelle,

già vedo il fuoco

e la maledizione, il grifone

che rode la bile,

incessante il dolore,

ciclico il riapparire

con fasti dionisiaci,

con mandrie gelate,

o dissi offuscate,

il frutto e la conoscenza,

cioè consapevolezza

e libera scelta.

 

Poi il brivido dorsale,

certo ci vuole,

e ti affanni a rinsavire,

vorresti trovar la formuletta

anche per questa sconfitta

benedetta,

(e sto parlando di me,

ricorda,

mia simbolica alma concreta

riflessa)

 

allora tu ti alzi austera,

aspetti i canti di gloria,

le sonate del furore popolare,

dell’arca trainata,

tale sembra il tuo

perverso sortire.

 

E mugugni trasognando

nel vuoto della stanza,

la radio a mille,

a mille il cuore,

lo tracci un sorriso,

cominci ad inveire,

a spegnere il verdetto di fuoco

coll’umore del corpo,

ti arresti improvvisa,

la pelle che freme,

la luce che accenna,

spegni la lampada,

scaldi le gambe col fiato,

slanciata in avanti

coi muscoli tesi,

gli occhietti furbetti,

la piazza in fermento,

l’odore di polvere e vento.

 


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30 agosto 2015

Romanzo secondo

           

Dove sei,

anima mia dolce

ed elettiva,

tu che crei virtù

dai vaneggiamenti miei decadenti?

 

Dov'è il tuo stile

oscuro e fascinoso

da brivido

ed ora da dimenticare

tra le tenebre del mondo

nostro senza noi

e senza ciò che

rendeva fantastico

il discorso

articolato

tra pallidi amori perduti?

 

La luce nei tuoi occhi

chiara in risvolto tracotante

tutta da veste arricciata

e stupita,

abbrividita

dalle parole di fuoco

scese sul tuo corpo,

l’unico importante,

dimentico di ogni realtà

e verità trascendente,

solo ardente.

 

Mi manca il tuo dondolio,

il cocktail senza ghiaccio in estate.

 

Mentre fumo la penna sguscia

e l'immagine si forma intatta

sulla tua pelle,

sei la mia poesia e le stelle,

nell'ombra respiro

e l'aria trasuda di te,

della tua follia,

del tuo sguardo acceso,

del nichilismo.

 

Pomigliano nell'aurora,

occhi che non so

decifrare piccola e suadente,

 gotico albore,

dopotutto resto a guardare

i tuoi cirri alla prima luce del mattino

tanto impressi

nella mia memoria,

le tue mani,

le tue mani aggrondanti la luna

nel tempo dall’umidio folle

di mille prati agghindati dal vento

del tuo nome superbo

 

il mio volto ancora ad accarezzare

tra la penombra

impresso vivido nella mente

come se non ci fosse altro

da ammirare

come se disimparassi in un tempo

ogni vagheggio

concreto

nel tuo etereo essere

concreta

con la noia a due palmi

e i dolci fiori

della stagione

delle tue parole,

principessa

vocetta inespressa

inaudita

e risonante melodie

parlate in sussurro

al risveglio del mio sogno

desto,

 

non ci dormo tenerella

tutta stupenda!

23 agosto 2015

Nome tempestoso

           

Accorata

come quando di notte

il ricordo sfuma

tenebra dolce tra languidi selciati

dimessi e infuocati

stridenti al pensiero

del mare in tempesta,

svolta imprevista,

 

e tutto il resto sale

inabissato

e sbiadito

dal tuo nome

che ovunque risuona

in soavità

 principessa

di zeffiro e diamanti.

 

Le guance e il pallore

del viso

ritaglio stupito,

il gaudente fiato

del cielo

stellato

è manto inaudito

 

e tu spumeggi

 

mia solita rissa diletta

e sconnessa,

 

sei tu luce dimessa,

forma accorata

ed impronta magicamente

impressa

tra la parete e la finestra.

 

Il nome tempestoso pronuncio

e non  dico.

19 agosto 2015

Acustico intruglio

 (Marcel Duchamp - Nude descendant un escalier n. 2, 1912 – Olio su tela, 147.5 x 89 cm., Philadelphia, The Philadelphia Museum of Art)

 

 

 

Acustico intruglio nella notte,

lunare influsso sulla soglia del tempo,

poi sonnambuli pensieri,

destrieri rapidi.

Dammi l'attacco,

tra piatto e patto.

Sì.

Sona il bel sì,

d'oc, d'oil, d'oui,

cortese l'arnese,

Paride ed Eva, guanta na mela,

Guantanamera

Patroclo e Beowulf,

iena, lupo e leone,

indugio burino sbarazzino,

goccia perforante e claudicante,

dissetante, piangente, petalo brinoso

incandescente, borioso, bucolico,

georgico pizzetto.

Vai così,

ancora il sì,

paese violato, masticato,

bile il giornale nomato libero,

l'eurodance, i Gigi di turno

pop, dance e topini,

accigliati al piano, alle tastiere,

alle groviere,

dimmi mai o cosa fai,

la scrivente si arresta e vai a capo,

burumbum cià,

annebbiata scolaretta

nella vendetta,

l'ayatollah torchio di vendemmia,

tutto è ben quel che finisce in mi,

bufera russa o capricciosa,

rivoltosa ottombrina porpora,

zarina, cesarea,

Alessandria paludosa,

stop uno.

Movimento compulsivo,

pensiero ossessivo,

ritmo assordante

ed estatico ondulante,

pentateuco e pentagramma

cabalistico, sufismo

e panpsichismo,

percezione aumentata,

esponenziale mescalina,

astrale vite.

Lento, sh,

lento sh.

Un silenzio lo faran i papaveri,

il cemento.

Riprende, non arrestarti,

ribellati il sistema,

kantiano imperativo categorico

kierkegaardiano calar le palpebre,

recitar, il personaggio,

gioco dei ruoli,

gioco di ruolo,

gioco di parte,

Bercoglioni,

gioco delle parti,

il Vaticano.

Silenzio, ancora.

Bum!

Il pupazzo in viaggio.

Il ritorno etereo.

Il rimorso sulfureo.

Acqua distillata.

Olio e combustibile ligneo.

Classificazione enciclopedica.

Semitica semiotica e semiosi virale.

Attacco micidiale.

Falsificazioni e fornicazioni.

Formiche laboriose,

il sessantotto e le cicale.

Poi le scale.

Trasfert l'Rna.

Mitocondriale il respiro

e il nutrimento clorofillico.

Poi...

stop

secondo e terzo finale.


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16 agosto 2015

Wieisbaden

           

Ametista e opale
congiunti sulle scale,
ascende dolcemente
colei che protegge
il dono divino,
la misericordia,
carminio il vestitino.

Ok, pian piano,
druidetta furbetta
guarda i tuoi occhi.

Che bello,
scartiamo i ricordi,
che bello,
manteniamoci ai bordi,
bellina stridente,
visino invitante,
seducente.

Appoggiamoci su quel muretto,
hai le labbra che non so risolvere,
ponenti, ardenti e vezzeggiate,
l' albatros è un po' inutile,
diciamo manca in concretezza,
meglio il vino se vuoi Baudelaire,
dai si ubriachiamoci di qualcosa,
tè corretto e sciupaletto,
fraintendimento e capitale
del tuo Land,
ti manca l'università,
due giri in terma,
scientifico aforisma pliniano,
ansia anzi panico
dimenticato.

Andiamo su per monti,
giù per ditirambi stolti,
che freddo stringimi un po'
anzi mettiti di lato,
obliquo e un po' svogliato,
sulle scogliere dei ricordi,
calcare sulle rocce bianche,
voglia di gabbro, di basalto,
oh ti garba! Parla a tu per tu,
Uh Abat-Jour ! Diffondi il cardigan.
In scivoli e altalene,
mania d'elevazione,
paura dell'abisso in discesa,
ondeggiamento, buttiamoci sul letto!

Che stupida,
ed io ti do anche ragione,
specchio dell'oblio, pluripersonale,
immotivato, gioia impersonale,
collera e desiderio.
Astuta e quasi perfettamente
sconosciuta, amica arresa,
io bitume ignorato,
vai brucia 'sto straccio,
benzina e cherosene.
Camice e saccarosio
nell'assenzio, squallido silenzio.

Facciamo un tuffo,
trattieni il fiato,
leggi o fingi,
sei stupenda uguale,
il primo passo lo fan i capelli,
sfiorano astuti bombardamenti,
fragore,
fervore
e fragrante,
l'albero nasce dal frutto,
ricorda il fine è più importante
del generatore, ciliegina ibernica
e squisita,
io non posso far altro
che ammirarti, fossilizzarmi
nel guardarti, restare muto
ore ed ore, il tuo nome
è un rimando,
quattro semiminime, una croma
e due biscrome,
ricotte, precotti, biscotti,
scegli tu la direzione,
l'intrusione,
l'effusione eventuale,
bellina al sapor di semplice
grandezza, magniloquenza e speranza.

E il rapporto servo padrone,
dimmi un po' chi è più importante,
l'amata, l'amante
o forse lo sguardo intrigante,
lode a sé, per sé e di sé,
uh che fiorellino,
freschezza del mattino,
uh lo dico ancora,
per te.

 


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12 agosto 2015

L'imperatrice

           

Plasma un destriero indomito
da auriga folle,
da corsaro suadente
di flutti scossi
dalle redini turbate

Gli occhi speculari
di metilene
nella mente di siriaci
dalle grazie celtiche
prostrate al vento
e in panistica unità
con la natura

In selve distorte
tra laghi di immane
gaudio
riposa il tuo velo sospeso:
eternità di roccia
silicio effimero
ma possente

Nella radura la tua gemma
al collo
verde d'assenzio
e variopinta di smeraldi
come calice goduto
come piattaforma di pensiero
fugace

I Fenici
scaltri
tra le rovine di Tebe
e tu in trono
nel firmamento austero
di sogni diurni
di paste statiche
e leziose
come miele,
dolce fiele
negli assedi,
ventura dei portenti,
gioia dei nemici,
emblema della celere
battaglia

In un dissipare di luci
e in un sormontante anelito
dimesso
da soave spuma marina
o da effige divina
numismatica
sorta
trapassata
come liquame
anzi vapore
tra le pareti
umido delle scale
odore incantevole della pioggia

I templi
eretti per te
mistero delle immagini
infinite
di un così vasto ardore
che invade gli animi

Lo spirito
che giace sovrano
sul tuo corpo
carezza le spalle
inumidisce i capelli
dà madore alla pelle

Tu
incauta folla di stupore
ondaccolo della luce
intorpidito bastione
di stratagemmi bellici

Per te le forze cosmiche
lottano
e ai tuoi piedi
l'ultimo anelito cedono

Tu sola collo sguardo
incanti i viaggiatori stanchi
dall'assedio pittoresco

Immergi dentro te
e esponi declinando
con tre parole
l'umanità intera

Dialettica degli opposti,
punto d'armonia assoluta,
il verbo si arresta
dinanzi al tuo apparire

Ma non vive
il tuo respiro
tra spasimi incessanti
di una vittoria
delle foglie incaute
sulle piante

La clorofilla di te
ti dà la forza
di anguste intromissioni
tra quel che è vero
e quello ormai silente

Genesi effimera del volto
lo sguardo intermittente
di te stessa
rivolto verso candidi pensieri
e impure come ieri
le giornate

Bisognerebbe avere la passione
di dire cose da
bestiole che
in te trovano riposo
in te trovano ristoro
nel muover delle mani si stupiscono
ed estroverse si smarriscono

Per conquistarti un soldato
avrebbe invaso
l'Egitto in un attimo svogliato
crollando Alessandria ai suoi piedi
in vana voglia
coi libri intrepidi tra le rive
auguste di potenza
del Nilo trasmigrato in Stige nubiloso

Ma poi il combattente
slegando i lacci del mantello
perdendo la croce e il suo cappello
distrutto ai tuoi piedi
pel rifiuto

L'imperatrice sei tu
io te lo sussurro
sfogliando il volume
sul Volturno
in una piazza incauta del mistero
che la costellazione col tuo nome
cede a Mercurio

E per conquistarti
un alchimista dorato
si è venduto
l'alambicco ed il suo stato
sguazzando nel protocollo di Bisanzio
e giocandosi i tarocchi senza sosta
e senza la tua effige

Sei tu l'Imperatrice
di quelle terre indoeuropee
della tundra sterminata
della scalata verso
il Mare Nostrum

La mappa mostra il tabernacolo
l'alchimista la sfoglia e non ti trova
ti perde nella pietra mistica
nella battaglia di Lepanto

Dov'è il tuo trono e la corona
se s'inchinano i condottieri e i maghi
non senti nelle vene il marchingegno
divino

E capisci ciò che forse non hai letto
e sospendi ciò che forse
non ti sei chiesta
nove gradi nel pianeta ascendente
sul tuo Liocorno


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8 agosto 2015

Fuga

           

Prendiamoci per mano
e chiudendo gli occhi navighiamo
traversando correnti di mari lontani,
ed anche se più tardi del previsto
al fine giungeremo sulle rive
calde del nostro mondo.

Poi, senza remissioni,
ascolterò parlare per davvero
il tuo candido cuore
che, anche se in silenzio,
mi saprà dire cose
che tu non hai mai detto.

E sarai già brilla,
le tue parole fuoco e argento,
sole e vento
dalle corde vocali.

E sarai ancora più bella,
il tuo vestito dalle bordature viola,
non ti sentirai sola.

Dalla sera alla mattina
non avremo più paura
ed il nostro spirito più vero
darà corpo al pensiero
che, brulicando tra le rovine,
sarà più libero di quanto credi,
urleremo sino a tardi.

E poi verrà la notte
e tu sfinita cadrai sul guanciale
con una forza animale.
Ed io cogliendo l'attimo
carezzerò la pelle,
soffici saranno le stelle
che dai tuoi fuochi accesi
cadranno più cortesi
sul mio braccialetto.

Illumineremo il cielo
con un arcobaleno di diamanti
dagli zigomi striscianti
che toglieranno il vero,
il buono e il giusto
dalla nostra mente,
zigomi di serpente.

E, come dei bohemiens,
non ci cureremo del passato
o del futuro,
vivremo coscienti
solo di essere noi stessi.

Ma non sarà poi il giorno a svegliarci
col suo soffice e sottile filtro di luce,
sarà un repentino mutamento
della temperatura del nostro corpo.
Saremo ancora mano nella mano
e i baci, baci, baci
investiranno il corpo
come sopra come sotto.
Però la nostra forza tremante
cadrà sconfitta a terra.

Il circolo ondulatorio della testa
intorno ad un oggetto fisso,
che poi è lo stesso,
ci renderà più lenti
nei movimenti.
Il flusso di ricordi
sarà annebbiato da dimenticanze
a vivide alternanze.
Le nostre ali spezzate
saranno rinnegate
dagli altri
ma risorgeranno dal nulla.

E la fonte blu cobalto
stenderà sul tuo smalto
uno strano desiderio.

4 agosto 2015

Pupilla inaudita

 

Pupilla inaudita e inenarrabile, matrice del misterico stesso tuo intrinseco astratto e etereo impronunciabile fattore, sguardo inebriante della pace universale, scaglione inesperto e tutto ardito, io fisso quel punto mentre assisa somma sei il rimasuglio floreale dell'essenza infinitesima che trae splendore dall' infinitamente piccolo che d'energia raccoglie in madornale concentrazione tutto l'intellegibile che scopro non più indivisibile ma percezione vaga della rissosa natura che parla a tratti come consumata dall'emissione del tuo fiato.

Chi sei tu piccola anima che tanto gaudio non disdegno ma da sapore d'assoluto assurgo a mantice prolisso di ciò che solo accennato dipinse il relitto umano nel momento stesso in cui pietoso volse il suo pennello all'incanto astratto decadente dell'immenso?

Par sì crudele e di oscuro salice trafitta, ma il Dark alla Desdemona trasmuta e trasuda pallade del religioso silente armeggio sapiente e mancino quando d'artemidea amazzone trafigge il dardo con sì splendore e noncuranza che l'ago nella vena dal pagliaio è pacifista assassino della belligerante resa, guerra finita e diplomazia discesa tra saporite mandorle, foglie di assenzio, caduca spina nella rosa inversa.

E come d'equatore mancante il tropico dall'eros delirante vola come spasmo e trasla e parla d'incantevole fattura come respiro trafiggente del sospiro dicente all'entusiasmo, muta aspetto e scindi il desio dall'entroterra sublunare di ciò che uman ragione tace.

Senza costrizione, misericordioso guardo femmineo, soggioga belve, bestie ed anime animali nel momento panpsichista di inutile lamento è la mia voce quando avverto, mentre scrivo, il melodioso passo del tuo immane pronunciar l'eterno, chiudo gli occhi come svenendo di vertigo istanza tra legge e guaritrice affanno la sintesi graziosa del male e del bene come d'angelo caduto riscattato dalla stagion divina concupita e sognatrice senza più ricordo all'aurora dell'ultima notturna vision leziosa e tutto l'universo tra foglie novembrine, maggio,